05 dicembre, 2021

Omaggio a Walt Disney. L'articolo della domenica.

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 Il ritorno di Topolino

 di Luigi Sanlorenzo

 

L’Italia somiglia sempre di più alla città immaginata da Walt Disney quale scenario per il suo più famoso personaggio, ormai quasi centenario. Sembrano esserci tutti: la truce Banda Bassotti, la mediocre quanto confusionaria Minerva detta Minnie,  sempre in attesa di convolare a “giuste” nozze da celebrare nel Palazzo, il commissario Basettoni, bonario quanto inefficace detective; non mancano quell’amico Pippo che tutti abbiamo avuto, i terricoli quanto imbranati  Orazio  e Clarabella  e l’inquietante Macchia Nera.

Solo da poco è arrivato  Topolino, mente ed azione che mettono ordine nel caos morale di una società cresciuta troppo in fretta e spesso esposta a tutte le contraddizioni. In compenso,  c’è stato Lupo, l’ avvocato che tentava di impadronirsi dell'eredità di Minnie, con l'aiuto del suo scagnozzo Pietro Gambadilegno,  ma senza disdegnare di allearsi con chicchessia per raggiungere il proprio scopo. Una metafora senza tempo che tipizza ciò che accade quanto la razionalità scompare dalle azioni degli uomini, lasciando il posto all’ ambiguità,  quando non all’imbroglio.

La straordinaria invenzione del topo antropomorfo venne,  come sempre nel sogno americano, ad  uno squattrinato Walt Disney   e fu concepita in una rimessa, dove insieme al coetaneo Ubbe Eert Iwwerks, più noto come Ub Iwerks,  si rifugiava la sera alla ricerca di nuovi personaggi Ma, cosa avranno questi garage americani dove,  dietro pile di pneumatici,  latte d’olio lubrificante  e rottami vari considerati preziosi quanto improbabili  ricambi, si annida, insiemi a topi ispiratori e a mele smozzicate,  il genio dell’immaginazione creativa ?

Così ne riporta il racconto Kathy Merlock Jackson in Walt Disney: Conversations, Jackson, University Press of Mississippi, 2005: « (I topi) erano soliti lottare per le briciole nel mio cestino dei rifiuti, quando lavoravo da solo fino a tarda notte. Li presi e li tenni in gabbiette sulla mia scrivania. Mi affezionai particolarmente a un topo domestico marrone. Era un piccoletto timido. Toccandolo sul naso con la matita, lo addestrai a correre all'interno di un cerchio nero che avevo tracciato sul mio tavolo. Quando me ne andai da Kansas City per tentare la fortuna a Hollywood, mi dispiacque lasciarlo. Così lo portai in un cortile, facendo attenzione che fosse un bel quartiere, e il piccoletto domato corse verso la libertà.»

In un bel cameo Frank Darabont, omaggia Disney con la citazione di un altro topo nel film Il Miglio verde (The Green Mile)del 1999, ispirato all’omonimo romanzo di Stephen King. L’immenso Tom Hanks condivide il destino con il topo immortale Mr. Jingles, appartenuto al condannato Eduard Delacroix e miracolato dal gigantesco  John Coffey,  interpretato dall’indimenticabile Michael Clarke Duncan. Ma i ratti non erano estranei nella grande letteratura americana già dal tempo di Uomini e topi,  il  romanzo dello scrittore statunitense John Steinbeck,  pubblicato a Londra nel 1937 e tradotto in italiano da Cesare Pavese l'anno successivo per Bompiani, una delle più drammatiche ricostruzioni della grande crisi del 1929 durante la quale crebbe Walter Elias Disney.

Walt  nacque il 5 dicembre  1901 a Chicago,  quarto di cinque figli di Flora Call e del proprietario terriero Elias Disney; il padre era di discendenza inglese e precedentemente francese (d'Isigny), la madre di discendenza tedesca. Cominciò a frequentare la scuola elementare di Marceline nel Missouri  solo all'età di otto anni, in modo da andarci con la sorella. La fattoria di famiglia fu venduta nel 1909 poiché il padre si ammalò e non poté più farsi carico dei lavori. 

La famiglia visse in affitto fino al 1910, quando traslocarono a Kansas City per ricongiungersi con i fratelli maggiori di Walt, Herbert e Raymond. Walt e suo fratello Roy lavorarono nel tempo libero nell'impresa paterna di distribuzione di giornali per contribuire alle spese della famiglia. Secondo gli archivi della scuola pubblica regionale di Kansas City,  seguì i corsi della scuola secondaria di Benton dal 1911 e si diplomò l'8 giugno 1917. In quegli anni fu scartato dal giornale Kansas City Star come fumettista perché considerato senza fantasia. Contemporaneamente si iscrisse a uno dei corsi dell Art Institute of Chicago. 

A sedici anni lasciò la scuola e si impegnò come autista volontario di ambulanze durante la prima guerra mondiale,  dopo aver modificato, con l'aiuto di un amico, la data di nascita indicata sul passaporto in modo da poter essere reclutato. Fece parte della divisione delle ambulanze della Croce Rossa statunitense in Francia fino al 1919, come Ernest Hemingway  in Italia che  ai piedi del Monte Pasubio ambientò A Farewell to Arms (Addio alle armi) pubblicato in Italia per la Collana "Le Najadi" da Jandi Sapi, Roma,  soltanto nell’aprile del 1945.

 Tornato negli Stati Uniti, Walt  cominciò a cercare lavoro. Aveva sempre voluto realizzare dei film e si era pure candidato per lavorare per Charlie Chaplin. Trovò un'occupazione presso l'agenzia pubblicitaria Pesman-Rubin Commercial Art Studio, per la quale si occupava del programma settimanale del Newman Theatre, percependo 50 dollari al mese.

Fallimenti e incomprensioni  precedettero i clamorosi successi nel nascente mondo di Hollywood di cui diventò presto un protagonista. La consacrazione avvenne nel 1932 con il primo Premio Oscar  come miglior cortometraggio d'animazione. Lo stesso anno ricevette anche l' Oscar Onorario per la creazione di Topolino, la cui serie nel 1935 diventò a colori. Disney lanciò presto altre serie che ruotavano attorno ai personaggi di Paperino e Pluto. Contemporaneamente,  autorizzava la commercializzazione di altri prodotti derivati,  come i fumetti di Topolino pubblicati anche all'estero, tra cui l'Italia dove una serie dedicata al personaggio esordì nel 1932. Il 14 settembre 1964 il presidente Lyndon B. Johnson gli conferì la più alta onorificenza civile: la "Medaglia presidenziale della Libertà"  per lo straordinario contributo dato anche durante lo sforzo bellico.

La sua intera vita, conclusasi prematuramente nel 1966, fu un inno al sogno americano di cui nutrì gli ideali, portando sulla carta prima e poi sullo schermo le caratteristiche principali della società liberale, e statunitense in particolare,  per oltre mezzo secolo. Disney concepì decine di personaggi noti in tutto il mondo ma è Topolino, il suo capolavoro e di ciò mi occuperò in questo inusuale, spero gradito, articolo di una  domenica in clima natalizio.

 

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Dal garage  in cui era stato concepito nel 1928, il topo iniziò la sua corsa nel mondo, accompagnando i ragazzi americani dalle spiagge del D-Day alla giungla del Mekong e indimenticabili restano le immagini finali del film Full Metal Jacket del 1987 diretto da Stanley Kubrick,  in cui un plotone di marines  reduci da una sanguinosa battaglia tra le rovine di Hue, marcia nel tramonto, cantando, come eroi bambini, il peana del topo della propria infanzia.

Così  ha scritto, insieme a Edmondo Berselli,   l‘indimenticato amico e maestro  Vittorio Zucconi che tanto ci manca,  in un pezzo cult su Repubblica del 12 ottobre 2008 intitolato La doppia vita di Topolino che compie 80 anni : "Sulle rovine di una città frantumata dalla oscenità di una guerra che ancora oggi imprigiona la coscienza di una nazione, marciando nelle vie della antica capitale vietnamita di Hue strappata dopo giorni di sangue ai nordvietnamiti, i marines sopravvissuti, lentamente, dolcemente, come bambini spaventati che cantano da soli a letto per non precipitare nel buio della notte, intonano nel finale di Full Metal Jacket l' inno che li salverà dall' orrore di ciò che hanno vissuto. 

Non l' inno nazionale con la bandiera a stelle e strisce, non il canto di battaglia dei marines con le glorie di Tripoli e Montezuma, non America the Beautiful, un salmo religioso o un pezzo di acid rock. Stanley Kubrick fa cantare loro il salmo dell' innocenza americana, l' inno del club di Topolino, M-I-C-K-E-Y-M-O-U-S-E. Quei ragazzi coperti sangue e di polvere non avevano combattuto per la libertà contro il comunismo, per Johnson contro Ho Chi Minh, ma per salvare un topo immaginario creato nel 1928 da un immigrato irlandese che non era riuscito neppure a prendere il diploma di liceo."  

Ciao Vittorio, riposa in pace, se puoi, “sul lato fresco del cuscino.”

Tra le città immaginarie Topolinia è infinitamente più famosa e popolare della Repubblica di Platone, della Città del Sole di Tommaso Campanella, delle Città Invisibili di Italo Calvino, della Uqbar di Jorge Luis Borges, di Macondo di Gabiel Garcia Marquez.   Del suo principale abitante ha scritto Umberto Eco in decine di saggi e grande è la ricorrenza dei temi disneyani nel  romanzo La misteriosa  fiamma della regina Loana,  pubblicato da Bompiani nel 2004. Un libro sulla memoria perduta e ritrovata, illustrato con le immagini dei libri per ragazzi che formarono la base di una cultura onnivora e potente a cui nei momenti di smarrimento non possiamo non ricorrere, sempre stupiti e mai abbastanza riconoscenti.

Della Topolinia di cui nè Umberto Eco né Vittorio Zucconi potranno mai più scrivere, tocca a ben più misera ma volonterosa penna, si parva licet, di  rintracciare, in questa circostanza,  le analogie con la società italiana in cui ritroviamo i tanti vizi e le poche virtù che abbiamo imparato a riconoscere grazie ai disegni di Disney, immortali perché universali, classici perché archetipi della natura umana nelle sue molteplici e prevedibili manifestazioni.  Interpretando correttamente il pensiero di Giambattista Vico, non è infatti  la Storia a ripetersi,  quanto piuttosto i comportamenti degli umani quando, come sovente accade, non fanno memoria dei propri sbagli e ricadono negli errori che la loro natura  induce a compiere,  quando ad essa e non alla ragione è dato il compito di guidarne le azioni.

Topolinia, dunque, metafora della società moderna in cui la lotta tra il bene e il male è mediata dalle Istituzioni che hanno il compito di fare barriera verso i crimini contro la legge e quelli ancor più gravi contro l’intelligenza. Esse tuttavia non possono esplicare la propria efficacia se non sotto la guida della Politica cui spetta il primato delle idee e il conseguente  indirizzo degli interventi verso la società. Nell’Italia di oggi è esercizio non arduo rintracciare alcune analogie che in forma di apologo sono presenti nei personaggi dell’epos disneyano.

Topolino è sempre in lotta contro due principali nemici: l’avidità e l’imbroglio,  connessi dalla stupidità dei rispettivi autori che, non a caso, finiscono sempre per fare una magra figura o una cattiva fine, mai truculenta ma educativa quanto basta per i lettori.

E’ il caso della Banda Bassotti. Arruolati di volta in volta da Gambadilegno, dall’avvocato Lupo o complici di Macchia Mera, concepiscono disegni ingegnosi, a loro dire, per svaligiare banche, svuotare gioiellerie, impadronirsi di tesori nascosti di cui proditoriamente hanno ottenuto la mappa. Talvolta sono sospinti da Nonno Bassotto. Ladro di grande esperienza ed ex galeotto, è un vecchietto arzillo  che ha sempre pronto un buon suggerimento per “aiutare” i nipoti  a escogitare piani di ogni genere. Rude e brontolone, non perde però occasione per fare sfuriate quando falliscono un colpo. I nipoti lo seguono sempre anche quando fanno pubblica professione di autonomia, buona solo ad ingannare gli allocchi cui di volta in volta si accompagnano, travestiti ma  non troppo,  perché l’indelebile mascherina nera ne tradisce l’identità.

Sulle loro tracce,  il commissario Basettoni e l’ispettore Manetta, detectives ingenui e sprovveduti che ricordano l’ispettore Lestrade di Scotland Yard,  tratteggiato da Arthur Conan Doyle come capro espiatorio degli insuccessi cui solo Sherlok Holmes e il deuteragonista Dottor Watson porranno rimedio, risolvendo brillantemente i casi nel cui buio essi invece brancolano. Sono l’immagine di una burocrazia ottusa atta ad obbedire anche agli atti più palesemente insulsi che la politica impone loro. Spesso si difendono esercitando l’antica pratica dell’ atarassia (dal greco anticoἀταραξία, assenza di agitazione, tranquillità)  ovvero con la sospensione di ogni azione che possa arrecare loro danno o disturbo futuro.  Sono consapevoli che, a differenza dei politici che passano, essi restano e spesso pagano di tasca propria. 

Da qui l’immobilità che Democrito descrive come condizione ideale per contrastare il continuo cozzare degli atomi. Imperturbabili “culi di pietra” assistono all’ascesa e alla caduta di intere generazioni di politici, cui mostrano deferente ossequio, finchè sono al potere.

Pietro Gambadilegno è il nemico principale di Topolino. Il personaggio in forma di orso antropomorfo   è dotato di due “spalle” Sgrinfia e Ciccia, spesso indossa curiose bluse ma ama soprattutto gli orpelli da capitano di una nave. Un po’ patetico e sempre destinato al fallimento,  Gambadilegno non sembra agire per cattiveria ed a qualcuno risulta pure simpatico - "uno di noi" (sic!) -  per lui e la comunità criminale di Topolinia il furto è un lavoro come gli altri nonché una tradizione di famiglia. Nonostante gli insuccessi,  sembra condannato a ripetere sempre gli stessi errori e non fa alcuno sforzo per migliorarsi,  seppur negli intenti criminali. Può essere il campione di quanti in piccolo o grande formato,  furbetti di ogni calibro e  mariuoli di eri di oggi,  considerano la comunità sociale ed economica come un pollaio dove trovare sempre la vittima designata, finendo spesso presi “con le mani del sacco.”

Ben più pericoloso è Macchia Nera, un criminale che agisce in genere nella città di Topolinia motivato soprattutto dal desiderio di potere e di gloria. Solitamente "lavora" solo, oppure a capo di una banda i cui componenti non sono personaggi ricorrenti e appaiono soggiogati alla sua persona, e spesso compaiono solo in una storia. A differenza di Gambadilegno, è straordinariamente intelligente, furbo, sfuggente, ma comunque infido, malvagio, crudele, arrogante e troppo sicuro di sé. Spesso firma i suoi messaggi con una macchia d'inchiostro e, essendo un "genio del male", è in grado di costruire ogni sorta di armi e dispositivi tecnologici per realizzare i suoi progetti. 

Ama utilizzare l'inganno e la manipolazione per raggiungere i suoi scopi, e spesso ha ordito piani per piegare altri personaggi al proprio volere.

Lupo è un avvocato mellifluo e privo di scrupoli che, presentandosi come uomo elegante e dal parlare forbito, tenta di impadronirsi con mille cavilli  dell'eredità di Minnie, con l'aiuto del suo mentore Pietro Gambadilegno. Nonostante il nome italiano, il personaggio non è un lupo: sembra essere un altro canide. Le orecchie indicano che non è un ratto o una donnola, come è stato scritto da alcuni fan della Disney. In occasione della ripubblicazione delle storie a strisce nella collana Gli anni d'oro di Topolino nel corso del 2010, il personaggio è stato ribattezzato Silvestro Lupo.

Talvolta anche gli amici di Topolino si rivelano fonte di guai. Lo svanito Pippo, il candido Orazio e la scialba Clarabella, sprovveduti contadini del Mid-West, cadono spesso vittima di raggiri, equivoci e tentativi di rapimento finalizzati a ricattare Topolino o ad attirarlo in trappole tese su antichi colli. Rappresentano la credulità della parte sociale meno attrezzata culturalmente e preda del pettegolezzo sui social o su trasmissioni a ciò espressamente dedicate che fanno leva su sentimenti ed emozioni per distrarre dalle questioni vere. Sono elementi da non sottovalutare perché numericamente più rilevanti e spesso in grado di determinare il successo di quanti ne hanno condizionato il pensiero, seminando disinformazione, paura e insicurezza.

Veri amici Topolino ne ha pochi, come si conviene al lone wolf, l’eroe americano per eccellenza. Minnie e Pluto sono tra questi e hanno il compito di riportare l’eroe alla realtà quando rischia di uscirne. Minnie fa onore al suo nome completo, Minerva e, in attesa di più stabile e formale collocazione nel cuore dell’amato, lo accudisce periodicamente ma senza spingersi ad alcuna forma di convivenza, impensabile nell’America del tempo ed estranea al carattere del suo idolo. 

Topolino ne sostiene ed incoraggia le ambizioni,  rivelandosi anticipatore rispetto al modello domestico imperante negli Stati Uniti fino agli anni ‘60 e straordinariamente reso dall’ attrice Julia Roberts nel film  Monna Lisa Smile diretto nel 2003 da MikeNewell. Pluto, cane pasticcione ma fedele, gli fa compagnia, talvolta insieme  a Pippo,  nelle rare occasioni di pesca, sport solitario di cui Topolino è appassionato. Per lui niente vacanze su spiagge affollate o in locali alla moda ma meditabondi pomeriggi sulle rive di un fiume,  in attesa che il pesce esponga il proprio lato debole e si lasci catturare.

Fino ad oggi  il Nostro ha avuto un alleato formidabile, un deus ex machina, che interviene nelle condizioni disperate in cui il “margine di manovra” del Topo risulta insufficiente e merita un doveroso quanto inappuntabile endorsement.

Si tratta di Eta Beta, abbreviazione pratica del nome completo ed evocativo  Luigi Salomone Calibano Sallustio Semiramide, in originale Eega Beeva. Il personaggio venne ideato da Bill Walsh e Floyd Gottfredson. In Italia la storia  venne  pubblicata sui primi 5 numeri di Topolino della Mondadori nel 1949 con il titolo di Topolino e l’uomo del 2000.

Nell’'esordio, il luogo da cui proviene Eta Beta è volutamente avvolto nel mistero: Topolino lo incontra, come se fosse apparso dal nulla, nelle profondità di una spettrale caverna dove in passato si sono verificate diverse sparizioni di persone; ma oltre che provenire da un ipotetico mondo sotterraneo, è come se Eta venisse anche dal futuro, precisamente dall'anno 2447 d.C. come attesta il suo enorme orologio da taschino (si noti che la data segnata dall'orologio era esattamente 500 anni dopo quella in cui è ambientata la vicenda, il 1947), o comunque da un luogo dove il tempo scorre più velocemente. 

Inizialmente compare con indosso un piccolo gonnellino nero e con un fisico decisamente asciutto, piedi e mani grandi e un testone a forma di pera (proprio come si pensa che sarà l'uomo del futuro); più tardi se ne addolciscono i lineamenti, realizzando una testa dalla forma più ellittica. Eta possiede incredibili prerogative: non proietta la propria ombra, è dotato di grande forza fisica (nonostante l'esile corporatura), ha limitate capacità di precognizione e telepatia  (poteri che vengono meno quando è raffreddato) ed è completamente privo di scheletro.

Ha, inoltre, strani gusti alimentari: nelle storie originali americane, si nutre di cubetti di ghiaccio, piume di piccione e mandarini cinesi sottaceto che nella versione italiana vengono sostituiti da palline di naftalina. Nel parlare, antepone molto spesso alle parole che iniziano per consonanti la lettera 'P', per cui ad esempio una normale parola come "tavolo" viene da lui pronunciata "ptavolo"; anche se normalmente lo si considera un banale difetto di pronuncia connaturato al personaggio, è vero che tutti gli individui del futuro parlano allo stesso modo: nella storia Pippo e il futuro troppo comodo (2001) viene spiegato che nel futuro i robot hanno portato la gente a impigrirsi, e per arginare il fenomeno ci si è costretti ad anteporre la p alle parole per sforzarsi almeno nel parlare. 

Eta Beta dorme stando in equilibrio sui pomi dei letti o sulle stalagmiti e ha inoltre sviluppato un'allergia al denaro: egli non ne comprende il valore, così nella prima storia arriva persino a sgranocchiarlo, ma dopo aver visto gli effetti negativi che può avere sulle persone, facendo loro perdere la ragione, inizia a odiarlo e manifesta una vera e propria allergia. Le tasche del suo gonnellino hanno una capienza smisurata tanto che da esse riesce a estrarre all'occorrenza oggetti a non finire, anche di grandi dimensioni come motorini, elicotteri o imbarcazioni.

Se si considera che Eta Beta rappresenta lo stadio evolutivo dell'uomo tra cinquecento anni, è interessante notare come il misterioso popolo a cui appartiene risulta sì molto intelligente, ma anche in qualche modo regredito all età della pietra (così si spiegano l'abbigliamento succinto, l'iniziale incapacità di parlare e l'estraneità di Eta alle più semplici norme e convenzioni sociali che lo rende spontaneo, sincero e naif), e, riflettendo sul fatto che i suoi autori scrivevano nel periodo post-bellico, è come se il buffo personaggio suggerisse che, in seguito a immani disastri nucleari e ambientali, l'umanità dovrà prendere una naturale e più appropriata strada, sostenibile diremmo oggi,  per evitare di soccombere. 

Nonostante la sua semplicità, messa in luce dal carattere schivo e lontano da ogni culto di se stesso e del potere,  possiede in realtà una grande mente e, se vuole, è capace di realizzare invenzioni rivoluzionarie, la prima delle quali è l'Atombrello, un vezzoso ombrellino in grado di proteggere chi lo indossa da qualunque cosa, persino dalla bomba atomica, il peggior incubo del tempo.

Eta Beta è la riserva strategica di Topolino. L’ultima spiaggia, quella dell’evoluzione, su cui resistere prima che il mondo sia travolto dalla stupidità e dalla malvagità. Tragico come l’Übermenschn di Friedrich Nietzche, è un'immagine o figura metaforica che rappresenta l'uomo che diviene se stesso in una nuova futura epoca e che non va confuso con l’impropria traduzione italiana di Superuomo, fomite di tante sventure passate e presenti. Ma, al tempo stesso, è simpatico e visionario come il dottor Emmett Lathrop Brown, Ph.D. chiamato” Doc” di Ritorno al futuro (Back to the Future) il film del 1985 diretto da Robert Zemeckis e interpretato da Michael J. Fox e Cristopher Loyd che tante generazioni ha affascinato.

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Dopo anni di assenza, da qualche tempo Topolino è ricomparso, seminando con fermezza anglosassone la fiducia e la speranza nel futuro in una società disorientata, depressa e demotivata che stava per annegare nel protagonismo di leaders di cartapesta,  ma con in mano un potere pericoloso che non intendevano cedere, ad ogni costo. Un pericolo che potrebbe tornare se nel frattempo non riuscissimo a convincere Mickey Mouse a restare nella Topolinia che rischia di tornare a bruciare,  mentre i suoi antichi nemici le accendono intorno le micce fatali.

Quando, temendo che tutto fosse perduto,  ne vedemmo spuntare all’orizzonte  le orecchie ampie che sanno ascoltare e le zampe guantate di bianco pronte a mettersi all’opera, tirammo un respiro di sollievo ed ora occorre stare ben attenti a non farlo scappare di nuovo altrove, disgustato e deluso, verso aliena litora dove legittimamente molti lo attendono.

Faremmo il gioco di Macchia Nera che nell’ombra striscia verso di noi e questo allo zio Walt non piacerebbe affatto.


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Ed ora, godetevi il trailer del film "Saving Mr. Banks" del 2013 diretto da John Lee Hancock, con protagonisti Emma Thompson nei panni di Pamela Lyndon Travers - l'autrice di Mary Poppins - e uno straordinario Tom Hanks che interpreta Walt Disney. Buona domenica ! 








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 (*) Giornalista e saggista. Presidente Associazione PRUA

http://www.luigisanlorenzo.it/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




02 dicembre, 2021

Miniature 4

 


Scorrerie

Da quando c’è l’autostrada Palermo-Catania, le distanze tra queste due città si sono ridotte molto. C’è la possibilità, in giornata, di fare una capatina, per lavoro o divertimento, nell’altra città e di ritornare in serata a casa.

Palermo, ovviamente, è capoluogo di regione e questo comporta avere i palazzi del potere, dei soldi, della gestione mafiosa, di tutto ciò che può essere negativo, associato ad una contradditoria meravigliosa bellezza derivante da un luogo crogiolo di civiltà, arti, passioni.

Catania, è sempre stata, invece, il capoluogo industriale dell’isola; luogo dove l’imprenditoria ha sempre cercato di progredire, migliorare, produrre ricchezza e benessere.

A Catania, ad un certo punto, sono iniziate pericolose attività che una volta erano confinate a Palermo. Nacque così la battuta circolante a Catania: “A noi, c’ha rovinato l’autostrada…”.

Sarà mai possibile isolare il virus della mafia, oppure le autostrade rimarranno sempre veicolo di infezione e di pandemia?

 

Euristica

La mente vola via e acchiappa le prime informazioni che le vengono a tiro. Senza pensarci su due volte si risponde, si reagisce, si decide e il più delle volte, tranne quando si ha una decisa competenza in quella tematica, si sbaglia.  Le euristiche, quando non sono altro che escamotage mentali, portano spesso ad errori perché nell’incertezza delle informazioni non abbiamo voglia di approfondire, di verificare e di decidere con raziocinio, magari in maniera più lenta, più metodica, più regolata dal rischio che deriva da tale incertezza.

Sembra di vedere e rivedere scenari odierni, rappresentativi di nuclei ben numerosi di persone che decidono, sulla scorta di informazioni non verificate e non autorevoli, di non vaccinarsi, anzi di condurre battaglie per difendere le proprie posizioni e di cercare di convincere gli altri della bontà della propria posizione, pur sapendo di non essere competenti nella materia e di non volere sviluppare il proprio pensiero con lentezza e razionalità. La velocità e istintività degli atteggiamenti non favoriscono assolutamente l’apertura mentale tramite la quale, ascoltando e ragionando, magari si può arrivare ad una scelta migliore.

Peccato.

 

Vespri

I Vespri siciliani sono stati un momento importante della storia della Sicilia della fine del 1200. Una rivolta contro i francesi angioini che da Palermo si estese a tutta l’isola. Si dibatte ancora se tale rivoluzione sia stata di natura popolare o guidata da notabili siciliani, anche loro scontenti del regime imposto da Carlo d’Angiò. Ma questo poco importa. Durante la rivolta dei Vespri furono migliaia i francesi uccisi, in battaglia e non. E molti furono i siciliani che perirono in quella guerra che durò vent’anni.

I Vespri siciliani sono considerati oggi  (aprite un qualunque libro di storia) un fatto epocale di grande importanza e significatività. Ve li immaginate, oggi, dei nuovi Vespri? “Che vergogna: manifestare va bene, ma la violenza no. Perché rompere le vetrine delle banche, perché incendiare i cassonetti? Che schifo, a tutto c’è un limite e questa violenza è inaccettabile”.I tempi cambiano, ma la storia ci insegna poco, o nulla.

Compagni, dai campi e dalle officine, prendete la falce, portate il martello, scendete giù in piazza, picchiate con quello… oggi non si canta più.

 

222

Gridava la sua innocenza, ma nessuno lo ascoltò. La sentenza fu rapida e incontestata: due anni. Si convinse che ogni appello alla clemenza sarebbe stato inutile: non lo avrebbero ascoltato e sarebbe stata una ulteriore umiliazione da subire.

Non gli rimase che vedere tutta la sua biancheria contrassegnata da un numero di matricola: 222.  Canottiere, mutande, calze, camicie, pigiami: 222.  E due anni da far passare. Si decise di studiare, aveva una licenza media da prendere e, almeno, avrebbe fatto qualcosa di utile per sé e per il suo futuro. Magari, quel pezzo di carta gli sarebbe tornato utile: e così fece. Quando non era occupato nello studio, leggeva. Ovviamente, quello che gli capitava, non aveva mica tanta scelta; oppure giocava a pallone: un pallone si trova ovunque e qualche compagno con cui giocare, pure.

E due anni passarono. Non tanto in fretta, ma quei due anni da interno in un collegio salesiano passarono.

 



                                                                                                          vavinilbrutto (*)



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(*) vavin è lo pseudonimo di un autore noto al responsabile del blog


28 novembre, 2021

Perchè Omicron ?

Perchè “Omicron” ? Tra tante preoccupazioni, qualche curiosità.

rassegna a cura di Luigi Sanlorenzo

 

"L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stabilito che la nuova variante del coronavirus si chiamerà «omicron» e rappresenta una variant of concern su cui vigilare. “La designazione – spiegano gli esperti dell’Oms – implica che gli stati dovranno condividere le sequenze virali, segnalare i nuovi focolai all’Oms e studiare sul campo e in laboratorio l’impatto, l’epidemiologia, la severità e l’efficacia delle misure di salute pubblica”. Il nuovo ceppo spaventa epidemiologi e semplici cittadini in tutto il mondo, e ha già causato la sospensione dei voli dal Sudafrica e dagli altri stati della regione.

Ad individuarla per primi sono stati i sanitari della regione sudafricana del Gauteng, l’area di Pretoria e Johannesburg. I bollettini parlano di circa cento casi accertati più un migliaio in attesa di conferma. Altri sono stati individuati in Botswana, Israele, Belgio e a Hong Kong.

A preoccupare è la velocità con cui si sta allargando il focolaio del Gauteng, dove la omicron è stata isolata il 12 novembre.

Fino a pochi giorni fa, il Sudafrica aveva un numero bassissimo di nuovi casi, qualche centinaio su una popolazione simile a quella italiana. In una settimana, il numero di nuovi casi giornalieri è salito fino ai 2800 di ieri, per tre quarti concentrati nel Gauteng. Il sospetto è che le 50 mutazioni presenti nel ceppo omicron, di cui 30 sulla proteina spike con cui il virus aggancia le cellule, gli abbiano conferito una trasmissibilità superiore.

E che lo abbiano messo in condizione di reinfettare persone provviste degli anticorpi da malattia o da vaccino efficaci contro le varianti tradizionali. Tra i primi casi, in Botswana e a Hong Kong, figurano infatti persone pienamente vaccinate. Sarebbe lo scenario peggiore, tra quelli possibili: una nuova variante in grado di vanificare tutti gli sforzi fatti sin qui, di fronte alla quale sia la popolazione vaccinata che quella guarita risulterebbero vulnerabili.

Lo spavento è tale che il ministro della salute Roberto Speranza già al mattino aveva chiuso gli aeroporti italiani ai voli provenienti da Sudafrica, Malawi, Lesotho, Botswana, Zimbabwe, Mozambico, Namibia, Eswatini, in attesa di saperne di più. «I nostri scienziati sono al lavoro per studiare la variante B.1.1.529.

 Nel frattempo massima precauzione», ha detto il ministro. È una mossa disperata, perché la variante omicron potrebbe essersi già diffusa in altre aree del mondo. Germania e Francia lo hanno seguito a ruota. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha chiesto agli altri stati membri di fare altrettanto (mentre ieri sera le restrizioni ai voli sono state decise da Usa e Canada) dopo un vertice con sanitari e con le industrie farmaceutiche che producono i vaccini. “Condividono le nostre preoccupazioni” ha detto von der Leyen. “I contratti dell’Ue con i produttori prevedono che i vaccini siano adattati immediatamente alle nuove varianti man mano che esse emergono. L’Europa ha preso le sue precauzioni”.

Anche all’OMS la variante desta preoccupazione. Ma l’appello a chiudere le frontiere non è condiviso. “Le restrizioni agli spostamenti non sono raccomandate” ha detto il portavoce Oms Christian Lindmeier. “L’Oms invita i paesi a applicare un approccio scientifico e basato sul rischio nei provvedimenti relativi agli spostamenti”

Le massime competenze nella sorveglianza virologica sono concentrate nel Regno Unito, dove sono state identificate gran parte delle varianti pericolose. Sulla omicron gli epidemiologi britannici invitano a evitare valutazioni affrettate, in assenza di informazioni più complete. «Il significato di molte delle mutazioni osservate, e delle loro combinazioni, non è noto» spiega Sharon Peacock, diretttrice del consozio di genomica COG-UK e professoressa di salute pubblica e microbiologia all’università di Cambridge.

 “Vi sono studi in corso in Sudafrica per valutare la neutralizzazione degli anticorpi e l’interazione con le cellule T.Questi studi stabiliranno se c’è una riduzione dell’immunità in test di laboratorio, ma ci vorranno diverse settimane. Sarà anche necessario raccogliere dati sul campo per valutare la diminuzione della protezione da vaccinazione e da malattia. Non abbiamo dati su questi importanti interrogativi. Nel frattempo, le vaccinazioni devono procedere”

Anche François Balloux,  dello University College di Londra, non si sbilancia. «Si può prevedere che la variante aggiri l’immunizzazione fornita dai vaccini e dall’infezione» spiega. «Ma ogni stima della sua trasmissibilità e virulenza appare prematura».

Le vaccinazioni, appunto: l’emergenza di una nuova variante pericolosa in Africa sub-sahariana non sorprenderebbe nessuno, perché si tratta dell’area meno vaccinata del mondo. In Sudafrica, il paese dov’è arrivato il maggior numero di dosi, si è pienamente immunizzato solo il 23% della popolazione, ma negli stati circostanti le percentuali scendono sotto il 15% e quasi si azzerano nella zona equatoriale del continente.

Né il programma Covax dell’Oms né le donazioni dei paesi ricchi hanno permesso a forniture adeguate di vaccini di raggiungere questa parte del mondo, dove il virus circola più o meno liberamente accumulando mutazioni casuali e potenzialmente dannose. Per questo l’Oms aveva chiesto ripetutamente, e del tutto inutilmente, di ritardare i richiami vaccinali nei paesi avanzati finché almeno il 10% della popolazione fosse immunizzata in tutti gli stati del mondo."

 

https://ilmanifesto.it/la-variante-omicron-spaventa-il-mondo/

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"La nuova variante del Sars COVID 19 è stata chiamata così per non offendere la comunità cinese. È stato questo il criterio di scelta che portato l’Organizzazione Mondiale di Sanità a ribattezzare la nuova variante sudafricana “Omicron”.

Secondo l’ordine previsto dall’alfabeto greco dopo “gamma”, avrebbero seguito “Nu” e “Xi”. Stando a quanto scrive tuttavia il “telegraph” che ha riportato le fonti dell’Oms queste due lettere avrebbero generato confusione o assonanze che la Cina avrebbe potuto non gradire.

La scelta di saltare le lettere “Nu” e “Xi” sarebbe stata quindi dettata da criteri ben definiti. In particolare la lettera “Nu” avrebbe avuto un’assonanza marcata con “New” o meglio “Nuovo” in inglese. Tale somiglianza avrebbe generato una confusione non indifferente. La lettera “Xi” d’altro canto avrebbe ricordato troppo il presidente cinese Xi Jinping. In questo secondo caso dunque la scelta di non offendere un’intera comunità è stata evidente.

Nel frattempo questo criterio di scelta portato avanti da Oms ha scatenato ironia sui social. In particolare il senatore statunitense Ted Cruz su Twitter ha scritto: “Se l’Oms ha paura del partito comunista cinese, come possiamo fidarci che chiedano loro conto la prossima volta che cercheranno di nascondere una catastrofica pandemia globale?”.

Intanto si è allargata la lista dei Paesi che è stata colpita da almeno un contagio di variante Omicron. Dopo Italia, Belgio, Germania e Gran Bretagna,  anche in Repubblica Ceca è stato rilevato un primo caso. Ciò a partato diversi Paesi, Gran Bretagna e Israele in testa, a inasprire le misure anti-contagio al fine di contenere la diffusione del virus."

 

https://www.notizie.it/variante-omicron-il-significato-del-nome-ribattezzata-cosi-per-non-offendere-i-cinesi/?refresh_ce 

 del 28 novembre

 

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"Omicron è la quindicesima lettera, e quarta vocale, dell'alfabeto inglese., 14^ del latino e 13^ dell'italiano. Non ha equivalente in Ebraico il cui alfabeto, tranne un'eccezione, non ha vocali; corrisponde al fenicio ayn, che significa "occhio".

I Greci, per primi, lo usarono come fonema vocalico, aggiungendo alla omicron la omega, avendo la prima suono breve, la seconda suono lungo. In altri alfabeti si presenta con segni circolari, circolari doppi, losanghe, ecc. Questa vocale è l'esempio tipico di rotondità.

 Il valore numerico di questa lettera presso i Latini era 11, con un trattino sopra, 11.000. Per i Greci, la omicron con accento valeva 70, quella preceduta da virgola 70.000; la omega con accento valeva 80, preceduta da virgola 80.000. Parecchi popoli dell'antichità la ritenevano molto sacra. Nel Devanagari, i caratteri degli Dei, il suo significato varia, ma non possiamo qui dare degli esempi. Questa lettera era molto usata nelle abbreviazioni e nella epigrafia, con svariati significati.

Nella logica formale indica la proposizione negativa di un sillogismo, secondo la formula : asserit I, negat O, sed particulariter ambo. In musica indicava il tempo perfetto, in geografia sta per Ovest, in chimica è il simbolo dell'ossigeno e dell'ozono, in marina sta per "uomo in mare", in medicina designa gli agglutinogeni, in algebra sta per zero mentre in geometria indica un punto di riferimento, nell'Algebra di Boole è uno degli operatori fondamentali.

Questa vocale si trova spesso davanti ai cognomi irlandesi quasi sempre con il significato antroponimico di "discendente". In esoterismo, con un punto al centro, indica il sole, la cui forma circolare rappresenta la rotazione rapida ed il moto mai interrotto. Dovunque si trovino cerchi, ruote, dischi, essi sono simbolo del moto centrale, della vita dell'universo. Jhon Dee, nella sua Monade Geroglifica, dice che "il Sole possiede la dignità suprema (per eccellenza), noi lo contrassegniamo con un cerchio completo e con un centro visibile".

"O'" è più tipicamente irlandese. Letteralmente si traduce come "discendente maschio di" e quindi il suo significato varia. Comunemente indica anche esso "figlio di", ma se ad esempio in famiglia c'era un personaggio particolarmente importante o popolare fra i membri del clan, allora poteva diventare "nipote di", "pronipote di", e così via.

I talismani delle Chiavi di Salomone sono tutti racchiusi in un doppio cerchio; i talismani circolari sono formati da cerchi (da uno a nove) ed anche le lettere sacre vengono talvolta presentate circoscritte da cerchi, all'interno dei quali si trovano simboli magici. Questa vocale la troviamo anche nell'Apocalisse con il significato simbolico di "termine, scopo finale delle cose". Essa si opponeva alla A, che era il principio, per cui quando si dovevano indicare i limiti della realtà si diceva "dalla alfa alla omega". I primi cristiani adoperarono molto queste lettere, sia nelle iscrizioni lapidarie che negli atti pubblici, quasi a significare "nel nome ed alla presenza di Dio". Lo si trova anche nelle sculture sacre, nei mosaici, negli affreschi delle catacombe. Per loro la formula era sacra ed inviolabile e valeva come il più solenne e tremendo giuramento."

 https://www.teosofica.org/it/materiale-di-studio/glossario/glossario/,32?alfa=O 


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 Concludo questa rassegna con le parole di Umberto Eco.

Del grande semiologo, filosofo e scrittore che tanto ci manca, ripropongo uno stralcio della lezione che il professore piemontese tenne all'Università di Pisa il 16 settembre del 2004, in occasione dell’inaugurazione della nuova sede del dipartimento di "Ingegneria dell’informazione: elettronica, informatica, telecomunicazioni” e che fu poi pubblicata su "Athenet. La rivista dell'Università di Pisa".

"Partendo dalla constatazione dell’enorme impatto che le nuove tecnologie hanno avuto sul nostro modo di comunicare e di vivere,  Eco sviluppò una riflessione dal titolo "La cultura è anche capacità di filtrare le informazioni", critica e spesso ironica sulle potenzialità e sui pericoli insiti nell’eccesso di informazioni che caratterizza la società contemporanea.

“È chiaro che oggi parleremo di informazione in quest’ultimo senso, come trasmissione di dati di qualche interesse collettivo, anche se più tardi ci tornerà utile ricordare l’altro significato.

 All’interno di questo significato di senso comune, un’altra distinzione che dobbiamo fare è quella tra messaggio e canale. Per discutere della situazione attuale dell’informazione dobbiamo considerare due fattori: l’organizzazione dei canali rispetto al passato e il numero - non la qualità o il contenuto, che in questa sede non interessano - dei messaggi trasmissibili.

 “…….A questo punto riprendo la nozione tecnica di informazione cui ho fatto cenno all’inizio, cioè come proprietà statistica che definisce tutto quello che potrebbe essere elaborato con la combinazione delle 26 lettere dell’alfabeto. In questo senso le vertigini non sono date dall’abbondanza dei messaggi prodotti, cioè dal Web, ma dalle possibilità consentite dal sistema. Nel XVII secolo gli intellettuali iniziarono a chiedersi quante dictiones, cioè quante parole, potevano essere costruite con le lettere dell’alfabeto, senza utilizzare ripetizioni.

Nel 1622 Pierre Gouldin aveva calcolato tutte le parole che si potevano comporre con 23 lettere, indipendentemente dal fatto che fossero dotate di senso e pronunciabili: aveva contato più di settantamila miliardi di miliardi di parole, per scrivere le quali sarebbero occorsi più di un milione di miliardi di miliardi di lettere. Immaginando di scrivere queste parole su registri di mille pagine, ne occorrevano 257 milioni di miliardi; questi registri avrebbero potuto occupare più di 8 miliardi di biblioteche, ciascuna capace di ospitare 32 milioni di volumi.

Calcolando la superficie disponibile sull’intero pianeta, si potevano costruire solo 7 miliardi di queste biblioteche. Marin Mersenne aveva poi calcolato non solo le parole, ma anche i canti, cioè le melodie sull’estensione di 3 ottave con l’utilizzo di 22 suoni. Ebbene, per annotare tutti i canti che si possono generare con tutte le combinazioni sarebbero occorse più risme di carta di quante ne sarebbero servite, secondo i calcoli del tempo, per colmare la distanza tra Terra e cielo. Inoltre, volendo scrivere tutti questi canti con un ritmo di 1.000 al giorno, sarebbero serviti 22 miliardi e 600 milioni di anni. Questa notizia dovrebbe dare molta speranza ai musicisti e convincerli che non c’è bisogno di copiare le canzoni!  Per reagire alle vertigini provocate dal sistema, dunque, io ho la sola possibilità di elaborare dei criteri di selezione.

Ancora una volta la questione fondamentale riguarda il filtraggio, non nel senso di censura esterna o politica, ma come senso della responsabilità personale, come filtro del singolo per non soccombere di fronte alla sterminata mole di informazioni della nostra società. Ma su questo piano io, come moltissimi altri, navighiamo verso il futuro con tante legittime preoccupazioni e con poche soluzioni da suggerire.”

 Testo completo su

https://www.unipi.it/index.php/news/item/7334-la-cultura-e-anche-capacita-di-filtrare-le-informazioni

Mentre sull’ evoluzione futura della pandemia attendiamo quell’ Omega che forse non ci sarà mai, cerchiamo, intanto,  di capire almeno ciò che sta dietro le troppe “parole in libertà” in cui il mondo sembra ormai annegare.

Et de hoc satis !


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(*) Giornalista e saggista. Presidente Associazione PRUA

http://www.luigisanlorenzo.it/


Un tram che si chiama Desiderio



Rendering della futura area portuale di Palermo (younipa)

Un tram che si chiama Desiderio

di Luigi Sanlorenzo (*)


Infuriano le polemiche sulla bocciatura da parte del Consiglio Comunale di Palermo della tratta tramviaria che dovrebbe percorrere viale della Libertà,  l’ asse urbano alberato orgoglio di tutti i palermitani,  realizzato a partire dal 1848 per proseguire verso nord il cardo romano della città storica  e successivamente retaggio dei fasti liberty di fine ottocento.

Un luogo dell’anima dove risiedono i fantasmi di ville distrutte nel volgere di una notte che coesistono con nuove architetture non certo all’altezza di quell’ “Avenue des Champs-Élysées di Palermo”  come ebbe a definirlo Richard Wagner,  in città per completare il suo “Parsifal” nel 1882.

Due chilometri e mezzo di  rimpianti e rimorsi di una città a volte bifronte che spesso ha guardato al proprio passato, pur inestimabile per il patrimonio ereditato dalla Storia,  e al presente, talvolta percepito come eterno, ma poco al futuro, come si conviene ad un popolo che non conosce né, tanto meno,  ne usa il tempo verbale.

“Si narra che il più giovane dei Titani, Kronos dio del tempo, invidioso che gli abitanti della Sicilia vivessero in una terra così bella scagliò contro gli isolani una maledizione privandoli del futuro e condannandoli a vivere in un eterno presente”. Questo è quello che si racconta.

Fatto sta però che, dei e incantesimi a parte, il futuro ai siciliani manca davvero ed è quello della loro lingua, o dialetto che dir si voglia, se ci si riflette un attimo, ci si accorge infatti che se un siciliano deve declinare un verbo al futuro gli è impossibile perché nella lingua siciliana non esiste il tempo del futuro.

In una ormai famosa intervista rilasciata da Leonardo Sciascia alla giornalista francese Marcelle Padovani e divenuta un libro dal titolo “La Sicilia come metafora” il grande intellettuale diceva con amarezza: “ E come volete non essere pessimista in una terra dove non esiste il tempo futuro?” ed il  futuro a cui si riferiva Sciascia era in questo caso proprio quello della “lingua” siciliana.

Manlio Sgalambro, il filosofo catanese, grande amico, paroliere  e mentore del compianto Franco Battiato,  ha scritto nell’inedito “Teoria della Sicilia” 1994 che “Laddove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell’isola è segnata da questa certezza; un’isola può sempre sparire. Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull’instabile. Per ogni isola vale la metafora della nave; vi incombe il naufragio. Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione. L’angoscia dello stare in un’isola, come modo di vivere, rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale.

La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere. La storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori. Ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda.
Vanità delle vanità è ogni storia! La presenza della catastrofe nell’anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo tedium storico, fattispecie nel Nirvana.
La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera”

E come dimenticare le parole di Don Fabrizio Salina che tratteggiano drammaticamente il carattere dei Siciliani: “I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria.” Uno stigma che ancora oggi si insinua anche nei più giovani al punto da indurli – e non sempre per necessità – a andare in un altrove anche rischioso, ma di cui percepiscono però nuove prospettive esistenziali.

Paolo Borsellino, del cui sacrificio ricorderemo il prossimo anno il trentennale,   amava ripetere: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perchè il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare.” Un convincimento sulla necessità di futuro con cui abbiamo il dovere  fare i conti se non vorremo recitare ancora una volta in via D’Amelio il consunto mantra della retorica; e trenta anni sono un periodo di tempo congruo per fare il bilancio interiore della volontà di aprire le porte al futuro o per rispecchiarsi ancora una volta nel passato che affascina e consola.

La vicenda amministrativa del tram si sovrappone o origina da quei tratti del carattere siciliano che segnano ormai il contorno - e il limite invalicabile - di ogni vicenda siciliana ? Chi scrive ritiene che le ragioni degli oppositori alla realizzazione circa la poca trasparenza degli atti relativi vadano approfonditi ma che, al tempo stesso,  non è comprensibile la resistenza alla realizzazione di un’infrastruttura che potrebbe contribuire a modificare il volto e l’anima della città.

Un sigillo, forse l’ultimo, ad un tentativo in parte non riuscito di proiettare la città in un futuro che la strappi al passato in cui ancora ama crogiolarsi,  mentre le grandi città del mondo non esitano ad affiancare alle vestigia della propria storia il desiderio di scrivere nuove pagine, anche ardite, che segnino  il passaggio delle nuove generazioni sulla propria terra, nel caso di Palermo troppo a lungo infelicissima, nonostante l’abusato vezzo dell’aggettivo opposto.

Non sarà una linea di tram in più o in meno a fare la differenza ma il coraggio di guardare con occhi nuovi ad un tessuto urbano a lungo martoriato dalle macerie dell’ultima guerra e che ne hanno segnato anche la rassegnazione e il senso di irredimibilità; riflessioni di non poco rilievo che il recente libro di Domenico Michelon “Palermo al tempo dei bombardamenti” edito da Dario Flaccovio,  ha meritoriamente suscitato nel corso delle diverse presentazioni del volume e nelle quali tale aspetto è emerso prepotentemente e con preoccupazione.

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Nel 1951 usciva sugli schermi il film “Un tram che si chiama Desiderio” (A Streetcar Named Desire) diretto da Elia Kazan, con protagonisti Vivien Leigh, la "Rossella" di “Via col vento” e Marlon Brando. Nel 1998 l'American Film Institute l'ha inserito al quarantacinquesimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi.

La trama è basata sull omonimo dramma di Tennessee Williams del 1947 e narra di una drammatica vicenda ambientata nel profondo sud degli Stati Uniti dove convivono ataviche mentalità e frustrate aspirazioni ad un futuro migliore. Ne consiglio la visione anche nel remake televisivo del 1995 con Jessica Lange e per non anticipare il finale, scriverò soltanto che la protagonista affiderà ad un tram dal nome “Desiderio” il proprio nuovo destino.

Esistono scelte ed eventi che individualmente e collettivamente sono delle vere e proprie “sliding doors” che cambiano il corso degli eventi e riscrivono pagine che sembrava impossibile voltare.

Un passaggio che Palermo merita e che non può in alcun modo essere ridotto al rango di una tattica politica, tanto più inquietante perché prefigura mondi e destini a cui non è gradevole pensare di voler appartenere.

Ci si adoperi, allora, nella massima chiarezza e trasparenza degli atti amministrativi e, al tempo stesso,  senza l’arroganza di chi intende imporre la realizzazione per via giudiziaria, per cessare questa sterile polemica che non fa onore ad alcuno e che, vista dall’esterno, rischia di confermare l’immagine di immobilismo di Palermo e della Sicilia che, piaccia o meno e nonostante il sacrificio di molti, è ancora la lente attraverso cui la gente del mondo ci guarda, anche quando torna a casa propria,  ancora scossa dalla bellezza disperata di una città che sembra però non avere il coraggio di capire che la politica è mezzo e non fine della più alta delle attività umane.

“Curare e scrivere una biografia progettuale di Palermo significa comporre un'immagine in movimento di una città in evoluzione che valorizza risorse e traiettorie già tracciate negli ultimi venti anni, che ha l’audacia di progettare un nuovo futuro che si svolgerà nei prossimi venti. È una sfida di conoscenza in azione e di azione nel pensante”.

Sono le parole con cui Maurizio Carta, ordinario di Urbanistica e pro Rettore dell’ Università di Palermo, ha descritto la sua ultima fatica scientifica che è anche un'intensa fatica letteraria, estesa e corale: "Palermo. Biografia progettuale di una città aumentata" LetteraVentidue Edizioni

Una mappa, di potenziali e occasioni mancate, di slanci e visioni possibili, non più rimandabili in direzione dell'immagine di una città che non vuole più esser “calvinianamente” né invisibile né invivibile. Un libro pensato per la trasversalità degli utenti, ed è qui, probabilmente, l'intuizione più suggestiva che l'autore pone in essere per mettere in crisi quel sistema ormai datato che vuole la diffusione della cultura per i pochi eletti appartenenti a cerchie ridotte e limitanti.

“Una biografia progettuale  – scrive ancora l'autore - nel senso che è un racconto di avvenimenti con lo sguardo verso l’orizzonte del futuro e una proposta di progetti alimentati dalle sensibilità della storia, della memoria e delle identità plurali e profonde della città. In particolare, è una corposa biografia delle trasformazioni urbanistiche o delle occasioni perse e dei problemi irrisolti dei primi venti anni del XXI secolo e una conseguente proposta progettuale che guardi almeno ai prossimi venti”.

Che la vicenda del tram e il destino della via più amata dai palermitani non sia l’ennesimo episodio da trascrivere nei polverosi repertori del “cimitero dei libri dimenticati” di cui ciascuno nel ruolo che ricopre ha il dovere di scegliere presto se aprirne le porte o essere il guardiano di pietra di un eterno presente.


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 (*) Giornalista e saggista. Presidente Associazione PRUA

 http://www.luigisanlorenzo.it/