02 novembre, 2021

Conversazione con Lucio Caracciolo

 

 Incontri sul Pianeta

Conversazione con Lucio Caracciolo

Direttore della rivista di geo-politica “Limes”

 a cura di Luigi Sanlorenzo (*)


Lucio Caracciolo è giornalista, politologo e accademico italiano. Laureato in filosofia all' Universitò La Sapienza di Roma, dirige la rivista italiana di geopolitica Limes che ha fondato nel 1993 e la Eurasian Review of Geopolitics Heartland nata nel 2000. È membro del comitato scientifico della Fondazione Italia USA.

Dal 1973 al 1975 è redattore di Nuove Generazioni (periodico della FGCI), poi passa a La Repubblica,  dove lavora dal 1976 al 1983, diventando capo della redazione politica. È stato caporedattore di MicroMega dal 1986 al 1995. Insegna Geografia politica ed economica presso la facoltà di Filosofia della mente, della persona, della città e della storia dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e  "Studi strategici" nell'ambito del Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS di Roma. E’ spesso ospite dei più qualificati programmi culturali sia radiofonici che televisivi.

“Limes”, periodico mensile dal 2103,  nasce  dopo il crollo del Muro di Berlino in un periodo caratterizzato da straordinari cambiamenti dal punto di vista geopolitico, si basa sull'incrocio di competenze e approcci diversi e si occupa dei grandi temi di attualità internazionale. Alla rivista collaborano studiosi (storici, geografi, sociologi, politologi, giuristi, antropologi) e decisori (politici, diplomatici, militari, imprenditori, manager).

Nel gennaio scorso Lucio Caracciolo che annunciato ai media  di aver dato vita a una scuola di formazione geo-politica finalizzata a fornire validi orientamenti e concrete competenze alla parte non contaminata della classe dirigente e soprattutto a delle giovani leve su cui sperare per rifondare il Paese.

L’iniziativa aspira a inaugurare una nuova strategia formativa traguardata su nuovi presupposti e solidamente fondata su un immenso patrimonio di conoscenze, analisi ed esperienze che coincide con la vita della rivista Limes, diventata un punto di riferimento costante per le analisi più avanzate della realtà contemporanea.

L’impostazione metodologica della scuola è illustrata sul sito: https://scuoladilimes.it/

Con questa intervista realizzata il 16 giugno 2021 si intende iniziare una serie di conversazioni con intellettuali,  esperti e pensatori impegnati nell’aprire nuove visioni ed orizzonti - donne e uomini abituati a stare a PRUA -   utili ad orientare docenti e formatori nel mondo che cambia.

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LS:  Professore, la ringrazio per la disponibilità a conversare con i lettori de “Le nuove frontiere della scuola”. Prima di addentrarci tra i temi specifici, vorrei iniziare con una domanda di attualità politica:

Sta suscitando un ampio dibattito l’ emendamento proposto dall’Opposizione al decreto legge n. 44/2021 sui concorsi pubblici, che equipara la laurea magistrale in scienza delle religioni alla laurea magistrale in scienze storiche, scienze filosofiche e in antropologia culturale ed etnologia: una condizione che, se approvata in via definitiva, potrà permettere ai laureati in Scienze delle religioni di potere insegnare Italiano, Storia e Geografia nella scuola media, Storia e Filosofia nei licei e anche Italiano e Storia negli istituti tecnici. Cosa ne pensa ?

LC “La disattenzione tutta italiana verso le discipline storiche è figlia di un’ideologia dell’”eterno presente” che ha destoricizzato le altre scienze e perfino l’economia  preferisce affidarsi a numeri ed a algoritmi, dimenticando che la storia è controversa e non può essere soggetta all’essenzialismo e alla semplificazione. Siamo davanti ad una crisi della pedagogia nazionale che sovente trascura intere fasi storiche; si pensi alla storia del risorgimento nazionale che trova maggiore attenzione tra gli studiosi stranieri rispetto agli italiani e ciò vale anche nell’Università. In merito alla domanda posta, nutro perplessità poiché, prima di estendere ai docenti di storia delle religioni spesso nominati dai vescovi cattolici nello spirito del Concordato e della religione di stato,   la facoltà di insegnare la disciplina negli Istituti superiori occorre un profondo ripensamento delle modalità di apprendimento e di insegnamento della storia attraverso nuovi percorsi per gli insegnanti.” 

Federico Chabod affermava che l’idea di Europa si è andata formando come pensiero che fa della libertà politica il suo perno e della partecipazione democratica la sua forza, concetto quanto mai lontano dall’etica del fascismo. Questa forma mentis trae origine da una visione di contrapposizione tra la via ellenica della libertà e della scelta politica versus la mentalità asiatica della sottomissione al sovrano tiranno, e quindi dalla contrapposizione tra Europa e Asia. In una fase in cui l’Unione Europea,  sempre più autonoma rispetto agli Stati Uniti,  sembra finalmente aspirare ad un’inedita identità “politica”   che inevitabilmente la porterà a scelte, non più soltanto economiche, nei confronti del vicino e del lontano Oriente dove prevalgono ancora stati autoritari e concrete manifestazioni di imperialismo, assisteremo ad uno “scontro di civiltà”  o si riuscirà a raggiungere un qualche equilibrio geo-politico,  sul modello degli anni della Guerra Fredda?

 L’Unione Europea è ancora oggi l’esito dell’impostazione voluta dagli Stati Uniti dopo la fine della seconda guerra mondiale; essa è ancora lontana dall’elaborazione di un modello identitario autonomo e percepito come tale anche al proprio interno. Nel suo rapporto con l’Oriente dove lo spirito e le istituzioni democratiche si presentano in un ampio e multicolore ventaglio si ha la sensazione che più che di scontro di civiltà si possa parlare di categorie polemiche legate a fatti, eventi ed interessi che nulla hanno a che fare con un confronto storico filosofico tra modalità diverse di evoluzione sociale. Ancora una volta il presente prevale rispetto alla storia e appare molto lontano un confronto mirante a delineare un modello pur minimo di adesione condivisa ai valori delle democrazie occidentali. Peraltro tale difficoltà si rispecchia anche  nell’azione più formale che sostanziale delle iniziative delle Nazioni Unite al riguardo.

Vladimir Putin si è ormai assicurato costituzionalmente  il potere “ a vita” ed ha preso il posto di Donald Trump,  che pure non è scomparso dalla scena, quale riferimento unico dei sovranismi e delle “democrature” europee. In considerazione delle prossime politiche economiche dell’Unione Europea, dell’apertura più esplicita ai flussi migratori  e della diffidenza di molti paesi a restare o ad entrare nell’area euro, prevede nuovi ingressi o dolorose uscite dall’Unione, proprio mentre il Regno Unito sembra star riflettendo sul proprio clamoroso errore ?

Più che l’affermazione di un’identità nazionale, Brexit ha fatto esplodere le contraddizioni interne del Regno Unito che rischia di lacerarsi nelle sue parti a vocazioni più tradizionalmente autonomistiche come la Scozia, il Galles e la stessa Inghilterra.Per quanto riguarda i paesi cosiddetti del gruppo di  Visegrad (Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria ndr) la sua storia è trentennale,   mentre l’adesione all’Unione Europea è avvenuta nel 2004 con indubbi vantaggi per l’economia di quei paesi ampiamente sostenuti dalle politiche di supporto. Il gruppo al proprio interno presenta posizioni molto diverse in merito ai rapporti con Mosca che vede la Polonia molto cauta e al green deal circa la neutralità ambientale entro il 2050 condivisa dalla Slovacchia  e non dagli altri tre partners.

Le periodiche frizioni che si registrano con Bruxelles hanno lo scopo di fare massa critica per  scopi più opportunistici  che identitari e mirano, oggi più di ieri, a far sì che gli aiuti economici rimangano costanti. L’Unione, infine, non ha alcuno strumento di pressione per modificare le politiche avverse ai migranti anche a motivo dei cospicui interessi economici che la Germania possiede in quei territori. Altra questione riguarda invece i paesi cosiddetti “frugali” nell’area scandinava dove le radici culturali, la tradizione profondamente calvinista e una qualche autonomia economica potrebbero portare in futuro ad un’uscita dall’Unione.

Il Partito Comunista Cinese celebrerà a breve il proprio centenario in una rinnovata logica del “grande balzo in avanti” anticipato anche simbolicamente dal recente lancio missilistico Long March-5B che ha portato in orbita la stazione "Heavenly Harmony" . Due riferimenti molto espliciti alla storia imperiale antica e recente del Paese. Ci sarà presto anche una nuova Grande Muraglia ?

La Cina non ha alcun interesse a chiudersi dietro una qualche “grande muraglia”. Il suo è ormai un disegno espansionistico che segue canali economici e militari in un testa a testa con gli Stati Uniti che durerà per anni. Una vera e propria estroflessione di se stessa che influenzerà i prossimi equilibri geo politici, con particolare riferimento all’area indo-pacifica e che, nonostante le roventi polemiche circa l’atteggiamento tenuto in merito alla secretazione delle notizie circa la pandemia da Covid 19 e alla violazione di diritti umani nei confronti del popolo degli Uiguri, non pare abbia avuto battute di arresto nei rapporti economici e finanziari nell’ambito del WTO né rallentato la massiccia attività di export.

Il presidente Biden sa bene di non potere sostenere contemporaneamente due fronti ed è stato molto esplicito con la Russia di Putin. Secondo il suo parere, alla fine troverà nella Cina di Xi Jinping un interlocutore o un potente antagonista ? Sarà l’Isola di Taiwan il casus belli per un più aspro confronto ?

Il confronto tra USA e Federazione Russa sa più della scelta di Biden di poter disporre di un nemico “necessario”  ma non è paragonabile a quello con la Cina in cui è in palio la leadership mondiale. Se la minaccia di annessione dell’isola di Taiwan dovesse diventare esplicita e concreta, gli Stati Uniti non esiterebbero a rischiare il conflitto aperto in un’ area strategica che diventerà sempre più ad elevata tensione. Ne andrebbe della loro credibilità internazionale e potrebbe segnarne il declino agli occhi del mondo. Per molto meno i presidenti americani, sia democratici e che repubblicani,  non hanno esitato ad intervenire militarmente in passato in altre zone del pianeta.

Dopo alcune  meteore,  da Greta Thunberg, a Luiz Inacio  Lula ad Aung San Suu Kyi, sembra che la leadership spirituale di Papa Francesco sia rimasta da sola a giganteggiare sul Pianeta e l’Enciclica “Fratelli tutti”  il manifesto per una nuova Umanità in cerca di riconciliazione con se stessa e con l’ambiente, in piena sintonia con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.  Eppure,  nei paesi dell’ Est europeo con maggior tasso di pratica religiosa, si affermano governi autoritari, poco sensibili ai diritti umani e decisamente ostili all’accoglienza dei migranti.

Ritiene che la Chiesa Cattolica abbia raggiunto un punto di non ritorno o, visto il disagio presente  in alcuni rilevanti episcopati,  sono ancora possibili rischi di arretramento che influiranno sulla scelta del prossimo Pontefice?

La Chiesa Cattolica non è più universale. Le Chiese nazionali di fatto si autogovernano e assumono scelte dottrinali e di politica sociale a volte molto diverse e contrastanti. I pontificati di Giovanni Paolo II e di Francesco hanno di fatto spostato il focus del messaggio apostolico dal mondo intero ai paesi di cui sono stati espressione. Il primo rimase polacco e tradizionalista,  il secondo indulge ad un certo populismo dal sapore vagamente peronista.  Si avverte la mancanza da quasi mezzo secolo di un papa italiano,  intendendo con tale espressione una personalità dalla visione  più universalistica e dal carisma spirituale che vada oltre il tempo presente. La fondazione “romana” del ministero petrino non fu occasionale né casuale. Essa ha a che fare con la missione affidata alla Chiesa di guidare il cammino dei propri fedeli sul sentiero di valori non opinabili e la conversione di chi non lo è nell’ottica di un’escatologia che ingloba e supera la risoluzione dei problemi temporali che tocca ai governanti analizzare, affrontare e risolvere dove possibile. Confondere i due piani non fa bene alla Chiesa cattolica e ne relativizza il messaggio, ponendolo alla pari con altre visioni del mondo e riducendone l’unicità spirituale.

Il compianto Luigi Luca Cavalli Sforza  amava ripetere che “tutto viene dall’Africa”. Le mappe della storia, a cui la rivista che lei ha fondato e dirige ha sempre riservato una grande attenzione che ha fatto scuola tra gli storici e i commentatori internazionali, hanno per decenni considerato privo di una specifica identità il continente africano, oggi ulteriormente piegato dalla pandemia. Il tribalismo dell’era post coloniale e l’inconsistenza dell’ Unione Africana continueranno ad essere falle significative  di cui approfitteranno i protagonisti del neo imperialismo? Trova che l’asse Draghi/Macron nel quadro del G20 possa inaugurare una nuova responsabilità verso l’Africa che vada oltre il semplice superamento del “complesso di colpa” dell’Occidente?

L’Africa è stata completamente de-storicizzata. Oltre ogni retorica, essa è il nuovo campo di gioco delle grandi potenze che continueranno a disputarsene le risorse anche nei pochi casi di poteri locali più virtuosi. La Cina vi ha già allocato investimenti colossali, gli Stati Uniti faranno anch’essi la propria parte per non essere da meno. Tra gli stati europei, la Francia sembra la più interessata a mantenere vivo e costante un rapporto  strategico e culturale con i paesi francofoni con l’occhio anche alle migliori risorse umane di cui assicurarsi in patria il contributo. Nonostante le dichiarazioni ufficiali, l’Italia ha a cuore i propri interessi nel campo energetico in nome dei quali dichiara di voler ricoprire un ruolo anche in altri campi che però non è in grado di sostenere. E’ superfluo aggiungere che i flussi  migratori nell’area del Mediterraneo continueranno, più o meno distribuiti nei Paesi dell’Unione che rimangono interessati al mantenimento di un’armata industriale di riserva a fronte dei fenomeni di denatalità che li affliggono e dell’invecchiamento della popolazione.

La catastrofe sanitaria ed economica  nel sub continente indiano dove l’India rappresenta la più grande democrazia del mondo,  mette in pericolo la tenuta di quel paese anche a motivo del progressivo abbandono della tradizionale politica di “non allineamento” che ne connotò i primi anni dell’indipendenza. Il tracollo dell’Unione Sovietica  e il successivo avvicinamento tra il presidente Narandra Modi e il premier Shinzo Abe  nel 2017 hanno aperto una nuova stagione.  

Mentre sotto l’egida di Joe Biden sembra rinnovarsi lo spirito del  Quadrilateral Security Dialogue, assieme agli Stati Uniti e all’Australia, il medesimo  è stato tacciato da Pechino come strumento di contenimento della propria leadership in Asia. Il Grande Gioco, raccontato da Peter Hopkirk,  avrà ora come nuovo scenario l’Oceano Indiano ?

L’area dell’Oceano Indiano e del Pacifico è da considerare come un unico teatro in cui gli Stati Uniti convocheranno i propri alleati in una rinnovata concezione di quella che fu la NATO, istituita in funzione antisovietica e contrapposta al Patto di Varsavia. Si tratta di una prospettiva molto temuta dalla Cina che si troverebbe davanti una potenza militare e di intelligence mai vista sul pianeta sotto un’unica guida. Lo sforzo economico per contrastarla potrebbe avere effetti sulla propria transizione sociale ed economica paragonabile a quello che mise in ginocchio l’Unione Sovietica nella corsa allo scudo spaziale alla fine degli anni ’80, creando le premesse per l’implosione del comunismo europeo.

Grazie per aver fatto insieme il giro del mondo. Vorrei concludere questa conversazione tornando alla scuola italiana dove l’insegnamento della storia, per tacere della geografia,   si riduce ad un paio di ore settimanali, spesso non viene trattata la contemporaneità e la materia non sembra essere in testa alle preferenze degli studenti. Nell’Università la maggior parte dei corsi di laurea non prevede questo insegnamento, se non scelto come materia facoltativa,  come se qualsiasi professione nell’era della globalizzazione  possa prescindere dalla conoscenza delle dinamiche del mondo. Non crede che l’approccio geo-storico-politico, su cui peraltro si fonda la nuova scuola di Limes rivolta ai manager pubblici e privati e che tanto è stato apprezzato dalla stampa italiana ed internazionale,    debba trovare uno spazio maggiore,  estendendone l’incidenza in ogni fase dell’ istruzione e contribuendo a rivedere radicalmente la formazione dei docenti al riguardo?

Non posso che ribadire quanto ho già risposto in merito al ruolo che l’insegnamento della storia ha nella formazione della classe dirigente chiamata a muoversi in un mondo globale il cui presente non può essere compreso se non in rapporto al passato per prefigurarne il futuro. L’iniziativa promossa da Limes ha i limiti di una proposta privata rivolta ad una platea limitata mentre qui siamo davanti alla necessità di un complessivo ripensamento dei percorsi formativi scolastici, universitari ed oltre. Una riforma che chiama in causa anche altre discipline il cui valore appare troppo sottovalutato quali appunto la geografia ma anche l’insegnamento del greco e del latino a cui, paradossalmente, è assegnata ben altra attenzione fuori dall’Italia. Il tutto mentre da qualche parte si pensa di ridurre di un anno l’istruzione secondaria di secondo grado.

E’ ipotizzabile una convenzione tra la Scuola di Limes ed i Ministeri dell’Istruzione e dell’Università per dare il necessario impulso ad una  selezionata partecipazione ai corsi in specie da parte dei docenti italiani, da riconoscere in termini di titoli professionali ?  

Posso manifestare la mia personale disponibilità circa la prospettiva da Lei delineata. Tuttavia sarebbe ben poca cosa in assenza di un complessivo ripensamento di quella pedagogia nazionale a cui ho fatto riferimento in premessa.

Grazie Professore, speriamo di averla presto nuovamente sulle pagine della nostra rivista.


(L'intervista è stata pubblicata nel numero di ottobre 2021 dalla rivista quadrimestrale  "Le nuove frontiere della Scuola" diretta da Salvatore La Rosa, NdA)

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  (*)  Palermo 1956. Di formazione filosofica, economica e scout, ne ha declinato i valori nell’ambito delle analisi strategiche, delle dinamiche del cambiamento e dello sviluppo delle risorse umane, secondo gli indirizzi di Humanistic Management. Ha ricoperto incarichi di responsabilità e di consulenza presso Istituti di Credito e società multinazionali e ha rivestito cariche istituzionali negli anni ‘90 durante la Primavera di Palermo e nei recenti anni 2000. Ha insegnato nei licei, nelle Università di Palermo, di Messina e di Macerata e presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione. Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, collabora con riviste specialistiche e con quotidiani online. Dal 2020 è presidente dell'associazione senza scopo di lucro P.R.U.A. (Progetto Risorse Umane per l'Autonomia), fondata a Palermo nel 2001.

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