14 novembre, 2021

Non ruggisce più il leopardo. La scomparsa di Wilbur Smith.



Wilbur Addison Smith nella sua Africa



    Se fosse stato un faraone dell'antico Egitto, oggi lo seppelliremmo lungo le rive del Nilo, nella piramide segreta della memoria,  con accanto gli ushabti della regina Lostris, del fido Taita e del giovane Mamose.

    Se avesse comandato un dhow nell'Oceano Indiano, lasceremmo scivolare fuori bordo il suo corpo coperto dalla bandiera britannica che tanto gli fu cara e dalla mezzaluna verde. 

    Se avesse sorvolato con un biplano di tela i cieli della Prima Guerra mondiale, oggi in suo ricordo ogni aereo avrebbe fatto oscillare le ali.

    Se fosse scomparso nel deserto del Kalahari, oggi i piccoli Boscimani canterebbero per lui. 

    Se il suo ultimo respiro fosse stato lungo le rive del Limpopo, i capi Zulu ne avrebbero seppellito il corpo nelle pianure erbose del bushweld dove si incontrano il Botswana e lo Zimbabwe e generazioni di elefanti e leoni gli avrebbero reso omaggio per l'eternità. 

    Wilbur Addison Smith non è stato nessuno di loro e tuttavia tutti sono stati lui, forse il più grande Tusitala della letteratura d'avventura del XX secolo, lo Stevenson del '900, l' Hemingway della nostra generazione. 

    Gli uomini e le donne protagonisti dei suoi quarantanove romanzi tradotti in tutte le lingue del pianeta e letti da oltre centoquaranta milioni di persone, sono stati tutti "gente di prua" spiriti coraggiosi pronti ad affrontare l'ignoto, a costruire dinastie e destini per quanti ne seguivano le impronte. 

    Ci ha lasciato ieri,  in un placido pomeriggio sudafricano nella sua casa di Città del Capo, in Sudafrica, sotto la Montagna della Tavola, dove viveva con la sua quarta moglie, poche ore dopo aver parlato con lei di nuovi sogni e di arditi progetti narrativi. 

      Era nato a Broken Hill nella Rodhesia del Nord, l'attuale Zambia, il 9 gennaio del 1933 e le sue prime esperienze letterarie non ebbero successo: tutti gli editori sudafricani ed europei, circa una ventina, rifiutarono di pubblicare i suoi scritti, fino a quando Charles Pick - della William Heinemann, fondata a Londra ed oggi di proprietà statunitense,  che alla fine del XIX secolo aveva pubblicato H.G.Wells , Robert Luis Stevenson, Rudyard Kipling e Sylvia Plath - decise di contattarlo. 

     Incoraggiato da tale stimolo, Smith iniziò a scrivere libri incentrati su tutto ciò che meglio conosceva e amava: la foresta, gli animali selvaggi, le montagne impervie, le dolci colline del Natal , l'oceano, la vita degli indigeni, la storia della scoperta dell'Africa meridionale, la lunga e travagliata strada verso l'abbandono dell'apartheid,  il ritorno nella comunità internazionale. 

   Oggi tutti i giornali ne pubblicano la biografia e la bibliografia, ma io non lo farò, potete trovarle sulla rete o leggere la sua autobiografia "Leopard Rock. L'avventura della mia vita" pubblicata da HarperCollins Italia nel 2018. 

    Vi dirò invece ciò che ha rappresentato per me, fin da quando nella piccola mansarda di Caltanissetta, un bancario riluttante che presto si sarebbe liberato da quel peso per percorrere altre strade, lesse nel 1980 uno dei suoi primi libri di esordio "Come il mare".  
    
    Sono trascorsi quarant'anni da allora e i libri di Smith - credo non averne ignorato alcuno - mi hanno accompagnato nella vita e, talvolta aiutato nelle scelte pià difficili, non meno di quanto abbiano fatto i filosofi, gli storici, i politologi e gli altri narratori cui devo la mia formazione e il mio destino. 

       Il rito dell'attesa del nuovo romanzo, l'accortezza di portarne con me sempre una copia nei viaggi sono oggi una preziosa eredità della memoria poichè in ciascuna opera è indicato l'ex libris personale ed il luogo e la data in cui sono stati letti. 

    Oggi, in sua memoria,  li ordinerò seguendo l'anno di pubblicazione ed i vari cicli narrativi; riaprendone le seconde di copertina troverò la storia delle tappe, geografiche ed interiori, della mia vita. 

       Mi ha fatto compagnia nei momenti facili e nei più difficili, quando il corpo e la mente urlavano il bisogno insopprimibile di nuove rotte per nuovi porti che solo la fantasia può indicare, dandomi la forza di rendere reali gli uni e gli altri, quando altri preferivano la bonaccia del rassicurante tran tran quotidiano dal quale un giorno ti svegli e scopri di non aver vissuto. 

    In più occasioni ho scritto di aver imparato più dalla narrativa che dalla saggistica e ho denunciato come la carenza di libri di avventure scrtti da italiani sia all'origine della scarsa creatività di almeno due generazioni così come lo è la sciocca convinzione di considerare libri per ragazzi "Moby Dick" " Le avventure di Tom Sawyer" "L'isola del Tesoro" " Don Chisciotte della Mancia" o i romanzi di Jules Verne. 

     Una società che non sogna è destinata ad essere preda della disperazione, della paura dell'ignoto e del diverso, rinchiudendosi in quel tremendo bozzolo di solitudine e autoreferenzialità da cui nascono la depressione, l'odio e l'intolleranza. 

      Una comunità che si nega al viaggio del corpo o della mente è destinata a credersi il centro del mondo, costruendo prigioni chiamate "piccole patrie" dalle cui sbarre il mondo esterno è temuto, escluso e sostituito dall'autocelebrazione dei propri riti provinciali che offuscano la mente. 

      E quando ciò si diffonde e diventa "politica" quel sonno dell'immaginazione si trasforma in incubo e genera mostri. 

        Con la scomparsa di Wilbur Smith, che segue quella di Clive Cussler nel febbraio dello scorso anno, si chiude un'epoca, forse l'ultima dei grandi scrittori globali di avventure e mentre i nostri capelli diventano bianchi e gli occhi faticano a seguire il desiderio della mente di nuove e più avvicenti storie da leggere o da raccontare, non possiamo che indicare a chi, ormai adulto può disporre di se stesso, la strada della scritttura come unica via per raggiungere il luogo "dove finisce l'arcobaleno". 

        Jambo,  bwana Wilbur ! 

11 novembre, 2021

Palermo, una città "nemica di se stessa"

Alcune settimane fa la realizzazione dello spot Red Bull, che ha avuto come teatro la città di Palermo, ha suscitato reazioni contrastanti.

Reazioni moltiplicatesi dopo la realizzazione di una parodia su quello spot.

Come sempre avviene in questa città, è stato un "muro contro muro".

Questa è una piccola riflessione che consegno assieme ai link per potere visionare sia lo spot Red Bull che la parodia di Matraga&Minafò.

Un contributo, spero, per districarsi tra le mille contraddizioni di una città "nemica di se stessa".

https://www.youtube.com/watch?v=T8Yxjf5hv-E&t=5s

https://www.youtube.com/watch?v=ErY5gxnrCfw

di Massimo Pullara (*)





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(*) Giornalista Professionista. Socio PRUA.

https://www.associazioneprua.it/socio-massimo-pullara/


Miniature 1

 

Amico

Aggrappati tieniti forte aiuto che mare non lo avevo mai visto così così nero così brutto il vento che ti frusta le orecchie che non senti altro che un fischio terribile e Lampedusa è ancora lontana ma quando si arriva non si arriva mai ma perché mi sono deciso che ci sto a fare qui ho freddo c'è buio sono bagnato e ho paura la cima tiene speriamo che regga sto male mi viene da vomitare ma non posso farlo, non spingere che mi butti fuori attento quest'onda è alta attento ma quando arriviamo che poi tutto cambia e staremo meglio staremo meglio di sicuro altrimenti perché saremmo qui ce l'hanno promesso staremo meglio si sta meglio e poi vedrai che ci raggiungono anche gli altri attento tieniti aiuto no no aggrappati questa è ancora più alta aiuto ci rovesciamo tieniti forte a me afferra la cima c'è un remo prendilo attento dove sei dove sei dove sei aiuto ma perché ma perché dove sei vomito l'acqua salata che schifo dove sei dove sei non te ne andare non ce la faccio non ce la faccio aiuto cosa c'è chi mi prende cosa succede aiuto aiuto forza tirami su aiuto.

Amico prendi anche gli altri ti prego...


Siciliani

Supplico te nostra Santuzza che ci hai liberato già una volta dalla peste liberaci anche oggi dalle malattie liberaci dalla intolleranza che ci fa credere migliori di chi ha la pelle diversa dalla nostra liberaci dall’ignoranza che ci fa credere superiori agli altri liberaci dalla violenza che rende ciechi e cattivi liberaci dalla noia che ci rende insopportabili liberaci dalla povertà di spirito che ci rende invidiosi liberaci dall'angoscia che ci rende depressi liberaci dall’irriconoscenza che non ci fa amare i nostri vecchi liberaci dalla tristezza che ci rende tristi e dalla scortesia che ci rende animali Santuzza nostra facci tutti minatori in belgio o sguatteri in svizzera o mandriani in argentina facci sorridenti e gentili sani e savi.

Rendici Siciliani.

  

Caldo.

Faceva un caldo terribile, un’afa mai vista. La stradina sterrata di campagna, poco più di un viottolo, era assolata e l’assoluta mancanza di vento e di una qualche pianta nei dintorni, la rendeva ancora più torrida.

Solo un ulivo, di lato alla stradina, tentava di fare ombra ai numerosi sassi presenti, ma non poteva attenuare la calura complessiva di quella giornata.

Da un estremo della stradina, da una curva, sbuca un carretto. Era un piccolo carretto, vecchio, malandato, trainato da un mulo e, a cassetta, un anziano contadino.

“Che caldo terribile non ce la faccio più in che condizioni arriverò a casa anzi ci arriverò o cadrò in terra senza più alzarmi non ho neanche dell’acqua da bere e ho una sete ah come vorrei essere steso sulla paglia a casa mia fresca con un bellissimo secchio d’acqua accanto nel quale tuffare la testa di tanto in tanto e invece mi tocca essere qui con questo carretto che pare non ne voglia più neanche lui e che prima o poi si romperà tutto più prima che poi con neanche un minimo di refrigerio di frescura cosa vedo da lontano chi si sta avvicinando forse è Turi con quel suo carretto vecchio ma sempre meglio di questo e con il suo asino a tirarlo ma quando ci incroceremo non ci sarà lo spazio per passare tutti e due io di sicuro non mi fermo non posso stare qui ancora o fare largo ad altri figurarsi poi a quell’asino si dovrà fermare lui e mi dovrà fare largo per passare non ho nessuna intenzione di rischiare di lasciare la strada e poi magari non riesco più a rientrare nel viottolo no non se ne parla nemmeno e adesso siamo venti metri l’uno dall’altro e lui non si ferma né si scosta per farmi passare che facciamo perché nessuno decide cosa fare ma cosa sto sentendo devo fermarmi e fare passare Turi e mi ha dato dello stupido di un mulo a me nessun padrone aveva mai detto stupido di un mulo specie se è seduto a cassetta e mi tira le redini”.

Faceva un caldo terribile.


                                                                                                                         vavinilmaleoscuro (*)


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(*) vavinilmaleoscuro è lo pseudonimo di un autore noto al responsabile del blog




10 novembre, 2021

NEO-OSCURANTISMO, IL VERO NEMICO DA COMBATTERE

 


NEO-OSCURANTISMO, IL VERO NEMICO DA COMBATTERE

di Massimo Pullara (*)


Lo spunto, come spesso accade, lo fornisce la cronaca.

Dopo circa 15 settimane di proteste non autorizzate, il Viminale mette un limite alla illegalità.

Da sabato 13 novembre stretta su manifestazioni e cortei NoVax e No Green pass.

Mentre i prefetti, in accordo con i sindaci, cominciano già a pianificare interventi per limitare gli effetti delle proteste, non ultimo l’aumento dei contagi verificatosi a Trieste dopo la “rivolta” dei lavoratori portuali.

La scomposta ed inaccettabile reazione di una minoranza della minoranza di italiani che ha deciso di non vaccinarsi, lascia allibiti.

La violenza verbale sui social, sui blog, e quella fisica messa in atto durante le manifestazioni (seppur con infiltrazioni “politiche” spesso estranee alle motivazioni degli stessi manifestanti) lasciano interdetti.

Una forma di Neo Oscurantismo dettato da ignoranza, soprattutto, ma anche da tanta paura.

Una ignoranza che produce danni. E danni seri.

Rischiano di andarci di mezzo la salute e l'economia del Paese.

Eppure non è difficile.

Sarebbe sufficiente dare un'occhiata ai numeri, quelli diffusi pochissimi giorni fa.

Tra gli over 80, la percentuale dei non vaccinati che vanno in terapia è dieci volte superiore a quelli che si sono vaccinati.

Il tasso dei decessi tra i No-Vax è 13 volte più alto rispetto a chi invece ha fatto le due inoculazioni.

C’è poi l’aspetto economico, tutt’altro che trascurabile.

A causa del Covid, dei lockdown e di ciò che ne è derivato, sono letteralmente sparite dal tessuto economico di questo Paese 302 mila partite Iva (i dati sono quelli della Cgia di Mestre).

Da quando la copertura del vaccino ha raggiunto numeri importanti, invece, l'economia del Paese è ripartita con stime che parlano di una crescita prevista del 6,3% per quest'anno e del 5% nel 2022.

Grazie al vaccino il Paese sta ricevendo una spinta in quasi tutti i settori.

Grazie al vaccino e grazie al Green pass.

Eppure, negando tout court, senza tenere presente dati scientifici, numeri e soprattutto buonsenso, c'è chi ancora trova il modo di ingaggiare su questi due argomenti uno scontro senza confronto.

Un pre-giudizio, un no a priori che non si basa sui dati scientifici, su ragionamenti, sulla logica e sull’evidenza dei fatti, ma, come nel Medioevo, su credenze popolari che, a differenza del Medioevo però, non viaggiano più con le persone, le carrozze e i cavalli, bensì con il Web.

A tal proposito, estremamente interessante è quanto scrive il professore Daniele La Barbera, Direttore della U.O. di Psichiatria dell’Azienda Universitaria Ospedaliera Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo: “I No-Qualcosa già dall'anno scorso accusano indiscriminatamente medici, scienziati e anche giornalisti di prendere soldi dalle case farmaceutiche con le quali si avrebbero quindi enormi conflitti di interesse in merito alla somministrazione dei vaccini. E' una farneticazione e anche abbastanza indegna e riprovevole, espressiva della banalità dei processi mentali di chi è in grado di fare con facilità illazioni senza capo né coda. Ma, soprattutto, a mio giudizio, chi la emette non si rende conto che per come si è andata configurando la contrapposizione Pro-Vax/No-Vax, questi ultimi non solo non sono esenti da conflitti di interesse, ma sono vittima di una tipologia estremamente aggressiva e inemendabile che è il conflitto di interesse ideologico e narcisistico. Ed è questo che mi rende poco ottimista sulla possibilità di dialogo con molti amici e amiche ancora strenuamente e tassativamente schierati contro i vaccini e il pass; per costoro, infatti, cedere parti anche piccole di verità e obiettività all'avversario rappresenterebbe una intollerabile ferita alla propria autostima in una battaglia che per molti ha assunto un indebito e sproporzionato profilo ideologico e politico, favorendo - come quasi sempre avviene in politica - lo stravolgimento dei dati a proprio favore e le letture soggettive e opportunistiche dei fatti reali”.

C’è poi un altro aspetto: l’uso di parole come fascismo, nazismo, dittatura sanitaria, che la dicono lunga sul livello di questi “apostoli” della disinformazione e delle fake news.

Il risultato è che su questi argomenti non si riesce più a comunicare.

Come recentemente detto da Massimo Gramellini, sembra sia svanito il patrimonio comune delle parole: tu dici “a”, l’altro capisce “b” e risponde “c”, tu capisci “d” e replichi “f”.

Non se ne esce.

Questo accade nelle piazze, quelle virtuali dei social network, e quelle cittadine, dove poi si arriva anche allo scontro fisico.

Ma c’è un altro aspetto, ed è ancora più inaccettabile.

Il Neo Oscurantismo che avvolge uomini di cultura, opinion leaders e uomini delle Istituzioni.

La senatrice Laura Granato, ex M5S, si era presentata in commissione Affari costituzionali rifiutandosi di mostrare la certificazione Green pass ed è stata interdetta dai lavori per 10 giorni: «Mi impediscono di presentare gli emendamenti contro il provvedimento», ha detto.

Si votava sul decreto che istituiva l’obbligo di Green pass per andare a lavorare.

La senatrice ha definito “dittatura conclamata”, e distorsione del regolamento, la volontà di applicare anche ad una senatrice le regole che valgono per tutti i cittadini.

La sua risposta, se possibile, è stata ancora più sconcertante: “Mi si chiede un attestato di obbedienza nei confronti di un provvedimento che contesto”.

Se si è rappresentanti delle Istituzioni non si può parlare, o peggio ragionare, come se si stesse a mare, o al Bar dello Sport.

Se sei in Parlamento e vai per votare, anche un provvedimento che non condividi, devi rispettare le regole che valgono per tutti, perché sei un rappresentante delle Istituzioni, non uno che passa dal bar.

Questo vuol dire non avere “senso dello Stato”.

Ed è proprio la mancanza del “senso dello Stato” il tratto che accomuna tutte queste manifestazioni.

Nessun rispetto per lo Stato e per le leggi della Repubblica.

E’ inaccettabile.

Proviamo allora ad immaginare una democrazia dove l’opposizione si rifiuta di seguire leggi e norme decise dalla maggioranza e dove ognuno fa quello che vuole.

Da qui la tendenza a definire dittatura il rispetto delle regole che non condividono e di potere compiere qualsiasi atto nel nome dell’unica libertà che invece riconoscono: fare, appunto, quello che gli pare.

Diventa allora necessario ricondurre tutto sul giusto binario.

Cominciamo con le parole.

La “dittatura” è quel posto dove non si può certamente dire che c’è la dittatura.

No-vax e no-Green pass si riempiono la bocca di termini come “nazi-pass”: innanzitutto riconquistiamo il rispetto per le tragedie, quelle vere.

La recente manifestazione a Novara, con un manipolo di ignoranti a sfilare travestiti da deportati dei campi di concentramento, rappresenta un'offesa all'intelligenza e alla dignità. Sei milioni di uomini, donne e bambini uccisi dopo indicibili atrocità. Come si fa ad osare un paragone simile?

La parola “nazismo” è una parola seria, tragica, evoca orrore: non usatela a vanvera.

Anche la parola “regime”, molto in voga tra i no vax e no green pass, è una parola altrettanto seria: siamo in una democrazia, quella stessa democrazia la cui esistenza no vax e no green pass negano e che, tuttavia, consente di manifestare il loro pensiero, per quanto aberrante, scientificamente infondato, e illogico sia.

Da sabato, dunque, restrizioni a cortei e manifestazioni nei centri storici delle città per no vax e no green pass.

E non per negare il loro diritto al libero pensiero, per quanto infondato ed illogico.

Ma per impedire che queste manifestazioni diventino alibi per violenze e per nuovi focolai di contagio, come hanno dimostrato i recenti fatti di Trieste.

Su tutti gli altri si riversa un immenso e gravoso compito: quello di alzare una diga contro il Neo Oscurantismo galoppante, quello che si nutre di ignoranza, credenze popolari e negazione della Scienza

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(*) Giornalista professionista. Socio PRUA.

09 novembre, 2021

Venti anni "a PRUA"

 


Luigi Sanlorenzo - cofondatore e presidente PRUA


      Palermo, 9 novembre 2021

    Venti anni fa con un piccolo gruppo di giovani promettenti, oggi affermati professionisti, veniva fondata a Palermo l' Associazione P.R.U.A. (Progetto risorse umane per l'autonomia).

    Il nuovo millennio era appena iniziato e già la tragedia dell'attentato alle Torri Gemelle aveva scosso il mondo l'11 settembre di quell'anno. Occorreva comprendere che, come ebbe a dirci Paolo Mieli, a Palermo in quelle ore terribili , "niente sarebbe più stato come prima".

    Occorreva rileggere il mondo e capire che una nuova fase storica si era aperta. Scegliemmo di andare dal notaio per la costituzione proprio il 9 novembre, anniversario della caduta del Muro di Belino, per affermare la nostra volontà di reagire con gli strumenti della nostra formazione, con l'impegno "politico" e culturale attraverso la nostra professione e il fermo convincimento che solo "stando a prua" nelle nostre rispettive vite, professioni ed organizzazioni avremmo potuto farlo.

    Oggi, nel ventennale di quell'evento, l'associazione si presenta rinnovata e sempre più attrezzata attraverso l'esempio di due grandi maestri e soci onorari quali Gabriele Morello e Salvatore Parlagreco e l'ingresso di nuovi e qualificati soci provenienti da storie ed esperienze di leadership pubblicamente note in svariati settori, per mantenere fede a quell'impegno che intendiamo riaffermare e rilanciare in un mondo ancora più confuso e frastornato in cerca di nuovi approdi.

    Buon compleanno "a PRUA" !

https://www.associazioneprua.it/

https://nuoviapprodipress.blogspot.com/ 





04 novembre, 2021

Il centenario che aiuta l'Italia al bivio del proprio destino




Il viaggio del Milite Ignoto verso all'Altare della Patria
 2 novembre 1921


Festeggiare la Vittoria 

di Luigi Sanlorenzo 

Chi si trovi a salire la prima rampa dello scalone marmoreo che porta al piano nobile del Convitto Nazionale di Palermo, un tempo parte del Collegio Massimo dei Gesuiti, non potrà non notare una targa bronzea con il testo del noto bollettino firmato Armando Diaz che annuncia, dopo la disfatta di Caporetto, la tanto sospirata vittoria dell’ Italia il 4 novembre del 1918. 

“La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta.La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una czeco slovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. 

Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni.I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.” Firmato Diaz. 

Quella chiusura fu per qualche bambino del tempo un destino, visto che, nell’ Italia per lo più analfabeta del tempo, egli portò per sempre come nome di battesimo “Firmato”; andò meglio alle bambine chiamate a lungo Vittoria, come la mia prima maestra. 

Si chiudeva così la prima delle più sanguinose guerre che l’Umanità ricordi e che aveva coinvolto tutti i continenti, il primo conflitto globale. Con i colpi di pistola sparati a Sarajevo, si chiudeva il sipario sull’Europa del Ballo Excelsior e declinava quella fiducia nel futuro che aveva caratterizzato l’industrializzazione e il progresso scientifico e sociale. 

Tramontava così definitivamente il lungo XIX secolo e ne iniziava uno breve, come fu definito da Eric Hobsbawn, che avrebbe avuto nel crollo del Muro di Berlino, la propria sigla finale. Durante il conflitto era comparsa un’inedita arma di distruzione di massa l’ iprite, gas venefico dall’odore di mostarda, che prese il nome della cittadina di Ypres in cui era stato impiegato il 12 luglio del 1917 dall’Impero austro-ungarico sterminando militari e civili; la cifra complessiva dell’intero conflitto, sedici milioni di morti (e venti di feriti) non comprendeva soltanto i combattenti ma anche migliaia di soldati fucilati per aver tentato la diserzione, stressati più che dalla paura, dalla tensione dell’attesa durata intere settimane, prima di ricevere l’ordine di uscire dalle trincee e di andare all’attacco. 

Nel corso della guerra scomparvero imperi millenari quali quello russo e quello ottomano e sorsero nuove nazioni che a loro volta sarebbe poi state ridisegnate durante e dopo il successivo conflitto mondiale. 

Nacque infine quell’ Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che tanta parte del nuovo secolo avrebbe condizionato, segnando una delle più grandi rivoluzioni socio/antropologiche della Storia e generando tutte le possibili forme di consenso e di contrasto, non ultima la nascita dei fascismi europei. Per la neonata Italia, tuttavia, la prima guerra mondiale fu il terreno di prova dell’unità nazionale. 

Per la prima volta italiani provenienti dalle regioni più diverse e nella generalità dei casi abituati ad usare i dialetti, si trovarono vestiti dello stesso ruvido panno grigio verde e comandati da ufficiali che parlavano la lingua italiana, da molti compresa a stento. Contadini e pescatori siciliani e calabresi scoprirono l’esistenza delle Alpi e quanto fosse duro trascorrervi l’inverno nelle trincee gelate dove, dando la precedenza ai materiali bellici, giungeva – e non tutti i giorni - un rancio a dorso di mulo. 

Valligiani lombardi e piemontesi conobbero per la prima volta quegli scurissimi meridionali, la cui statura era ancora inferiore alla media italiana, già molto più bassa rispetto ad oggi, tanto incomprensibili nella discussione quanto coraggiosi all’attacco e generosi nel cameratismo. Milioni di soldati che ne sconoscevano l’esistenza scoprirono di combattere per Trento e per Trieste, alla cui conquista la retorica interventista aveva assegnato il ruolo di completamento del Risorgimento. 

L’Italia dimostrò subito di non essere all’altezza del compito: troppo ottocentesco il proprio armamento, ancora di stampo tradizionale le strategie militari, ottusi e felloni molti dei generali sabaudi che condussero poi alla disfatta di Caporetto, rischiando di distruggere l’integrità nazionale appena, e con molti enormi problemi, realizzata. 

Ci salvarono il Piave, che fece da barriera al dilagare da est delle truppe austro-ungariche e la prima applicazione della cosiddetta “difesa elastica” caratterizzata da pronti ed organizzati contrattacchi del Regio Esercito che aveva deciso di concedere più autonomia agli ufficiali sul campo, con conseguente aumento del morale generale. Altro fenomeno che concorse alla vittoria difensiva va ricercato nel fatto che il Comando Supremo si limitò al ruolo di "osservatore" riducendo al minimo la sua influenza con circolari e ordini rivolti alla 4ª Armata, cosicché venne eliminato il disastroso fenomeno di "burocratizzazione" che era stato una delle cause della sconfitta di Caporetto. Già in quella occasione si comprese che i problemi del Paese, in pace come in guerra, erano la burocrazia, la cecità amministrativa e il centralismo. Purtroppo, a guerra finita, non si ebbero il tempo e la lucidità per fare abbastanza tesoro di tale esperienza. Quegli anni di guerra coincisero con una prima fase di liberazione delle donne, chiamate in forza a prendere il posto di padri, mariti e figli ( nell’ultimo anno era stata chiamata alle armi anche la classe del 1899, cioè i giovani appena diciottenni) nelle fabbriche, nei servizi civici, alla guida dei tram. E quando qualcuno pretese di rimandarle tra i fornelli, quelle stesse donne erano già diventate cittadine, anche se dovettero poi aspettare la fine del fascismo per rivendicare di non essere solo madri e mogli, come il regime aveva voluto. 

Quando quel 4 novembre la guerra finì, l’Italia era cambiata profondamente. Si era lasciata alle spalle l’infanzia del risorgimento ed entrava, ferita e mutilata, nell’età adulta di una nazione, in cui avrebbe potuto compiere scelte diverse che le avrebbero evitato altre tragedie. Per una vittoria giudicata dagli alleati come “afferrata per i capelli” il Paese, pur vittorioso, venne umiliato nelle proprie pretese al tavolo della pace e dovette contentarsi di Trento e di Trieste, rinunciando all’Istria e a Fiume. Gli stessi danni di guerra, ottenuti in misura ridotta al tavolo delle trattative, non bastarono a sollevare le città e le campagne dall’immensa miseria in cui la guerra le aveva precipitate. 

Da quel clima sociale sarebbe nato il senso della vittoria tradita e sorta presto la chimera del fascismo che bloccò il Paese e tenne in vita una dinastia da operetta, mentre in Europa nascevano, con destini e nature diverse, le repubbliche del XX secolo. E’ trascorso oltre mezzo secolo da quando ogni mattina e per 13 anni, salendo le scale del Convitto Nazionale, mi trovavo davanti le parole di quel bollettino che ormai avevo imparato a memoria. 

Ma più di tutte mi colpisce ancora oggi la frase “inferiore per numeri e mezzi” che ancora sembra rimanere, scolpita nel bronzo, come una sentenza di minorità agli occhi dell’Europa e dalla quale non riusciamo ad affrancarci a motivo della nostra incapacità di rinnovare una classe dirigente troppe volte riciclata e compromessa. Forse un giorno accanto a quella lapide pomposa ne sorgerà un’ altra a ricordo di un’ Italia finalmente adulta e responsabile in grado di andare a testa alta per aver vinto, stavolta veramente e per sempre, la battaglia per la propria dignità di cui Maria Bergamas, la madre che un secolo fa scelse tra centinaia di bare senza nome il feretro del Milite Ignoto e di cui questa sera la RAI riproporrà il ricordo, resterà per sempre il simbolo più vero e più umano.

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Questo articolo è dedicato al caro ricordo del Sergente Giovanni Battista Amodei, Cavaliere di Vittorio Veneto (1888-1974) nipote del primo eroe del Risorgimento siciliano, padre di un granatiere caduto nella Campagna di Grecia e nonno amatissimo, i cui racconti di trincea furono per me bambino l’inizio del grande amore per la Storia dove si muovono le vicende di donne e uomini di ogni livello e caratura.

02 novembre, 2021

Conversazione con Lucio Caracciolo

 

 Incontri sul Pianeta

Conversazione con Lucio Caracciolo

Direttore della rivista di geo-politica “Limes”

 a cura di Luigi Sanlorenzo (*)


Lucio Caracciolo è giornalista, politologo e accademico italiano. Laureato in filosofia all' Universitò La Sapienza di Roma, dirige la rivista italiana di geopolitica Limes che ha fondato nel 1993 e la Eurasian Review of Geopolitics Heartland nata nel 2000. È membro del comitato scientifico della Fondazione Italia USA.

Dal 1973 al 1975 è redattore di Nuove Generazioni (periodico della FGCI), poi passa a La Repubblica,  dove lavora dal 1976 al 1983, diventando capo della redazione politica. È stato caporedattore di MicroMega dal 1986 al 1995. Insegna Geografia politica ed economica presso la facoltà di Filosofia della mente, della persona, della città e della storia dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e  "Studi strategici" nell'ambito del Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS di Roma. E’ spesso ospite dei più qualificati programmi culturali sia radiofonici che televisivi.

“Limes”, periodico mensile dal 2103,  nasce  dopo il crollo del Muro di Berlino in un periodo caratterizzato da straordinari cambiamenti dal punto di vista geopolitico, si basa sull'incrocio di competenze e approcci diversi e si occupa dei grandi temi di attualità internazionale. Alla rivista collaborano studiosi (storici, geografi, sociologi, politologi, giuristi, antropologi) e decisori (politici, diplomatici, militari, imprenditori, manager).

Nel gennaio scorso Lucio Caracciolo che annunciato ai media  di aver dato vita a una scuola di formazione geo-politica finalizzata a fornire validi orientamenti e concrete competenze alla parte non contaminata della classe dirigente e soprattutto a delle giovani leve su cui sperare per rifondare il Paese.

L’iniziativa aspira a inaugurare una nuova strategia formativa traguardata su nuovi presupposti e solidamente fondata su un immenso patrimonio di conoscenze, analisi ed esperienze che coincide con la vita della rivista Limes, diventata un punto di riferimento costante per le analisi più avanzate della realtà contemporanea.

L’impostazione metodologica della scuola è illustrata sul sito: https://scuoladilimes.it/

Con questa intervista realizzata il 16 giugno 2021 si intende iniziare una serie di conversazioni con intellettuali,  esperti e pensatori impegnati nell’aprire nuove visioni ed orizzonti - donne e uomini abituati a stare a PRUA -   utili ad orientare docenti e formatori nel mondo che cambia.

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LS:  Professore, la ringrazio per la disponibilità a conversare con i lettori de “Le nuove frontiere della scuola”. Prima di addentrarci tra i temi specifici, vorrei iniziare con una domanda di attualità politica:

Sta suscitando un ampio dibattito l’ emendamento proposto dall’Opposizione al decreto legge n. 44/2021 sui concorsi pubblici, che equipara la laurea magistrale in scienza delle religioni alla laurea magistrale in scienze storiche, scienze filosofiche e in antropologia culturale ed etnologia: una condizione che, se approvata in via definitiva, potrà permettere ai laureati in Scienze delle religioni di potere insegnare Italiano, Storia e Geografia nella scuola media, Storia e Filosofia nei licei e anche Italiano e Storia negli istituti tecnici. Cosa ne pensa ?

LC “La disattenzione tutta italiana verso le discipline storiche è figlia di un’ideologia dell’”eterno presente” che ha destoricizzato le altre scienze e perfino l’economia  preferisce affidarsi a numeri ed a algoritmi, dimenticando che la storia è controversa e non può essere soggetta all’essenzialismo e alla semplificazione. Siamo davanti ad una crisi della pedagogia nazionale che sovente trascura intere fasi storiche; si pensi alla storia del risorgimento nazionale che trova maggiore attenzione tra gli studiosi stranieri rispetto agli italiani e ciò vale anche nell’Università. In merito alla domanda posta, nutro perplessità poiché, prima di estendere ai docenti di storia delle religioni spesso nominati dai vescovi cattolici nello spirito del Concordato e della religione di stato,   la facoltà di insegnare la disciplina negli Istituti superiori occorre un profondo ripensamento delle modalità di apprendimento e di insegnamento della storia attraverso nuovi percorsi per gli insegnanti.” 

Federico Chabod affermava che l’idea di Europa si è andata formando come pensiero che fa della libertà politica il suo perno e della partecipazione democratica la sua forza, concetto quanto mai lontano dall’etica del fascismo. Questa forma mentis trae origine da una visione di contrapposizione tra la via ellenica della libertà e della scelta politica versus la mentalità asiatica della sottomissione al sovrano tiranno, e quindi dalla contrapposizione tra Europa e Asia. In una fase in cui l’Unione Europea,  sempre più autonoma rispetto agli Stati Uniti,  sembra finalmente aspirare ad un’inedita identità “politica”   che inevitabilmente la porterà a scelte, non più soltanto economiche, nei confronti del vicino e del lontano Oriente dove prevalgono ancora stati autoritari e concrete manifestazioni di imperialismo, assisteremo ad uno “scontro di civiltà”  o si riuscirà a raggiungere un qualche equilibrio geo-politico,  sul modello degli anni della Guerra Fredda?

 L’Unione Europea è ancora oggi l’esito dell’impostazione voluta dagli Stati Uniti dopo la fine della seconda guerra mondiale; essa è ancora lontana dall’elaborazione di un modello identitario autonomo e percepito come tale anche al proprio interno. Nel suo rapporto con l’Oriente dove lo spirito e le istituzioni democratiche si presentano in un ampio e multicolore ventaglio si ha la sensazione che più che di scontro di civiltà si possa parlare di categorie polemiche legate a fatti, eventi ed interessi che nulla hanno a che fare con un confronto storico filosofico tra modalità diverse di evoluzione sociale. Ancora una volta il presente prevale rispetto alla storia e appare molto lontano un confronto mirante a delineare un modello pur minimo di adesione condivisa ai valori delle democrazie occidentali. Peraltro tale difficoltà si rispecchia anche  nell’azione più formale che sostanziale delle iniziative delle Nazioni Unite al riguardo.

Vladimir Putin si è ormai assicurato costituzionalmente  il potere “ a vita” ed ha preso il posto di Donald Trump,  che pure non è scomparso dalla scena, quale riferimento unico dei sovranismi e delle “democrature” europee. In considerazione delle prossime politiche economiche dell’Unione Europea, dell’apertura più esplicita ai flussi migratori  e della diffidenza di molti paesi a restare o ad entrare nell’area euro, prevede nuovi ingressi o dolorose uscite dall’Unione, proprio mentre il Regno Unito sembra star riflettendo sul proprio clamoroso errore ?

Più che l’affermazione di un’identità nazionale, Brexit ha fatto esplodere le contraddizioni interne del Regno Unito che rischia di lacerarsi nelle sue parti a vocazioni più tradizionalmente autonomistiche come la Scozia, il Galles e la stessa Inghilterra.Per quanto riguarda i paesi cosiddetti del gruppo di  Visegrad (Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria ndr) la sua storia è trentennale,   mentre l’adesione all’Unione Europea è avvenuta nel 2004 con indubbi vantaggi per l’economia di quei paesi ampiamente sostenuti dalle politiche di supporto. Il gruppo al proprio interno presenta posizioni molto diverse in merito ai rapporti con Mosca che vede la Polonia molto cauta e al green deal circa la neutralità ambientale entro il 2050 condivisa dalla Slovacchia  e non dagli altri tre partners.

Le periodiche frizioni che si registrano con Bruxelles hanno lo scopo di fare massa critica per  scopi più opportunistici  che identitari e mirano, oggi più di ieri, a far sì che gli aiuti economici rimangano costanti. L’Unione, infine, non ha alcuno strumento di pressione per modificare le politiche avverse ai migranti anche a motivo dei cospicui interessi economici che la Germania possiede in quei territori. Altra questione riguarda invece i paesi cosiddetti “frugali” nell’area scandinava dove le radici culturali, la tradizione profondamente calvinista e una qualche autonomia economica potrebbero portare in futuro ad un’uscita dall’Unione.

Il Partito Comunista Cinese celebrerà a breve il proprio centenario in una rinnovata logica del “grande balzo in avanti” anticipato anche simbolicamente dal recente lancio missilistico Long March-5B che ha portato in orbita la stazione "Heavenly Harmony" . Due riferimenti molto espliciti alla storia imperiale antica e recente del Paese. Ci sarà presto anche una nuova Grande Muraglia ?

La Cina non ha alcun interesse a chiudersi dietro una qualche “grande muraglia”. Il suo è ormai un disegno espansionistico che segue canali economici e militari in un testa a testa con gli Stati Uniti che durerà per anni. Una vera e propria estroflessione di se stessa che influenzerà i prossimi equilibri geo politici, con particolare riferimento all’area indo-pacifica e che, nonostante le roventi polemiche circa l’atteggiamento tenuto in merito alla secretazione delle notizie circa la pandemia da Covid 19 e alla violazione di diritti umani nei confronti del popolo degli Uiguri, non pare abbia avuto battute di arresto nei rapporti economici e finanziari nell’ambito del WTO né rallentato la massiccia attività di export.

Il presidente Biden sa bene di non potere sostenere contemporaneamente due fronti ed è stato molto esplicito con la Russia di Putin. Secondo il suo parere, alla fine troverà nella Cina di Xi Jinping un interlocutore o un potente antagonista ? Sarà l’Isola di Taiwan il casus belli per un più aspro confronto ?

Il confronto tra USA e Federazione Russa sa più della scelta di Biden di poter disporre di un nemico “necessario”  ma non è paragonabile a quello con la Cina in cui è in palio la leadership mondiale. Se la minaccia di annessione dell’isola di Taiwan dovesse diventare esplicita e concreta, gli Stati Uniti non esiterebbero a rischiare il conflitto aperto in un’ area strategica che diventerà sempre più ad elevata tensione. Ne andrebbe della loro credibilità internazionale e potrebbe segnarne il declino agli occhi del mondo. Per molto meno i presidenti americani, sia democratici e che repubblicani,  non hanno esitato ad intervenire militarmente in passato in altre zone del pianeta.

Dopo alcune  meteore,  da Greta Thunberg, a Luiz Inacio  Lula ad Aung San Suu Kyi, sembra che la leadership spirituale di Papa Francesco sia rimasta da sola a giganteggiare sul Pianeta e l’Enciclica “Fratelli tutti”  il manifesto per una nuova Umanità in cerca di riconciliazione con se stessa e con l’ambiente, in piena sintonia con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.  Eppure,  nei paesi dell’ Est europeo con maggior tasso di pratica religiosa, si affermano governi autoritari, poco sensibili ai diritti umani e decisamente ostili all’accoglienza dei migranti.

Ritiene che la Chiesa Cattolica abbia raggiunto un punto di non ritorno o, visto il disagio presente  in alcuni rilevanti episcopati,  sono ancora possibili rischi di arretramento che influiranno sulla scelta del prossimo Pontefice?

La Chiesa Cattolica non è più universale. Le Chiese nazionali di fatto si autogovernano e assumono scelte dottrinali e di politica sociale a volte molto diverse e contrastanti. I pontificati di Giovanni Paolo II e di Francesco hanno di fatto spostato il focus del messaggio apostolico dal mondo intero ai paesi di cui sono stati espressione. Il primo rimase polacco e tradizionalista,  il secondo indulge ad un certo populismo dal sapore vagamente peronista.  Si avverte la mancanza da quasi mezzo secolo di un papa italiano,  intendendo con tale espressione una personalità dalla visione  più universalistica e dal carisma spirituale che vada oltre il tempo presente. La fondazione “romana” del ministero petrino non fu occasionale né casuale. Essa ha a che fare con la missione affidata alla Chiesa di guidare il cammino dei propri fedeli sul sentiero di valori non opinabili e la conversione di chi non lo è nell’ottica di un’escatologia che ingloba e supera la risoluzione dei problemi temporali che tocca ai governanti analizzare, affrontare e risolvere dove possibile. Confondere i due piani non fa bene alla Chiesa cattolica e ne relativizza il messaggio, ponendolo alla pari con altre visioni del mondo e riducendone l’unicità spirituale.

Il compianto Luigi Luca Cavalli Sforza  amava ripetere che “tutto viene dall’Africa”. Le mappe della storia, a cui la rivista che lei ha fondato e dirige ha sempre riservato una grande attenzione che ha fatto scuola tra gli storici e i commentatori internazionali, hanno per decenni considerato privo di una specifica identità il continente africano, oggi ulteriormente piegato dalla pandemia. Il tribalismo dell’era post coloniale e l’inconsistenza dell’ Unione Africana continueranno ad essere falle significative  di cui approfitteranno i protagonisti del neo imperialismo? Trova che l’asse Draghi/Macron nel quadro del G20 possa inaugurare una nuova responsabilità verso l’Africa che vada oltre il semplice superamento del “complesso di colpa” dell’Occidente?

L’Africa è stata completamente de-storicizzata. Oltre ogni retorica, essa è il nuovo campo di gioco delle grandi potenze che continueranno a disputarsene le risorse anche nei pochi casi di poteri locali più virtuosi. La Cina vi ha già allocato investimenti colossali, gli Stati Uniti faranno anch’essi la propria parte per non essere da meno. Tra gli stati europei, la Francia sembra la più interessata a mantenere vivo e costante un rapporto  strategico e culturale con i paesi francofoni con l’occhio anche alle migliori risorse umane di cui assicurarsi in patria il contributo. Nonostante le dichiarazioni ufficiali, l’Italia ha a cuore i propri interessi nel campo energetico in nome dei quali dichiara di voler ricoprire un ruolo anche in altri campi che però non è in grado di sostenere. E’ superfluo aggiungere che i flussi  migratori nell’area del Mediterraneo continueranno, più o meno distribuiti nei Paesi dell’Unione che rimangono interessati al mantenimento di un’armata industriale di riserva a fronte dei fenomeni di denatalità che li affliggono e dell’invecchiamento della popolazione.

La catastrofe sanitaria ed economica  nel sub continente indiano dove l’India rappresenta la più grande democrazia del mondo,  mette in pericolo la tenuta di quel paese anche a motivo del progressivo abbandono della tradizionale politica di “non allineamento” che ne connotò i primi anni dell’indipendenza. Il tracollo dell’Unione Sovietica  e il successivo avvicinamento tra il presidente Narandra Modi e il premier Shinzo Abe  nel 2017 hanno aperto una nuova stagione.  

Mentre sotto l’egida di Joe Biden sembra rinnovarsi lo spirito del  Quadrilateral Security Dialogue, assieme agli Stati Uniti e all’Australia, il medesimo  è stato tacciato da Pechino come strumento di contenimento della propria leadership in Asia. Il Grande Gioco, raccontato da Peter Hopkirk,  avrà ora come nuovo scenario l’Oceano Indiano ?

L’area dell’Oceano Indiano e del Pacifico è da considerare come un unico teatro in cui gli Stati Uniti convocheranno i propri alleati in una rinnovata concezione di quella che fu la NATO, istituita in funzione antisovietica e contrapposta al Patto di Varsavia. Si tratta di una prospettiva molto temuta dalla Cina che si troverebbe davanti una potenza militare e di intelligence mai vista sul pianeta sotto un’unica guida. Lo sforzo economico per contrastarla potrebbe avere effetti sulla propria transizione sociale ed economica paragonabile a quello che mise in ginocchio l’Unione Sovietica nella corsa allo scudo spaziale alla fine degli anni ’80, creando le premesse per l’implosione del comunismo europeo.

Grazie per aver fatto insieme il giro del mondo. Vorrei concludere questa conversazione tornando alla scuola italiana dove l’insegnamento della storia, per tacere della geografia,   si riduce ad un paio di ore settimanali, spesso non viene trattata la contemporaneità e la materia non sembra essere in testa alle preferenze degli studenti. Nell’Università la maggior parte dei corsi di laurea non prevede questo insegnamento, se non scelto come materia facoltativa,  come se qualsiasi professione nell’era della globalizzazione  possa prescindere dalla conoscenza delle dinamiche del mondo. Non crede che l’approccio geo-storico-politico, su cui peraltro si fonda la nuova scuola di Limes rivolta ai manager pubblici e privati e che tanto è stato apprezzato dalla stampa italiana ed internazionale,    debba trovare uno spazio maggiore,  estendendone l’incidenza in ogni fase dell’ istruzione e contribuendo a rivedere radicalmente la formazione dei docenti al riguardo?

Non posso che ribadire quanto ho già risposto in merito al ruolo che l’insegnamento della storia ha nella formazione della classe dirigente chiamata a muoversi in un mondo globale il cui presente non può essere compreso se non in rapporto al passato per prefigurarne il futuro. L’iniziativa promossa da Limes ha i limiti di una proposta privata rivolta ad una platea limitata mentre qui siamo davanti alla necessità di un complessivo ripensamento dei percorsi formativi scolastici, universitari ed oltre. Una riforma che chiama in causa anche altre discipline il cui valore appare troppo sottovalutato quali appunto la geografia ma anche l’insegnamento del greco e del latino a cui, paradossalmente, è assegnata ben altra attenzione fuori dall’Italia. Il tutto mentre da qualche parte si pensa di ridurre di un anno l’istruzione secondaria di secondo grado.

E’ ipotizzabile una convenzione tra la Scuola di Limes ed i Ministeri dell’Istruzione e dell’Università per dare il necessario impulso ad una  selezionata partecipazione ai corsi in specie da parte dei docenti italiani, da riconoscere in termini di titoli professionali ?  

Posso manifestare la mia personale disponibilità circa la prospettiva da Lei delineata. Tuttavia sarebbe ben poca cosa in assenza di un complessivo ripensamento di quella pedagogia nazionale a cui ho fatto riferimento in premessa.

Grazie Professore, speriamo di averla presto nuovamente sulle pagine della nostra rivista.


(L'intervista è stata pubblicata nel numero di ottobre 2021 dalla rivista quadrimestrale  "Le nuove frontiere della Scuola" diretta da Salvatore La Rosa, NdA)

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  (*)  Palermo 1956. Di formazione filosofica, economica e scout, ne ha declinato i valori nell’ambito delle analisi strategiche, delle dinamiche del cambiamento e dello sviluppo delle risorse umane, secondo gli indirizzi di Humanistic Management. Ha ricoperto incarichi di responsabilità e di consulenza presso Istituti di Credito e società multinazionali e ha rivestito cariche istituzionali negli anni ‘90 durante la Primavera di Palermo e nei recenti anni 2000. Ha insegnato nei licei, nelle Università di Palermo, di Messina e di Macerata e presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione. Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, collabora con riviste specialistiche e con quotidiani online. Dal 2020 è presidente dell'associazione senza scopo di lucro P.R.U.A. (Progetto Risorse Umane per l'Autonomia), fondata a Palermo nel 2001.