20 gennaio, 2022

Quirinale, finale di partita

 

Leonardo da Vinci, La dama con l'ermellino,1490, Museo Czartoryski, Cracovia


Scoiattoli, furetti e vecchie volpi

di Luigi Sanlorenzo


E' di tutta evidenza che la partita del Quirinale è decisiva, come mai prima nella storia della Repubblica, per il futuro del Paese.

La singolare circostanza che lega a doppio filo il destino del Colle più alto con Palazzo Chigi ricorda tanto l'espressione latina "simul stabunt, simul cadent" . Il primo uso diffuso sui media, che rese familiare l'espressione anche ai non giuristi, fu in occasione di una delle prime crisi tra l'Italia fascista e il Vaticano a proposito del Concordato da poco sottoscritto. Si attribuisce la frase a Papa Pio XI che avrebbe affermato che la messa in discussione del Concordato avrebbe travolto gli interi Patti Lateranensi e fatto riaprire la Questione Romana.

La locuzione latina ebbe un momento di popolarità quando fu pronunciata, in una versione corrotta (simul stabunt vel simul cadunt), da Claudio Martelli, in un discorso parlamentare del 1988. L'errore, corretto al volo dal coltissimo Alessandro Natta (“Cadent, Martelli, cadent!”), ebbe uno strascico in una successiva interrogazione parlamentare. Altri tempi, in cui i parlamentari avevano presente il latino come lingua di Cicerone e non come ballo sud americano !


Pazienza, Tempora mutantur, nos et mutamur in illis che significa "I tempi cambiano e noi cambiamo con essi". Magari non sempre in meglio,  ma è così e pare proprio che ciò non sia reversibile. Forse.


Durante il Medio Evo, e soprattutto durante il periodo della Scolastica (dall’XI al XIV secolo), si diffuse il genere letterario detto “bestiario” (cioè Libro delle bestie). Tutti i bestiari però prendono a modello il Physiologus, anonima raccolta alessandrina di notizie intorno ad animali veri o presunti. La descrizione naturalistica, nei vari bestiari, non esclude (anzi include) l’interpretazione cioè l’attribuzione agli animali di un significato “spirituale”. Viene anzi il sospetto che l’interpretazione preceda e non segua la descrizione – cioè che la descrizione, zoologica ed etologica, sia stata costruita intorno al suo valore simbolico. In tal modo, il “Libro delle bestie” diventa un libro esoterico ed ermeneutico.

Il bestiario di Cambridge

Uno dei bestiari più completi risale al XII secolo ed è un manoscritto latino conservato alla Cambridge University Library con la sigla II, 4, 26. Pubblicato per la prima volta nel 1928 da uno studioso inglese, M. R. James, il “bestiario di Cambridge” viene stampato in Italia nel 1974 da Franco Maria Ricci con introduzione di Francesco Zambon e presentazione di Umberto Eco. Il Bestiario di Cambridge si divide in cinque parti:
Fiere e quadrupedi, Uccelli, Serpenti, Vermi, Pesci.

Stando alla zoologia, la catalogazione del Bestiario è quanto mai imprecisa: ad esempio le formiche vengono classificate nella sezione “fiere e quadrupedi”; le api in quella degli uccelli; ma è soprattutto la sezione dedicata ai pesci a presentare una grande confusione: non solo i mammiferi marini (balene, delfini eccetera), ma anche polpi, granchi, ricci di mare eccetera vengono catalogati come “pesci”. Tuttavia la lettura del bestiario è affascinante non solo per la descrizione ricca di particolari curiosi, ma anche per l’interpretazione che è più curiosa ancora.

Di bestiari chi scrive si è occupato nel luglio del 2020 su Linkiesta quando la cronaca politica ne rivelava appieno la preoccupante, e mostruosa, epifania. Ne riporto il testo integrale

"I primi bestiari comparvero nel XIII secolo, periodo notoriamente funestato dalla Peste Nera e dalla conseguente ansia di salvezza dall’epidemia, confidando anche nel ruolo catartico dell’arte. Era il tempo in cui i molti Trionfi della Morte, il più famoso dei quali è certamente l’affresco conservato nella Galleria Regionale di Palazzo Abatellis di Palermo il cui cavallo ispirò Guernica di Pablo Picasso, esprimevano le paure di un’epoca in grande sofferenza fisica e spirituale e il desiderio di ogni possibile redenzione.

Nell’iconografia medievale a ciascun animale immaginario, spesso risultante dalla commistioni di parti di esseri reali con quelle mostruose di chimere, minotauri ed ircocervi, erano riconosciuti vizi o virtù, abiezioni o sublimazioni, poteri apotropaici e magici.

Il mito originario è il Minotauro, l’ibrido tra uomo e toro partorito dalla regina Pasifae moglie di Minosse quale punizione del dio Poseidone, sentitosi beffato da una falsa promessa del sovrano di Creta. Rinchiuso nel labirinto di Cnosso costruito da Dedalo, gli venivano dati in pasto ogni anno sette giovani e sette fanciulle inviati dai cittadini di Atene, quale tributo dopo la sconfitta militare subita. La trama è nota e Teseo ne fu l’eroe, con l’aiuto decisivo di Arianna.

Il valore anagogico della leggenda cretese ha affascinato schiere di scrittori da Ovidio a Virgilio, da Dante Alighieri a Jorge Luis Borges, a Umberto Eco, passando per Franz Kafka, di artisti quali Antonio Canova, Gustav Klimt, Friedrich Dürrenmat (pittore oltre che maestro del Thriller di cui ricorrono i trenta anni dalla morte) il già citato  Pablo Picasso nelle Minotauromachie, nonché musicisti antichi e moderni da Mozart in Idomeneo ai Pink Floyd in The dark side of the moon.

La psicoanalisi ha trovato nel mito una fonte inesauribile di riferimenti iconici e simbolici e Minotauro è il titolo dell’importante rivista di Psicologia fondata da Francesco Paolo Ranzato nel 1973 e ora diretta da Luca Valerio Fabj.

«Minotauro è il desiderio irrazionale che si compie con la soddisfazione del bisogno fisico. Ma anche è l’intederminismo ontico, che le fugati emersioni dell’inconscio introducono come definizione del soggetto, non cessa di isolare nel soggetto un cuore, di non-senso» secondo Sigmund Freud, poi ripreso da Jaques Lacan.

E, come scrivono Marta Superdi e Cristina Butti «Jung parla del Minotauro come dell’archetipo dell’immagine materna divorante e del percorso dell’anima verso l’equilibrio del proprio sé: esso è nella maggior parte dei casi espressione della brutalità, dell’istintualità irrazionale che non conosce morale , della violenza al di là del bene e del male». 

Nel dialogo socratico Eutidemo, Platone fa parlare Socrate descrivendo la struttura labirintica del dialogo: «Giunti all’arte di regnare ed esaminandola a fondo, per vedere se fosse quella a offrire e a produrre la felicità, caduti allora come in un labirinto, mentre credevamo di essere ormai alla fine risultò che eravamo ritornati come all’inizio della ricerca, e avevamo bisogno della stessa cosa che ci occorreva quando avevamo incominciato a cercare»

Una sorta di “eterno ricominciamento” che rimanda al mito di Sisifo, trova tragica epifania nel governo italiano guidato da Giuseppe Conte, dove sembra si sia perso ogni legame con le fonti valoriali della Repubblica e, in un labirinto complicato, si aggirano tristi sicofanti e anime perse alla ricerca della propria identità, divorando nel frattempo idee, risorse e speranze, nell’attesa di un filo che nessuna Arianna sembra in grado di offrire in soccorso, prima che giunga il Minotauro per divorarle.

Anime perse che coltivano il mito di Chimera. Nella mitologia, la chimera è un leggendario mostro composto da parti di diversi animali.  La descrizione della chimera varia da leggenda a leggenda. Nell’ Iliade viene descritta con dovizia di particolari, come “mostro di origine divina, leone la testa, il petto capra, e drago la coda; e dalla bocca orrende vampe vomitava di foco”. Avrebbe quindi il corpo di una capra (non a caso il suo nome, in greco, è χίμαιρα), con la testa di leone e la coda da serpente. 

Secondo la leggenda, è figlia di Tifone, il gigante dalla testa di serpenti e di Echidna la vipera, per metà donna bellissima e per metà orribile serpente maculato; viveva a Patara nella regione della Licia in Anatolia. Chimera ebbe fratelli illustri: Cerbero, cane infernale dalle tre teste, l’Idra uccisa da Ercole, e Ortro feroce cane a due teste guardiano delle mandrie del gigante Gerione. 

Un essere feroce, dunque, noto per compiere molte razzie e scorrerie nel territorio dove viveva. Così un giorno il Re di Licia, Giobate, chiese (in malafede) a Bellerofonte di eliminarla: con l’aiuto del cavallo alato Pegaso, domato grazie all’intervento della dea della ragione, Minerva, Bellerofonte eliminò il terribile mostro, grazie ad una lancia con una punta in piombo, che scagliò nella bocca del mostro uccidendolo. Il mito sarà poi all’origine dell’agiografia cristiana di San Giorgio e il drago.

L’interpretazione medievale vedeva nella Chimera il coraggio e la forza del leone (simbolo del sole, del calore e dell’estate), la malvagità del serpente (la notte, la vecchiaia e l’inverno) e la via di mezzo dei due stadi nella capra (la transizione, il crepuscolo, l’autunno e la primavera). In questo senso, la Chimera divenne una sorta di simbolo del cambiamento, con un’accezione tuttavia ancora negativa, in quanto immagine distorta della trinità. Con il passare dei secoli, la Chimera divenne infine simbolo delle illusioni, delle fantasie azzardate, nonché dei sogni irrealizzabili e pericolosi. 

Il significato del termine chimera indica infatti ancora oggi un’illusione, una distopia, una fantasticheria, un miraggio, un abbaglio, un’ipotesi assurda, un sogno vano. La chimera è un proposito, un disegno irrealizzabile. Un incubo ad occhi aperti.

“Inseguire chimere” sembra il motto fondativo della principale forza politica che sostiene il governo, nata da un sogno visionario, in parte allucinatorio e diventata parodia di se stessa poiché, abbacinata dal mostro che venera, come una locusta non ha alcuno scrupolo a cambiare partner, nell’illusione di cibarsene dopo la morte, non accorgendosi del rischio contrario.(Era il 2020,  ndr)




La più famosa raffigurazione è la Chimera di Arezzo, un bronzo etrusco di circa ottanta centimetri, probabilmente opera di un’équipe di artigiani attiva in quella zona della Toscana, che combinava modello e forma stilistica di ascendenza greca o italiota all’abilità tecnica fornita da maestranze etrusche. 

È conservata presso il Museo archeologico nazionale di Firenze, tenuta a bada da attenti e circospetti custodi perché se ne evitino futuri danni al Paese ed affinchè essa non torni mai più a dilagare nelle felici italiche plaghe.

Andando con la memoria agli anni in cui chi scrive  sfogliò le pagine del Bestiario nell’edizione detta di Ashmole nella Bodleian Library dell’Università di Oxford, ci imbattiamo nell’Ircocervo. La figura mitologica hircocervus, parola composta da hircus (“capro”) e cervus (“cervo”), designa un animale mitologico per metà caprone e per metà cervo, descritto da Diodoro Siculo come: «avente corna di cervo, e il mento irto per la lunga barba, spalle pelose, impeto velocissimo nel primo correre, e facilità a stancarsi subito». 

Già citato con il medesimo significato da Aristotele prima e da Luciano di Samosata, Severino Boezio e Guglielmo di Occam (quello del “rasoio”) successivamente, il primo ad evocarne l’immagine nel dibattito politico italiano fu Benedetto Croce nel 1942, con riferimento al liberalsocialismo quando attaccò, accusandolo di irrealismo, il socialista Guido Calogero che nel Manifesto del Liberalsocialismo aveva tentato di unire due concetti che egli considerava, invece, inconciliabili.

Nonostante i nobilissimi padri, è a Francesco Cossiga, ottavo Presidente della Repubblica dal 1985 al 1992, grande intellettuale e profondo conoscitore di uomini e cose non sempre commendevoli della storia patria, che si deve l’introduzione del termine nel lessico politico italiano. L’espressione, nota allora a pochi studiosi e ad eminenti bibliotecari, fu scagliata come un petardo nella scena politica italiana.

Il Gattosardo, come lo definiva Dagospia, lanciò l’anatema dell’Ircocervo, come l’infausta profezia di una maga maligna, sulla culla dell’Ulivo di Romano Prodi, assumendolo ad epitome dell’incongruità di quella formula politica. E fu tempesta che ancora non oggi non si placa.

Applicata in un nuovo e più inquietante contesto, essa sta squassando il dibattito politico davanti al tentativo maldestro ed incauto di unire il Partito Democratico al Movimento Cinque Stelle, nell’intenzione di fronteggiare l’avanzata della destra sovranista. Avendo su quanto il cuore di tenebra di quel movimento batta a destra, non posso non ricordare l’usanza cara al re etrusco Mesenzio di legare un vivo e un morto, seppellendoli nella stessa fossa. 

E questo sarebbe il destino del Partito fondato il 14 ottobre 2007 da Walter Veltroni, Romano Prodi, Pierluigi Bersani, Giuliano Amato, Tullia Zevi e da tanti altri, affidandone i destini elettorali ad una proposta che nessun elettore di buon senso comprenderebbe, nemmeno in nome di un’Union sacrée già connotata da infausti esiti per quel Paese alla vigilia della Grande Guerra e per il nostro con la clamorosa sconfitta della “gioiosa macchina da guerra” nel 1994.

Si ravvedano, pertanto, quei leader minimi che in falsetto declamano di voler far percorrere all’Italia una strada su cui sono in agguato i peggiori mostri del Bestiario che ho evocato e su cui l’ammonimento del Gattosardo potrebbe non bastare poiché, come scrisse Gesualdo Bufalino nella raccolta di aforismi Malpensante (Bompiani, Milano, 1987) : «Vi sono esseri sfortunati, la cui unica ambizione è, per tutta la vita, di perfezionare il disastro».

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Giornalista e saggista. Presidente PRUA

https://www.associazioneprua.it/socio-luigi-sanlorenzo/

16 gennaio, 2022

Profili nel tempo dell' erranza, Don Chisciotte della Mancia




Dal film di Terry Gillman "L'uomo che uccise Don Chisciotte, 2018


La saggezza di Don Chisciotte e la follia dell' Occidente

di Luigi Sanlorenzo (*)



Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
Perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro?
Dovrei anche rinunciare ad un po' di dignità,
Farmi umile e accettare che sia questa la realtà?

Francesco Guccini, Don Chisciotte, in Stagioni, 2000 


Credo sia noto ai lettori il mio convincimento che troppo spesso capolavori della letteratura mondiale siano stati confinati nella sezione “per ragazzi” anche a motivo della loro carica  eversiva che da adulti potrebbe essere colta con effetti non sempre graditi al potere di ogni tempo.

Così scrivevo nel maggio scorso:

“Insomma sembra proprio che il piacere di narrare e la capacità di incantare il lettore siano rimasti nascosti tra le pagine dei grandi classici della letteratura, talvolta ridotti al rango di  “letteratura giovanile” come nel caso di Moby Dick di Hermann Melville di cui ricorre il centosettantesimo anniversario della pubblicazione o del Davide Copperfield di Charles Dickens o del Don Chisciotte di Miguel Cervantes, veri e propri apologhi del travaglio umano e del suo disperato e titanico  confronto con la potenza incomprensibile della natura nel suo inestricabile dispiegarsi. Con la differenza che i giovanissimi di oggi hanno altri riferimenti e talvolta si imbattono in tali personaggi solo grazie alla graphic novel che ne rispolvera di tanto in tanto i fasti e le atmosfere ma che, inevitabilmente,  priva il lettore  di pagine e pagine di descrizioni dei luoghi e dei caratteri dei personaggi, elementi cruciali in cui “esplode” letteralmente il talento del narratore,  imprimendo nel testo inestinguibili tracce di quella creatività e della capacità di immaginazione che soltanto le parole scritte bene possono generare.” 

https://www.lospessore.com/16/05/2021/melville-dickens-stevenson-eco-e-calvino-il-piacere-e-larte-di-raccontare/)

Il 16 gennaio del 1605 veniva pubblicato, quale  primo dei due volumi che lo costituiscono,  il Don Chisciotte. Cervantes ebbe una vita non facile, figlio di un cerusico ambulante, in una rissa compì un reato e venne condannato al taglio della mano destra, per nostra e sua fortuna non perderà la mano. Fuggì infatti in Italia e partecipò nel 1571 alla battaglia di Lepanto, di conseguenza le storie delle battaglie dei paladini moderni che i due goffi straordinariamente eroicomici personaggi Chisciotte e Sancho sono anche un riflesso della sua vita. 

Alla battaglia di Lepanto perde la mano sinistra, con una sola mano continuerà a combattere, viene preso prigioniero, mandato ad Algeri, dove rimane cinque anni. Sembra sia stato anche nel sud d’Italia a curarsi e in questa occasione probabilmente vide il teatro dei pupi, dei pupi siciliani, che forse ispirarono con le loro storie dei paladini trasmesse lungo i secoli almeno in parte le storie di Chisciotte e di Sancho. 

Un episodio preciso del primo dei due Chisciotte  presenta mastro Pedro in azione con il suo retablo, i suoi burattini, quindi abbiamo effettivamente un innesto non solo dei grandi libri di cavalleria ma anche delle piccole storie buone per i bambini, quelle dei burattini, dei pupi, che Mimmo Cuticchio ha conservato  nel suo cunto.




La letteratura picaresca è letteratura eroicomica che riprende la tradizione del cavaliere errante e la riduce ai brandelli della quotidianità, ne fa una giocosa messa in scena teatrale dell’antica ed eroica letteratura dei cavalieri erranti, che vanno nel mondo, come diceva uno degli autori dei romanzi medioevali, in cerca del senso del mondo; oramai il senso del mondo sembra essersi perduto, il picaro e il Chisciotte, che del picaro prende la tradizione e la rinnova, rappresenta il punto di saldatura e di rottura suprema tra il senso del mondo che la letteratura riproduce e il mondo che ha perduto i sui sensi.




Franz Kafka ha scritto un piccolo racconto intitolato “La verità su Sancho Panza”, in cui sostiene che Chisciotte è un invenzione di Sancho. Sancho è la realtà, ma è contemporaneamente un profondo rivoluzionario. Chisciotte crede ancora nella possibilità che i libri riproducano il reale, gli diano senso, esattamente come i libri di cavalleria medioevali facevano; il vero conservatore, anzi il vero reazionario, in fondo è lui che vuole nel pieno di una società come quella barocca, come quella che ha conquistato oramai il nuovo mondo, combattendo le grandi guerre di religione, in questo tipo di società,

Chisciotte vuole conservare la cavalleria, vuole come dice in un punto del suo romanzo, rinnovare, richiamare in vita tutti i grandi cavalieri del passato; è lui stesso tutti i cavalieri del passato, ed in questa dimensione è un conservatore.

Chisciotte è diventato pazzo a forza di leggere libri, sappiamo bene che il curato e il barbiere andranno nella sua biblioteca prenderanno tutti i libri e li butteranno in un rogo;  su questo rapporto tra i libri e la realtà ha scritto Michael Focault nel libro “Le parole e le cose, di cui si dirà più avanti.

Numerosi temi presenti nel romanzo cervantino alimenteranno la poetica borgesiana, ("Finzioni" 1944) costituendovisi in topoi: la reazione contro la cultura dominante, la fantasia e la realtà, il carattere problematico del romanzo, il contrasto tra vita attiva e vita contemplativa (il discorso delle armi e delle lettere), la relazione tra poesia e filosofia e, quindi, la questione della lingua come simbolo di umanità e di civile conversazione (influenza dei dialoghi di Platone), l’idea del romanzo nel romanzo, del libro dello stesso autore nel romanzo, l’idea dell’amore.

Anche Cervantes, come Borges, è poeta, non filosofo, ma sa cogliere l’essenza delle questioni e ne fa materia di fantasia, di sublime poesia.




Michel Focault, nell’opera “Le parole e le cose” pubblicato per la prima volta in Francia da Gallimard nel 1966, coglie nel  libro di Cervantes un grande gioco sulla realtà, ma anche un gioco in cui noi siamo coinvolti, perché in fin dei conti se i personaggi di una finzione possono leggere il libro in cui essi esistono, allora anche noi possiamo essere finti, fittizi, essere noi stessi personaggi di un grande libro, quel grande libro che è la storia nella quale noi stessi siamo iscritti. 

“Con i loro giri e rigiri le avventure di don Chisciotte tracciano il limite: in esse hanno termine i giochi antichi della somiglianza e dei segni; in esse già nuovi rapporti si stringono. Don Chisciotte non è l’uomo della stravaganza ma piuttosto il pellegrino meticoloso che fa tappa davanti a tutti i segni della similitudine. 

È l’eroe del Medesimo. Non riesce ad allontanarsi dalla familiare pianura che si stende attorno all’Analogo, proprio come non riesce ad allontanarsi dalla sua angusta provincia. Incessantemente la percorre, senza mai varcare le frontiere nette della differenza né raggiungere il cuore dell’identità. Egli stesso è fatto a somiglianza dei segni. direttamente dallo sbadiglio dei libri. L’intero suo essere non è che linguaggio, testo, fogli stampati, storia già scritta. È fatto di parole intersecate; è scrittura errante nel mondo in mezzo alla somiglianza delle cose.

Non del tutto però: nella sua realtà di povero hidalgo può infatti divenire il cavaliere soltanto ascoltando da lontano l’epopea secolare che formula la Legge. Il libro è più il suo dovere che la sua esistenza. Senza posa deve consultarlo per sapere che fare e che dire e quali segni dare a se stesso e agli altri per mostrare che la sua natura è la stessa del testo dal quale è uscito.
I romanzi di cavalleria hanno scritto una volta per tutte la prescrizione della sua avventura. E ogni episodio, ogni decisione, ogni impresa saranno segni del fatto che don Chisciotte è realmente somigliante a tutti i segni da lui ricalcati.

Ma se vuole essere loro somigliante è perché deve dimostrarli, è perché ormai i segni (leggibili) non somigliano più agli esseri (visibili). Tutti quei testi scritti, tutti quei romanzi stravaganti sono appunto senza uguali: nessuno al mondo è mai stato ad essi somigliante; il loro linguaggio infinito resta in sospeso senza che alcuna similitudine arrivi mai a riempirlo; possono bruciare tutti e per intero, la figura del mondo non né resterà cambiata.

Somigliando ai testi di cui è il testimone, il rappresentante, l’analogo reale, don Chisciotte deve fornire la dimostrazione e farsi portatore del segno indubitabile che dicono il vero, che sono il linguaggio del mondo.

Gli tocca adempiere la promessa dei libri. È suo compito rifare l’epopea, ma in senso inverso: questa narrava (pretendeva narrare) gesta reali, promesse alla memoria; don Chisciotte invece deve colmare con la realtà i segni, senza contenuto, della narrazione.

La sua avventura sarà una decifrazione del mondo: un percorso minuzioso per rilevare sull’intera superficie della terra le figure che mostrano che i libri dicono il vero. La prodezza deve diventare prova: consiste non già nel trionfare realmente – è per questo che la vittoria è in fondo irrilevante – ma nel trasformare la realtà in segno. In segno attestante l’esatta conformità dei segni del linguaggio alle cose stesse. Don Chisciotte legge il mondo per dimostrare i libri. E non fornisce a sé prove diverse dal luccichio delle somiglianze.

Tutto il suo cammino è una ricerca delle similitudini: le più tenui analogie vengono sollecitate come segni assopiti che occorre risvegliare perché riprendano a parlare. Le greggi, le fantesche, le locande somigliano ai castelli, alle dame, agli eserciti. Somiglianza ogni volta delusa che trasforma la prova cercata in derisione e lascia per sempre vuota la parola dei libri.

Ma la non-similitudine stessa ha il proprio modello da essa servilmente imitato: lo trova nella metamorfosi dei maghi. Per cui tutti gli indici della non-somiglianza, tutti i segni che mostrano che i testi scritti non dicono il vero, somigliano al gioco dell’incantesimo che introduce con l’astuzia la differenza nell’indubitabile della similitudine. E poiché questa magia è stata prevista e descritta nei libri, la differenza illusoria da essa introdotta non sarà mai altro che una somiglianza stregata. Un segno supplementare quindi del fatto che i segni somigliano alla realtà.

Don Chisciotte traccia il negativo del mondo del Rinascimento; la scrittura ha cessato di essere la prosa del mondo; le somiglianze e i segni hanno sciolto la loro antica intesa; le similitudini deludono, inclinano alla visione e al delirio; le cose restano ostinatamente nella loro ironica identità; sono soltanto quello che sono; le parole vagano all’avventura, prive di contenuto, prive di somiglianza che le riempia; non contrassegnano più le cose; dormono tra le pagine dei libri in mezzo alla polvere.

La magia, che consentiva la decifrazione del mondo scoprendo le somiglianze segrete sotto i segni, non serve più che a spiegare in termini di delirio perché le analogie sono sempre deluse.

L’erudizione che leggeva come un testo unico la natura e i libri è rimandata alle sue chimere: deposti sulle ingiallite pagine dei volumi, i segni del linguaggio non hanno più come valore che la tenue finzione di ciò che rappresentano. La scrittura e le cose non si somigliano. Tra esse, don Chisciotte vaga all’avventura.

Eppure il linguaggio non è divenuto del tutto impotente. Detiene ormai nuovi poteri, che gli sono propri. Nella seconda parte del romanzo don Chisciotte incontra personaggi che hanno letto la prima parte del testo e che riconoscono in lui, uomo reale, l’eroe del libro.
Il testo di Cervantes si ripiega su se medesimo, sprofonda nel proprio spessore, diventa per sé oggetto della propria narrazione. La prima parte delle avventure svolge nella seconda la funzione assunta all’inizio dai romanzi di cavalleria. Don Chisciotte deve essere fedele al libro che egli è realmente diventato; ha il dovere di proteggerlo dagli errori, dalle contraffazioni, dalle contaminazioni apocrife; deve aggiungere i dettagli omessi; deve serbare la sua verità.

Ma, per quanto lo riguarda, questo libro non l’ha letto e non deve leggerlo, dal momento che lo è in carne e ossa. Egli che, a furia di leggere libri è  divenuto un segno errante in un mondo che non lo riconosceva, eccolo divenuto, suo malgrado e senza saperlo, un libro che detiene la sua verità, annota esattamente tutto quello che egli ha fatto e detto e veduto e pensato, e che consente infine di riconoscerlo, tanto somiglia a tutti i segni la cui scia incancellabile esso ha lasciato dietro di sé.

Tra la prima e la seconda parte del romanzo, nell’interstizio tra i due volumi, e in virtù del loro solo potere, don Chisciotte ha acquistato la sua realtà.
Realtà che deve solo al linguaggio e che resta tutta quanta interna alle parole. La realtà di don Chisciotte non è nel rapporto tra parole e mondo, ma nella tenue e costante relazione che i segni verbali intrecciano da sé a sé.
La finzione delusa delle epopee è divenuta il potere rappresentativo del linguaggio. Le parole si sono chiuse sulla loro natura di segni.

Don Chisciotte è la prima delle opere moderne poiché in essa si vede la crudele ragione delle identità e delle differenze deridere all’infinito segni e similitudini, poiché il linguaggio, in essa, spezza la sua vecchia parentela con le cose, per entrare in quella sovranità solitaria da cui riapparirà, nel suo essere scosceso, solo dopo che è diventato letteratura; poiché la somiglianza entra così in un’età che per essa è quella dell’insensatezza e dell’immaginazione.

Una volta attuata la separazione tra similitudine e segni, due esperienze possono costituirsi e due personaggi emergere e fronteggiarsi. Il pazzo, inteso non come malato, ma come «devianza» costituita e alimentata, come funzione culturale indispensabile, è divenuto, nell’esperienza occidentale, l’uomo delle somiglianze selvagge.

Questo personaggio, nella forma in cui compare nei romanzi o nel teatro dell’età barocca, e in quella entro la quale si è istituzionalizzato a poco a poco fino alla psichiatria del XIX secolo, è colui che si è alienato nell’analogia. 

È lo sregolato burattinaio del Medesimo e dell’Altro; prende le cose per quelle che non sono e le persone le une per le altre; ignora gli amici, riconosce gli estranei; crede di smascherare e impone una maschera. Inverte tutti i valori e tutte le proporzioni, perché crede continuamente di decifrare dei segni: per lui gli orpelli fanno un re.
Nella percezione culturale che si è avuta del pazzo fino alla fine del XVIII secolo, esso è il Differente solo nella misura in cui non conosce la Differenza; non vede ovunque che somiglianze e segni della somiglianza; tutti i segni per lui si somigliano e tutte le somiglianze valgono come segni.

All’altro estremo dello spazio culturale, ma vicinissimo per la sua simmetria, il poeta è colui che, al di sotto delle differenze nominate e quotidianamente previste, ritrova le parentele sepolte delle cose, le loro similitudini disperse.
Sotto i segni stabiliti, e loro malgrado, afferra un altro discorso, più profondo, che richiama il tempo in cui le parole scintillavano nella somiglianza universale delle cose: la Sovranità del Medesimo, così difficile da enunciare, cancella nel suo linguaggio la distinzione dei segni.

Di qui indubbiamente, nella cultura occidentale moderna, il fronteggiarsi della poesia e della follia. Ma non è più  il vecchio tema platonico del delirio ispirato. E’ segno di una nuova esperienza del linguaggio e delle cose. Nei margini di un sapere che separa gli esseri, i segni e le similitudini, e al fine di limitarne il potere, il pazzo si rende garante della funzione dell’omosemantismo: raccoglie tutti i segni e li colma di una somiglianza che non cessa di proliferare.
Il poeta garantisce la funzione contraria: assolve alla funzione allegorica; sotto il linguaggio dei segni e il gioco delle loro distinzioni ben ritagliate, si pone all’ascolto dell’«altro linguaggio», quello, senza parole né discorso, della somiglianza.

Il poeta fa venire la similitudine fino ai segni che la dicono, il pazzo carica tutti i segni d’una somiglianza che finisce col cancellarli.
Situati sull’orlo estremo della nostra cultura e vicinissimi alle sue divisioni essenziali, essi si trovano così, l’uno e l’altro, in quella «situazione al limite» – posizione marginale e profilo profondamente arcaico – in cui le loro parole incessantemente trovano il loro potere di estraneità e la risorsa della loro contestazione."

Fra loro si è schiuso lo spazio d’un sapere nel quale, in virtù di una rottura essenziale nel mondo dell’Occidente, non si avrà più da fare con similitudini, ma con identità e differenze.

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Ecco al di sotto della meraviglia delle fiabe, delle avventure del Chisciotte c’è questo profondo riflettere sulla realtà del mondo in mutamento, sulla realtà della modernità che trasforma alla radice i rapporti sociali, politici, culturali tra le persone, tra le classi e anche tra le idee delle persone e le parole che queste idee rappresentano.

In questo senso dunque è un libro che genera altri libri: così fu per “L’idiota” di Dostoevskij, uno dei suoi grandi libri, quando ideò il personaggio del principe Myškin pensò a Chisciotte e scrisse nei suoi appunti che il principe doveva camminare come Chisciotte, avere quell’andatura traballante nel mondo. L’idiota è ancora il folle, è ancora il folle che non riesce a venire a patti con le proprie idee e la propria interiorità, con il proprio esteriore, la letteratura e la vita.

In "La tragedia del genere umano” per il filosofo Miguel de Unamuno Don Chisciotte è l’inganno della letteratura, è l’autoinganno della letteratura. Il poeta è colui che in realtà trova la misura delle cose nel essere somiglianti alle idee che ci facciamo su di esse, ma non perfettamente coincidenti, va sempre in cerca di uno scarto sottile tra ciò che è e ciò che vorremmo che fosse, ciò che è e ciò che crediamo sia, quindi trova le similitudini disperse tra le cose, quelle che gli occhi quotidiani non vedono: questa è la grande virtù del poeta Chisciotte, dell’avventuroso folle che ci fa saggi con la sua follia.

 “Di contro alla «scienza dell’intelletto» - scrive Giovanni Sessa nell’ introduzione - che distingue, divide e parla del e sul mondo, Don Chisciotte-de Unamuno propone la «scienza del cuore», che pensa non con la sola testa, ma con il corpo, con la viva carne, con l’anima. Del resto, de Unamuno, sostenne con forza, a proposito della creazione poetica: «Se la poesia non ci libera della logica, a null’altro ci può servire». Questa la «follia» di Don Chisciotte, la sua costitutiva utopia. Egli si getta nel mondo per mostrare, con le sue sole forze, con l’esempio, la possibilità di un’altra vita. Naturalmente, come accadde a de Unamuno, anche il Cavaliere errante dovette subire lo scherno e il dileggio egli uomini: «stupidi per eccesso di sensatezza», chiusi nella cittadella del pregiudizio, nelle abitudini macchinali. 

Don Chisciotte nutre la propria presenza nel mondo di una sola certezza: essere uomini è un compito, una possibilità e per essere realmente esistenti bisogna nascere in spirito. Il cavaliere errante realizzò, nell’agire, nell’andare incontro all’avventura del mondo, quell’ ideale che aveva appreso ad amare dalla letteratura cavalleresca, quel mondo che agli uomini di «buon senso» sembra morto da tempo, ma che in realtà, in quanto origine è sempre possibile. 

Penso che non ci sia nulla di più necessario della letteratura, cioè di Chisciotte, la sua necessità sta proprio nel fatto che non serve proprio a nulla, cioè che non è al servizio di nulla. A che serve una poesia? Direi che una poesia non serve, è quel dono di cui Giorgio Caproni ci ha parlato in una splendida poesia di Res Amissa: un dono che come una rosa ha le sue spine. Dimentichiamo chi ci ha fatto quel dono e ci rimane la rosa. La poesia è questo, la letteratura è questo: una necessaria finzione che non deve portarci fuori dal reale, deve aprire nel reale uno spazio che non è al servizio di nulla, che non serve, e per questo è necessario.

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Il Don Chisciotte ha ispirato e credo continui ad ispirare oggi i cantautori. Francesco Guccini ha scritto una bellissimo testo, che è anche una bellissima canzone in cui Chisciotte parla con Sancho e gli spiega che anche lui è stato un realista, poi ho scoperto che essere idealisti è più importante che essere realisti, l’idealista è un realista che nella realtà trova un seme nuovo, trova un senso che il puro realista non riesce a riconoscere. 

Il puparo siciliano,  Mimmo Cuticchio


E’ quel di più, è quell’aggiunta del gratuito, dell’inutile e quindi necessario che è appunto il farsi delle idee, avere un’ideale. Cito solo Guccini, ma potrebbe essere citato Lucio Dalla, che amava molto Chisciotte, oppure Mimmo Cuticchio, il grande cantastorie siciliano che ha ripreso questo tema e ne ha colto la violenta presenza nel mondo quotidiano, un mondo di gente che non fa che invitarci a credere soltanto alla realtà, all’importanza del successo, del guadagno, delle cose.

I giovani non credono più nel donchisciottismo, io credo invece che vada di nuovo proposta loro non la follia del don Chisciotte ma questo scarto rispetto al reale, questa voglia di conservare se stessi, le idee, il passato che siamo e la tradizione che portiamo. Lo scollamento che noi stiamo provando, che i giovani stanno provando, per esempio verso la politica, la sfiducia nella politica, il non sentirsi più riconosciuti nella delega politica, e di conseguenza l’abbandono dell’idealità, e della partecipazione al reale (partecipare vuol dire non tanto appropriarsi del reale quanto volerlo cambiare, voler interferire con esso) credo che in questo interstizio delicato e difficile si trovi forse una risposta a questa domanda.

C’è un punto, vorrei proporlo come allegoria, che è forse anche di tipo politico e civile: anche Sancho diventa Chisciotte ad un certo punto. Chisciotte promette a Sancho, in uno dei primi capitoli del libro: “se verrai con me nelle mie avventure ti regalerò un’isola come Alessandro magno nella tradizione letteraria aveva fatto con un suo giullare”. Sancho crede in questa isola, ma è proprio questo credere profondamente e aspettare l’isola e cercarla e combattere a fianco del suo eroe che fa di Sancho un piccolo don Chisciotte, un Chisciotte in potenza. 

Alla fine di questo lungo viaggio domenicale, è forse il caso di riflettere su un libro letto da ragazzi e poi dimenticato;  forse questo ci porterà ad essere,  senza angosce o complessi di colpa,  un po’ Sancho e un po’ Chisciotte, ogni giorno della nostra vita.






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(*) Giornalista e saggista. Presidente PRUA

https://www.associazioneprua.it/socio-luigi-sanlorenzo/

15 gennaio, 2022

Miniature 10

 



New York, 8 dicembre 1980

Che bello passeggiare sottobraccio al tuo uomo. Tornare a casa a piedi dopo un bel pomeriggio passato a fare ciò che a noi piace di più: comporre e suonare musica. Che giornata meravigliosa. Gli alberi del Central Park sono colorati di tutte le sfumature del bruno e del giallo e sembrano una tavolozza vivente che la brezza di quest’ora rende ancora più brillante.  Oggi, è stata una giornata stancante, ma bella, prima le foto, poi l’intervista, infine la sala di registrazione. La canzone l’abbiamo scritta insieme ma deve ancora essere migliorata e lui sta facendo un gran lavoro al missaggio. Siamo a due passi dalla portineria di casa. Chi è che grida il suo nome? Cosa sono questi colpi? Che succede? Perché cadi a terra? Oh Dio, che succede? Cosa è tutto questo sangue? Perché non parli? Perché non…? Perché?

Che bello passeggiare sottobraccio alla tua donna. Che giornata intensa abbiamo avuto oggi. Dapprima quelle foto con quella fotografa. Brava, sì, ma non mi è piaciuto che non volesse farmi la foto per la copertina insieme alla mia donna; ho dovuto insistere: o con lei o niente foto. Alla fine, si è convinta, speriamo che pubblichi quella giusta. E poi l’intervista. Ho perso il conto di quante interviste ho fatto. Di tutti i generi e tipi, ma adesso basta sceglierò solo quelle nelle quali mi faranno dire solo le cose che più mi piacciono. Basta con il mio passato: conta solo il futuro.  Che meraviglia questi alberi del Central Park; i loro colori sono magnifici. Un giorno o l’altro ci dovrò scrivere una canzone. Chi grida il nome? Cosa sono questi colpi? Che succede? Perché mi manca il respiro? Cosa è tutto questo dolore nelle spalle e nel petto? Non mi reggo. Tienimi tu cara, tienimi, cado. Non ti sento più. Vedo gente gridare ma non capisco cosa dicono e tu, amore mio, perché piangi disperata? Perché?

Che bello vederli passeggiare sottobraccio, l’uno con l’altra. Stanno tornando a casa, li aspetterò lì davanti per dire a lui che è il mio idolo e che non posso vivere senza lui senza lui senza lui senza lui. Questi alberi qui, perché non smettono di fare questo stupido rumore? Mi danno fastidio. Non li sopporto, con tutti questi colori, non li sopporto. Domani verrò e li taglierò. Poi andrò a casa e mi ascolterò il suo disco, quello che stamattina, uscendo da casa, mi ha autografato in copertina. Eccoli, stanno entrando, ora grido il suo nome. Ho già in pugno la mia calibro 38. Sparo, uno, due, tre, quattro, cinque colpi. Ecco è caduto. Ma cosa ho fatto? Cosa ho fatto? Perché gridano tutti? Perché mi urlano contro? Perché?

Era già sera ma su New York scese una notte fonda. Anzi, la notte scese su tutto il mondo. Era appena stato ucciso un grandissimo musicista. Grande quanto Ludwig van Beethoven o Miles Davis o Bob Dylan. Era già grande e non serviva la sua scomparsa per farlo ancora più grande; la sua morte così violenta e incomprensibile ci ha privato di chissà quanti brani meravigliosi ancora. Meravigliosi quanto quegli alberi colorati del Central Park. Ma perché?

Perché?

 

 Il Ministro e il gran rifiuto

Cosa? Ti faccio ministro e te ne vai? Ma dove? Mi lasci dopo pochi anni? Abbiamo ancora tante cose da fare insieme, non siamo che solo all’ inizio. Si, abbiamo avuto qualche divergenza, ma perché te ne vuoi andare? Vuoi fare un altro giro in moto? Vuoi fare il medico? Lo so, lo so, non l’ho dimenticato che sei laureato in medicina. Ma il medico l’hai fatto tempo fa e poi hai fatto altro nella tua vita. Conosci meglio un mitragliatore che il corpo di quelli cui hai sparato. E poi, perché rinunci a questa vita che poi non è così tanto male? Abbiamo donne, denaro, potere e siamo convinti di dovere e potere portare questo paese a condizioni più umane per tutti. C’è ancora tanta gente che merita una vita migliore. Lo so, anche altrove, ma dove vuoi andare? In Congo? E poi? Bolivia? Si, si, non lo dirò a nessuno, ma dimmi almeno il perché.  Perché hai intenzione di abbandonare l'isola e di andare a combattere altrove per la rivoluzione. Ho capito che altri Paesi nel mondo hanno bisogno dei tuoi sforzi, del tuo aiuto, ma c’è proprio bisogno di lasciarmi, di dimetterti da tutte le cariche che occupi, nel governo, nel partito, nelle forze armate? Vuoi anche rinunciare alla cittadinanza per i tuoi meriti nella rivoluzione?  Dimmi perché. Perché?

Perché?

  



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(*) Vavin è lo pseudonimo di un autore noto al responsabile del blog