12 dicembre, 2021

Gli insegnamenti del Mito

 

Tiziano Vecellio, Sisifo, 1548  Madrid, Museo del Prado.


Paride ed Ettore, Sisifo e Ulisse: archetipi di multiformi eroismi

 di Luigi Sanlorenzo (*)


La tradizione classica indica modi diversi di affrontare il pericolo quando gli uomini, posti davanti ad esso, danno il meglio o il peggio di se stessi.

Nella vicenda omerica Ettore e Paride sono fratelli e del cugino Enea non si fa menzione. Sarà poi Virgilio, con palese intento celebrativo nei confronti di Augusto, a definire il mitico progenitore della Gens Iulia attribuendo al figlio del principe troiano, Ascanio- Iulo,  il ruolo di fondatore della stirpe ed all’unione con Lavinia,  il primigenio incontro fecondo tra il mondo greco e la terra dei Latini.  Poiché di lingua e cultura greca erano sia i troiani assediati che gli achei invasori.

Così ha sostenuto nel luglio scorso sulla rivista "Archeologia Viva"  lo storico Luois Godart, professore emerito di Civiltà Egee all’Università Federico II di Napoli, consigliere per il patrimonio artistico della Presidenza della Repubblica, membro dell’Accademia dei Lincei, dell’Institut de France e dell’Accademia di Atene.  Qualche titolo in più dell’immaginifico Heinrich Schliemann scomparso nel dicembre del lontano 1890,  che sulla scoperta della presunta Troia di Omero, fece la propria fortuna.

“Greci e Troiani parlavano la stessa lingua, avevano le stesse credenze, stessi usi e costumi, stesso tipo di armamento. Omero lo dice chiaramente nella sua Iliade. Oggi la conferma arriva dall'archeologia che aiuta a riscrivere un’intera pagina di storia, decisamente la più nota e popolare. Le ricerche condotte a Troia dalla missione archeologica dell’Università tedesca di Tubinga abbinate a una riflessione sullo studio dei testi delle tavolette in lineare B scritte nel dialetto acheo dei Greci micenei cambiano radicalmente le nostre prospettive sulla storia dell’Anatolia nord-occidentale e dell'Egeo alla fine del II millennio, in particolare tra il 1200 e il 1180 a.C. Sarei assolutamente propenso - spiega Godart - a ritenere che sia stata un'aristocrazia micenea a comandare a Troia nella fase VII che ispirò Omero Se è davvero così e se Priamo era un re acheo, dovremmo ritenere che la guerra di Troia cantata da Omero sia stata una guerra civile in cui implacabilmente gli Achei del continente, delle isole e di Creta si opposero ad altri Achei".

Un nuovo ed affascinante tassello si aggiunge alla “questione omerica” che tanto ha fatto penare generazioni di studenti liceali e affascinato gli studiosi di Humanities,  e che andrebbe approfondita,  ma non qui e non ora, poichè scopo di questo articolo è l’analisi dei tipi umani evocati nel titolo,  traendone utili riflessioni sulle diverse reazioni umane davanti a cambiamenti epocali che escludono ogni nostalgia di ritorno al passato,  nonostante ciò si voglia spacciare ai più come rassicurante.

 Le vicende sono note: il principe Paride venne chiamato a fare da arbitro della bellezza di tre dee, Era, Atena ed Afrodite che gli promisero rispettivamente potenza, sapienza e l’amore della donna mortale più bella del mondo. La scelta di Paride fu per la dea dell’amore che, secondo il patto,  indusse Elena, moglie del re di Sparta Menelao, ad innamorarsi perdutamente del giovane Troiano, fuggendo con lui ad Ilio. Fu lì che cominciarono i guai alla traduzione dei quali sudammo, con accanto il fido dizionario elaborato dal gesuita Lorenzo Rocci giustamente celebrato lo scorso anno a settant’anni dalla morte. C’è sempre un gesuita pronto a dare una mano soprattutto quando in gioco ci sono lingue e morali molteplici. Ne ho scritto volentieri già in novembre su Lo Spessore

https://www.lospessore.com/14/11/2021/il-misterioso-mondo-di-athanasius-kircher-il-gesuita-che-ispiro-verne-ed-eco/

La colpa di cui Paride si macchia agli occhi degli Achei  è duplice poiché non solo ha portato via la moglie a Menelao ma ne ha tradito l’ospitalità; com’è nella natura dei caratteri mediterranei, perdere la faccia è una sanzione sociale ben più grave del perdere un amore.  Decenni di sentenze per “delitto d’onore” hanno sancito fino a pochi anni la giustificazione del fenomeno che, in larga misura e con modalità psicologiche diverse, oggi ritroviamo tra le cause del cosiddetto “femminicidio”. Altri tempi, altre ansie, altre ipocrisie che il cammino delle donne nel mondo sta cercando di lasciarsi faticosamente alle spalle, spesso con la minima collaborazione dell’altra metà del cielo, notoriamente minoritario e spesso “minorato” nella gestione delle proprie emozioni.

 Ma, tant’è. A motivo dell’affronto vissuto come collettivo,   gli Achei onoreranno l’antico patto di alleanza reciproca e allestiranno la più grande flotta d’invasione del tempo. Sarà il “Catalogo” delle Navi descritto nel secondo libro dell’Iliade e a cui si deve l’introduzione del termine poi giunto sino a noi.

Per quanto affascinante, Paride era stato favorito dall’intervento di Afrodite che aveva provveduto a far innamorare di lui Elena, con modalità non certo spontanee; più che Cupido, poterono il fatto che Elena avesse scelto il grezzo Menelao in astio all’opportunista Teseo,  già ingrato ad Arianna, che amava ma che l’aveva rifiutata per non guastare equilibri politici,   e all’influsso esercitato ad hoc dalla dea, massima esperta in materia; qui crolla il primo orpello del principe tombeur de femme il cui nome è stato imposto per secoli a disgraziatissimi bambini che ne hanno sopportato lo stigma per tutta la vita.

In realtà Paride è il classico secondogenito che, privato per nascita della corona, viene risarcito con le coccole e l’adorazione della madre Ecuba e delle altre donne di corte. Dovrà stare sempre un passo indietro rispetto all’erede al trono, Ettore, adorato dal re Priamo forse presago del tremendo destino che  attende il primogenito. Paride, dunque,  è bello ma fatuo,  fragile e pauroso anche in battaglia dove si rivelerà incapace e pavido con grande vergogna da parte dei troiani che assistono dalla mura alle sue deludenti performance guerriere. Insomma un gran piacione che causerà tanti danni al proprio popolo e, alla prova dei fatti, si rivelerà un fallimento. Riuscirà a uccidere Achille, a distanza ed essendo stato informato del punto debole del semidio che altrimenti mai sarebbe stato in grado di affrontare ma sarà immediatamente trafitto dalle frecce di Filottete: la sua vanagloria durò solo qualche breve istante. Talvolta sono i nani a far cadere i giganti,  quando questi ne sottovalutano la capacità letale.

Di tutt’ altra tempra è Ettore, archetipo dell’uomo virtuoso, padre e marito affettuoso, saggio confidente del sovrano che tuttavia non ne ascolta il saggio consiglio, preferendo i vaticini degli aruspici, notoriamente influenzati dal timore per la propria vita in caso di previsioni infauste sgradite al sovrano: l’eterno ruolo svolto dai sicofanti di ieri e di oggi. Nonostante la consapevolezza del destino già compromesso della città, Ettore guida i guerrieri troiani che lo seguono con entusiasmo e fedeltà e respingono in più occasioni in campo aperto gli assedianti che perdono il tristo Menelao. Ma il destino è in agguato e il principe troiano trafigge agilmente l’ingenuo ed avventato Patroclo, irriconoscibile nell’armatura sottratta ad Achille, decretando così la propria fine; essa sarà resa ancora più umiliante dal trattamento oltraggioso che il Pelide riserverà al suo cadavere, in spregio ad ogni onore dovuto all’avversario sconfitto in leale combattimento.


Antonio Cavallucci, Il commiato di Ettore da Andromaca, 
1773, Roma, Accademia Nazionale di San Luca

Alla figura di Ettore come modello di eroe civile che, pur conoscendo l’inevitabile conclusione, non  esita ad affrontare a viso aperto il nemico in nome della fedeltà al proprio dovere nei confronti del popolo che gli ha affidato il compito supremo. E non ho avuto difficoltà ad accostarlo, su altre pagine, alle figure di Giorgio Ambrosoli e di Paolo Borsellino. “Come l’Ettore omerico, Borsellino aveva il culto della famiglia cui riservava ogni possibile attenzione circondandosi dell’affetto della moglie Agnese e dei figli Manfredi, Fiammetta e Lucia. Il suo commiato frettoloso ma tenerissimo  in quel drammatico 19 luglio del 1992 ricorda l’addio di Ettore alla moglie Andromania e al figlio Astianatte,  prima di andare incontro al sacrificio.”  Un bel quadro del pittore neoclassico Antonio Cavallucci ritrae quella scena e indimenticabili sono i versi omerici che cantano l’agonia scelta con coraggio estremo:

“Ahi! Davvero gli dèi mi chiamano a morte.Credevo d’aver accanto il forte Deifobo:ma è fra le mura, Atena m’ha teso un inganno.M’è accanto la mala morte, non è più lontana,non è inevitabile ormai, e questo da tempo era caro a Zeus e al figlio arciero di Zeus, che tante volte m’han salvato benigni. Ormai m’ha raggiunto la Moira.Ebbene, non senza lotta, non senza gloria morrò, ma compiuto gran fatto, che anche i futuri lo sappiano” ( Iliade, XXII Libro)

L’isolamento già sperimento da Giovanni Falcone e che Paolo Borsellino percepiva intorno a sé, fu gridato  in occasione del convegno organizzato dalla rivista MicroMega nell’atrio della Biblioteca Comunale di Palermo il 25 giugno 1992, come l’inizio della fine di Giovanni Falcone e, come egli intuiva, della propria. Chi scrive era presente a quell’ultimo messaggio disperato e molti anni dopo si è rivisto dietro una delle colonne, in un’immagine d’archivio dello splendido libro fotografico, pubblicato in ricordo di quell’evento. Le parole di quella sera sono epiche e vanno tramandate:

 

Si ringrazia la Fondazione Paolo Borsellino 

“Il pool antimafia – disse - deve essere eliminato l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio”. E spettacolo tremendo fu, non una ma due volte.

Ne abbiamo visti di Ettore in questo anno che va a concludersi, talvolta celebrati, sovente ignorati dai media. Tutti meritano che il loro ricordo non appartenga solo a noi che ne siamo stati contemporanei ma vada tramandato nel libri di scuola,  se ancora essa avrà il compito di introdurre i più giovani ai misteri che rendono la vita degna di essere vissuta e, quando occorre, donata. Che i loro volti e nomi non si perdano nel chiacchiericcio della politica, spesso accostata alla guerra e come quella non priva di codardi e di felloni nascosti sotto diverse casacche e, da qualche tempo, dietro griffate mascherine.

Altro destino è riservato a Enea, eroe non omerico ma virgiliano, tra i protagonisti minori di quelle vicende di cui segna l’epilogo,  dando il messaggio più autentico che lega le generazioni: non c’è futuro senza preservazione dell’essenza della propria origine e, allo stesso modo,  senza affidarsi ai più giovani che trainano verso il futuro. Poiché tale è l’interpretazione, ad avviso di chi scrive, della stampa a tutti nota,  un tempo riproposta a  partire dai sussidiaria della scuola elementare,  che ritrae il protagonista  con sulle spalle il padre Anchise che tanto facilmente si sarebbe potuto abbandonare tra le fiamme tenuto conto che, come qualcuno  ha impudentemente affermato durante la fase più acuta della pandemia, “gli anziani non sono indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”. Giovanni Toti si è poi scusato pubblicamente,  ma probabilmente verrà ricordato in futuro soltanto per quella frase infelice. 

Ci vuole poco per passare alla storia.


Federico Barocci, Fuga di Enea da Troia, 1598
Galleria Borghese, Roma

Minore attenzione è stata riservata dalla critica iconografica al piccolo Ascanio-Iulo che viene spesso descritto sbrigativamente  come “tenuto per mano” da Enea.In realtà, ove si guardi con attenzione,  il bambino sembra trainare lontano dalla città che brucia i propri progenitori: lo sforzo di trarre in salvo il padre ed il nonno è dipinta sul piccolo volto, disperato di non possedere la  forza sufficiente, necessaria a traghettare verso la sponda della salvezza il mondo che lo ha preceduto e timoroso di essere, piuttosto, risucchiato dal passato.

 Dovrebbe essere Ascanio-Iulo  il testimonial di Next Generation Eu  e il particolare di quella stampa,  ingrandito ed evidenziato, dovrebbe campeggiare sul Palazzo Berlaymont di Bruxelles,   sede della Commissione Europea,  al posto di quel pannello senz’anima che somiglia più alla pubblicità di un analgesico che temiamo diventi un anestetico dei patimenti che sempre accompagnano i processi di cambiamento: una comoda epidurale per lenire il parto di una generazione a cui pochi vogliono raccontare con chiarezza ciò che l’aspetta e che andrebbe invece formata con inedite pedagogie al nuovo mondo,  certamente più aspro di quello attuale,  che si prepara per loro.



La collina artificiale nella pianura di Waterloo, in Belgio
(foto dell'autore)

A quanti frequentano il palazzo di  Rue de la Loi consiglio  una passeggiata nelle vicinanze. Sono diciotto chilometri, un quarto d’ora in auto o con i mezzi pubblici predisposti. Attraversato un bosco maestoso, si ritroveranno nella piana di Waterloo dove su una collina artificiale campeggia il leone di bronzo; fu voluta dal re Guglielmo I dei Paesi Bassi in ricordo del proprio figlio gravemente ferito in quella battaglia,  ma diventò presto un monumento di più ampio significato. Intorno,  una pianura sconfinata sotto cui giacciono le ceneri dei caduti di quella battaglia in cui duecentocinque anni fa si svolse lo scontro epocale tra ciò che restava della Rivoluzione Francese e la Restaurazione con cui gli imperi legittimisti avrebbero paralizzato il continente per trent’anni,   fino ai primi risvegli nel 1848. Una lettura delle pagine maestose che Victor Hugo dedicò a quelle ore fatidiche nel capitolo intitolato Houguoumont nella seconda parte, capitolo II del capolavoro I Miserabili,  può essere di conforto nei prossimi giorni di relax natalizio.

“ Il campo di Waterloo oggi ha la calma che appartiene alla terra,impassibile sostegno dell’uomo, e somiglia a tutte le altre pianure. Però di notte da quella pianura s’innalza una specie di bruma fantastica; e se qualche viaggiatore, passando di là, osserva, ascolta,medita, come Virgilio nella funesta pianura di Filippi, l’allucinazione della catastrofe l’assale.

Quel terribile 18 giugno rivive; sparisce la falsa collina-monumento, sfuma quel leone qualunque, e il campo di battaglia riprende la sua realtà:schiere di fanteria ondeggiano nella pianura, galoppi furiosi attraversano l’orizzonte; il sognatore spaventato vede balenar le sciabole, scintillare le baionette, fiammeggiare le bombe, incrociarsi mostruosamente i fulmini; sente, come un rantolo in fondo a una tomba, il vago clamore della fantastica battaglia; quelle ombre, sono i granatieri; quel luccichio, sono i corazzieri; quello scheletro è Napoleone; quell’altro scheletro è Wellington. 

Tutto questo non esiste più, eppure cozza e combatte ancora; e i burroni si tingono di rosso, e gli alberi fremono, la furia arriva fino al cielo, e nelle tenebre tutte quelle alture selvagge, Mont-Saint- Jean, Hougomont, Frischemont, Papelotte e Plancenoit, appaiono confusamente coronate da un turbine di spettri che si sterminano tra loro”.

Dalla pianura bagnata dallo Scamandro alla terra che custodisce gli oltre quindicimila caduti in un solo giorno nella piana di Waterloo, migliaia di battaglie sono state combattute prima e dopo e in esse sono caduti pochi veri eroi e sopravissuti invece molti codardi che però non hanno esitato ad ascrivere a se stessi le vittorie. Sembra essere una costante della natura umana che, secondo Tucidide,  è condannata a ripetere i medesimi comportamenti poiché “η ιστορία είναι πόλεμος” la storia è guerra,  ed è ciò che viene insegnato da secoli ai cadetti delle accademie militari di tutto il mondo,  come da anni ormai ai giovani manager dell’ economia globalizzata. Il tema è stato recentemente ripreso e sistematizzato dal politologo statunitense Graham Allison  autore del testo pubblicato in italiano nel 2018 da Fazi con il titolo Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?  Un tema di grande attualità di cui occorrerà scrivere presto perché sarà lo scenario che farà da sfondo a molti degli eventi del 2021.

A distanza di settemila chilometri dalla Grecia ma nello stesso periodo di Tucidide, il V secolo a.C. il generale e filosofo cinese Sun Tzu, scrisse l’Arte della Guerra, il più raffinato testo di strategia militare, mai  trascurato da parte da chi cerca di comprendere e di governare il fenomeno più costante della natura umana. Sun Tzu però non si limita a dare precetti per sconfiggere i nemici in battaglia, ma insegna a gestire i conflitti personali, quotidiani, in modo non distruttivo: “come in guerra, anche nella vita di tutti i giorni, la miglior battaglia è quella che vinciamo senza combattere.”

Un convincimento profondamente radicato  nell’ultimo eroe omerico, Ulisse, l’unico vero vincitore della guerra di Troia,  quando si pensi ai drammatici destini che attendevano gli altri condottieri greci tornati in patria e messi in scena da Eschilo nell’Orestea e da Sofocle nell’Elettra:  il re di Itaca, già restio a prendere parte alla spedizione,  aveva compreso perfettamente come intelligenza e razionalità siano le armi vincenti in ogni campo dell’agire umano e possono evitare inutili bagni di sangue. Un particolare tipo di eroismo senza fanfare che è diventato il mito fondativo dell’Uomo moderno ma che sembra ormai dimenticato,  nel procedere a ritroso delle coscienze.

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Jacob Jordaens, Ulisse e i compagni scappano dall'antro di Polifemo1630,
Mosca, Museo Puškin


Con Ulisse si chiude il Mito e inizia la Storia su cui però il primo incombe come una premonizione utile solo a chi sa coglierne il valore predittivo e soltanto un moralista come Dante Alighieri poteva includerlo tra i  consiglieri fraudolenti nel XXVI canto dell’Inferno. Tra i tanti padri attribuiti a Odisseo, il più credibile non è il re pastore Laerte ex argonauta ormai in disarmo,   quanto Sisifo, l’uomo che riuscì ad ingannare più volte gli dei ed alla fine fu condannato a risalire un monte recando sulle spalle il masso che, raggiunta la cima, ritornava a precipitare a valle, costringendo il reo a ricominciare daccapo,  per l’eternità.  Quell’ostinazione a riprovare sempre non appare oggi una pena ma l’inesauribile volontà, nonostante tutto, di risollevare il mondo e, con esso,  se stesso dal buio dall’abiezione, della sottomissione e della rassegnazione. Un’eredità potente a cui non possiamo permetterci il lusso di rinunciare. Albert Camus gli dedicò nel 1942  un saggio che fece scalpore “Il mito di Sisifo. Saggio sull’assurdo”.  In esso, l’autore de “La Peste” tanto citato nell’anno della pandemia coincidente con il sessantesimo anniversario della morte, scrisse: 

“Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n'è soltanto uno, che l'uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere il padrone dei propri giorni. In questo sottile momento, in cui l'uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte.

Così, persuaso dell'origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora. Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene.

Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.”

Un pensiero da diffondere e sostenere, quia absurdum, perchè può sovvertire  il costante tentativo del potere umano o divino di imporre nuove e più inquietanti catene alla libertà umana. Un sfida che attende ciascuno all’uscita della caverna platonica dove le ombre pretendono di essere la realtà ed i burattini che le generano si illudono di essere dei.


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(*)  Giornalista e saggista, Presidente Associazione PRUA

http://www.luigisanlorenzo.it/

10 dicembre, 2021

Miniature 5

 


Astensione per sempre

Non avranno mai più il mio voto.  Quando noi dell’astensione arriveremo al 90% i politici avranno paura, terrore, li inseguiremo con i forconi, abbatteremo i municipi, distruggeremo i palazzi reali e governativi, daremo fuoco alle loro case, li appenderemo per i piedi, così i prossimi saranno avvertiti e, forse, si comporteranno da uomini e non da stronzi.

 

Gatti morti

Ieri la mia vicina è andata ad aprire la porta, e c'era un uomo di fuori. E l'uomo ha detto alla signora: «Mi dispiace, ma... ho investito il suo gatto poco fa. Temo che sia morto». Poi l'uomo ha aggiunto: «Però sono disposto a rimpiazzarglielo».

E la signora ha risposto: «Per me va bene, ma lei li sa prendere i topi?». (cit. Mary Poppins)

 

Vaccini

Da troppo tempo si sente parlare di persone che non vogliono vaccinarsi contro il Covid-19.  Avranno le loro buone ragioni, non le comprendo per niente ma, spero, le avranno.  Lo spero per loro.

 

 Riservatezza Vs privacy

Quanto era bello il termine “riservatezza”.  Profumava di buona educazione, di rispetto, buon gusto, serietà, gentilezza. Adesso è stato soppiantato da “privacy” che, dopo l’invasione delle cavallette nell’antico Egitto, è il più grande flagello dell’umanità. In nome e a tutela della privacy si ergono censori, moralisti, farabutti, ladri, assassini, mafiosi, camorristi e ndranghetisti.

Fossi lo Stato, metterei 8 telecamere ad ogni incrocio stradale, 4 ogni 50 metri di strada, fino alle periferie più lontane. Aprirei la corrispondenza cartacea, tutta. Registrerei tutte le conversazioni telefoniche, le email, i whatsapp, gli sms, ogni possibile comunicazione informatica e verificherei ogni estratto conto bancario. Forse qualcosa l’ho dimenticata, ma entro due anni, forse anche prima, ogni forma di delinquenza sarebbe debellata.  La mafia non esisterebbe più, nessuno potrebbe cavarsela a chiedere il pizzo o a spacciare o a truccare un appalto o a gestire la prostituzione delle migranti africane. Insomma, due anni senza la fottuta privacy e vi prometto il Paradiso Terrestre.

Quanto era bello il termine “riservatezza”. 

 


                                                                                                                   

                                                                                                         vavinilcattivo (*)



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(*) vavin è lo pseudonimo di un autore noto al responsabile del blog


06 dicembre, 2021

Convegno online IUSVE "Eros e Thanatos: due forze al servizio della vita"

 

Eros e Thanatos: 

due forze al servizio della vita.


Le pulsioni originarie di Eros e Thanatos, il cui continuo intersecarsi tra cooperazione e contrasto genera comprensione alle cangianti manifestazioni dell’esistenza dell’essere, vengono analizzate in un percorso attraverso la mitologia in grado di portare alla luce i significati del genio umano inteso, questo, come forza naturale produttrice, che il prodotto sia gioia o dolore. 

Un mutuo rapporto di spinta alla conoscenza e ineluttabile impossibilità in cui Eros e Thanatos si fanno afflati simbolici del desiderio di conoscenza, della sessualità e del dolore umano. 

Un percorso tra i miti, quindi, per comprendere la biforcazione dell’amore in quanto forza al contempo generatrice e distruttiva, tramite narrazioni archetipiche che raccontano del destino tutto umano di ricerca e fragilità.


Istituto Universitario Salesiano Venenzia (IUSVE)
18 dicembre 2021
 
Programma:

  • 08:30 Registrazione dei partecipanti
  • 09:00 Accoglienza
  • 09:45 prof. Umberto Curi, Amore e morte in alcuni miti classici
  • 10:45 prof.ssa Giada Mondini, Dedicato a Thanatos e al suo cuore di ferro. Frammenti di sessualità sulla circolarità della violenza
  • 11:25 Pausa caffè
  • 11:45 prof. Silvio Ciappi, L’odio di Narciso: l’esperienza umana del dolore e della vendetta
  • 12:45 Tavola rotonda
  • 13:45 Chiusura dei lavori

Relatori:

Prof. Umberto Curi: Professore emerito di Storia della Filosofia presso l’Università di Padova. Visiting Professor presso le Università di Los Angeles (1977) e Boston (1984). Ha tenuto lezioni e conferenze presso numerose Università su territorio internazionale. Autore di numerose pubblicazioni per Feltrinelli, Dedalo, Bollati Boringhieri, Mondadori, Marsilio, Corriere della Sera, Corriere del Veneto. Vincitore dei premi nazionali Capalbio (2009) e Frascati (2011) per la Filosofia, oltre al Praemium Classicum Clavarense.


Prof.ssa Giada Mondini: Psicologa, psicoterapeuta e sessuologa clinica iscritta all’Albo della Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica (FISS). Si occupa di formazione e supervisione presso il Centro Italiano di Sessuologia, presso la Scuola internazionale di Specializzazione con la Procedura Immaginativa e  IUSVE. Responsabile del Board della Rivista di Sessuologia (Edizioni Scione, Roma). È parte dell’equipe di ricerca del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell’Università di Padova.


Prof. Silvio Ciappi: Dottore di ricerca in Psicopatologia Forense. Specialista in criminologia clinica e in Psicoterapia cognitivo-interpersonale. Autore di pubblicazioni scientifiche in tema di criminologia, psichiatria forense, psicologia giuridica, sociologia della devianza. Perito in ambito psicologico e psichiatrico-forense. Membro della Commissione ministeriale vittime della criminalità, della Società Italiana di Criminologia, della American Psychological Association, dell’Institute of Mental Health, Law and Policy Institute (Canada).


Per iscriversi al convegno iusve, vada sul sito https://www.iusve.it/   poi —> clicchi su Lauree —> Area di Psicologia —> Convegni e Seminari —> compare l’immagine del Convegno “Eros e Thanatos” —> Iscrizioni in Presenza oppure a distanza —> compili il modulo e le arriverà l’email di conferma.

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prof. Salvatore Capodieci
IUSVE, Venezia. Socio PRUA




05 dicembre, 2021

Omaggio a Walt Disney. L'articolo della domenica.

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 Il ritorno di Topolino

 di Luigi Sanlorenzo

 

L’Italia somiglia sempre di più alla città immaginata da Walt Disney quale scenario per il suo più famoso personaggio, ormai quasi centenario. Sembrano esserci tutti: la truce Banda Bassotti, la mediocre quanto confusionaria Minerva detta Minnie,  sempre in attesa di convolare a “giuste” nozze da celebrare nel Palazzo, il commissario Basettoni, bonario quanto inefficace detective; non mancano quell’amico Pippo che tutti abbiamo avuto, i terricoli quanto imbranati  Orazio  e Clarabella  e l’inquietante Macchia Nera.

Solo da poco è arrivato  Topolino, mente ed azione che mettono ordine nel caos morale di una società cresciuta troppo in fretta e spesso esposta a tutte le contraddizioni. In compenso,  c’è stato Lupo, l’ avvocato che tentava di impadronirsi dell'eredità di Minnie, con l'aiuto del suo scagnozzo Pietro Gambadilegno,  ma senza disdegnare di allearsi con chicchessia per raggiungere il proprio scopo. Una metafora senza tempo che tipizza ciò che accade quanto la razionalità scompare dalle azioni degli uomini, lasciando il posto all’ ambiguità,  quando non all’imbroglio.

La straordinaria invenzione del topo antropomorfo venne,  come sempre nel sogno americano, ad  uno squattrinato Walt Disney   e fu concepita in una rimessa, dove insieme al coetaneo Ubbe Eert Iwwerks, più noto come Ub Iwerks,  si rifugiava la sera alla ricerca di nuovi personaggi Ma, cosa avranno questi garage americani dove,  dietro pile di pneumatici,  latte d’olio lubrificante  e rottami vari considerati preziosi quanto improbabili  ricambi, si annida, insiemi a topi ispiratori e a mele smozzicate,  il genio dell’immaginazione creativa ?

Così ne riporta il racconto Kathy Merlock Jackson in Walt Disney: Conversations, Jackson, University Press of Mississippi, 2005: « (I topi) erano soliti lottare per le briciole nel mio cestino dei rifiuti, quando lavoravo da solo fino a tarda notte. Li presi e li tenni in gabbiette sulla mia scrivania. Mi affezionai particolarmente a un topo domestico marrone. Era un piccoletto timido. Toccandolo sul naso con la matita, lo addestrai a correre all'interno di un cerchio nero che avevo tracciato sul mio tavolo. Quando me ne andai da Kansas City per tentare la fortuna a Hollywood, mi dispiacque lasciarlo. Così lo portai in un cortile, facendo attenzione che fosse un bel quartiere, e il piccoletto domato corse verso la libertà.»

In un bel cameo Frank Darabont, omaggia Disney con la citazione di un altro topo nel film Il Miglio verde (The Green Mile)del 1999, ispirato all’omonimo romanzo di Stephen King. L’immenso Tom Hanks condivide il destino con il topo immortale Mr. Jingles, appartenuto al condannato Eduard Delacroix e miracolato dal gigantesco  John Coffey,  interpretato dall’indimenticabile Michael Clarke Duncan. Ma i ratti non erano estranei nella grande letteratura americana già dal tempo di Uomini e topi,  il  romanzo dello scrittore statunitense John Steinbeck,  pubblicato a Londra nel 1937 e tradotto in italiano da Cesare Pavese l'anno successivo per Bompiani, una delle più drammatiche ricostruzioni della grande crisi del 1929 durante la quale crebbe Walter Elias Disney.

Walt  nacque il 5 dicembre  1901 a Chicago,  quarto di cinque figli di Flora Call e del proprietario terriero Elias Disney; il padre era di discendenza inglese e precedentemente francese (d'Isigny), la madre di discendenza tedesca. Cominciò a frequentare la scuola elementare di Marceline nel Missouri  solo all'età di otto anni, in modo da andarci con la sorella. La fattoria di famiglia fu venduta nel 1909 poiché il padre si ammalò e non poté più farsi carico dei lavori. 

La famiglia visse in affitto fino al 1910, quando traslocarono a Kansas City per ricongiungersi con i fratelli maggiori di Walt, Herbert e Raymond. Walt e suo fratello Roy lavorarono nel tempo libero nell'impresa paterna di distribuzione di giornali per contribuire alle spese della famiglia. Secondo gli archivi della scuola pubblica regionale di Kansas City,  seguì i corsi della scuola secondaria di Benton dal 1911 e si diplomò l'8 giugno 1917. In quegli anni fu scartato dal giornale Kansas City Star come fumettista perché considerato senza fantasia. Contemporaneamente si iscrisse a uno dei corsi dell Art Institute of Chicago. 

A sedici anni lasciò la scuola e si impegnò come autista volontario di ambulanze durante la prima guerra mondiale,  dopo aver modificato, con l'aiuto di un amico, la data di nascita indicata sul passaporto in modo da poter essere reclutato. Fece parte della divisione delle ambulanze della Croce Rossa statunitense in Francia fino al 1919, come Ernest Hemingway  in Italia che  ai piedi del Monte Pasubio ambientò A Farewell to Arms (Addio alle armi) pubblicato in Italia per la Collana "Le Najadi" da Jandi Sapi, Roma,  soltanto nell’aprile del 1945.

 Tornato negli Stati Uniti, Walt  cominciò a cercare lavoro. Aveva sempre voluto realizzare dei film e si era pure candidato per lavorare per Charlie Chaplin. Trovò un'occupazione presso l'agenzia pubblicitaria Pesman-Rubin Commercial Art Studio, per la quale si occupava del programma settimanale del Newman Theatre, percependo 50 dollari al mese.

Fallimenti e incomprensioni  precedettero i clamorosi successi nel nascente mondo di Hollywood di cui diventò presto un protagonista. La consacrazione avvenne nel 1932 con il primo Premio Oscar  come miglior cortometraggio d'animazione. Lo stesso anno ricevette anche l' Oscar Onorario per la creazione di Topolino, la cui serie nel 1935 diventò a colori. Disney lanciò presto altre serie che ruotavano attorno ai personaggi di Paperino e Pluto. Contemporaneamente,  autorizzava la commercializzazione di altri prodotti derivati,  come i fumetti di Topolino pubblicati anche all'estero, tra cui l'Italia dove una serie dedicata al personaggio esordì nel 1932. Il 14 settembre 1964 il presidente Lyndon B. Johnson gli conferì la più alta onorificenza civile: la "Medaglia presidenziale della Libertà"  per lo straordinario contributo dato anche durante lo sforzo bellico.

La sua intera vita, conclusasi prematuramente nel 1966, fu un inno al sogno americano di cui nutrì gli ideali, portando sulla carta prima e poi sullo schermo le caratteristiche principali della società liberale, e statunitense in particolare,  per oltre mezzo secolo. Disney concepì decine di personaggi noti in tutto il mondo ma è Topolino, il suo capolavoro e di ciò mi occuperò in questo inusuale, spero gradito, articolo di una  domenica in clima natalizio.

 

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Dal garage  in cui era stato concepito nel 1928, il topo iniziò la sua corsa nel mondo, accompagnando i ragazzi americani dalle spiagge del D-Day alla giungla del Mekong e indimenticabili restano le immagini finali del film Full Metal Jacket del 1987 diretto da Stanley Kubrick,  in cui un plotone di marines  reduci da una sanguinosa battaglia tra le rovine di Hue, marcia nel tramonto, cantando, come eroi bambini, il peana del topo della propria infanzia.

Così  ha scritto, insieme a Edmondo Berselli,   l‘indimenticato amico e maestro  Vittorio Zucconi che tanto ci manca,  in un pezzo cult su Repubblica del 12 ottobre 2008 intitolato La doppia vita di Topolino che compie 80 anni : "Sulle rovine di una città frantumata dalla oscenità di una guerra che ancora oggi imprigiona la coscienza di una nazione, marciando nelle vie della antica capitale vietnamita di Hue strappata dopo giorni di sangue ai nordvietnamiti, i marines sopravvissuti, lentamente, dolcemente, come bambini spaventati che cantano da soli a letto per non precipitare nel buio della notte, intonano nel finale di Full Metal Jacket l' inno che li salverà dall' orrore di ciò che hanno vissuto. 

Non l' inno nazionale con la bandiera a stelle e strisce, non il canto di battaglia dei marines con le glorie di Tripoli e Montezuma, non America the Beautiful, un salmo religioso o un pezzo di acid rock. Stanley Kubrick fa cantare loro il salmo dell' innocenza americana, l' inno del club di Topolino, M-I-C-K-E-Y-M-O-U-S-E. Quei ragazzi coperti sangue e di polvere non avevano combattuto per la libertà contro il comunismo, per Johnson contro Ho Chi Minh, ma per salvare un topo immaginario creato nel 1928 da un immigrato irlandese che non era riuscito neppure a prendere il diploma di liceo."  

Ciao Vittorio, riposa in pace, se puoi, “sul lato fresco del cuscino.”

Tra le città immaginarie Topolinia è infinitamente più famosa e popolare della Repubblica di Platone, della Città del Sole di Tommaso Campanella, delle Città Invisibili di Italo Calvino, della Uqbar di Jorge Luis Borges, di Macondo di Gabiel Garcia Marquez.   Del suo principale abitante ha scritto Umberto Eco in decine di saggi e grande è la ricorrenza dei temi disneyani nel  romanzo La misteriosa  fiamma della regina Loana,  pubblicato da Bompiani nel 2004. Un libro sulla memoria perduta e ritrovata, illustrato con le immagini dei libri per ragazzi che formarono la base di una cultura onnivora e potente a cui nei momenti di smarrimento non possiamo non ricorrere, sempre stupiti e mai abbastanza riconoscenti.

Della Topolinia di cui nè Umberto Eco né Vittorio Zucconi potranno mai più scrivere, tocca a ben più misera ma volonterosa penna, si parva licet, di  rintracciare, in questa circostanza,  le analogie con la società italiana in cui ritroviamo i tanti vizi e le poche virtù che abbiamo imparato a riconoscere grazie ai disegni di Disney, immortali perché universali, classici perché archetipi della natura umana nelle sue molteplici e prevedibili manifestazioni.  Interpretando correttamente il pensiero di Giambattista Vico, non è infatti  la Storia a ripetersi,  quanto piuttosto i comportamenti degli umani quando, come sovente accade, non fanno memoria dei propri sbagli e ricadono negli errori che la loro natura  induce a compiere,  quando ad essa e non alla ragione è dato il compito di guidarne le azioni.

Topolinia, dunque, metafora della società moderna in cui la lotta tra il bene e il male è mediata dalle Istituzioni che hanno il compito di fare barriera verso i crimini contro la legge e quelli ancor più gravi contro l’intelligenza. Esse tuttavia non possono esplicare la propria efficacia se non sotto la guida della Politica cui spetta il primato delle idee e il conseguente  indirizzo degli interventi verso la società. Nell’Italia di oggi è esercizio non arduo rintracciare alcune analogie che in forma di apologo sono presenti nei personaggi dell’epos disneyano.

Topolino è sempre in lotta contro due principali nemici: l’avidità e l’imbroglio,  connessi dalla stupidità dei rispettivi autori che, non a caso, finiscono sempre per fare una magra figura o una cattiva fine, mai truculenta ma educativa quanto basta per i lettori.

E’ il caso della Banda Bassotti. Arruolati di volta in volta da Gambadilegno, dall’avvocato Lupo o complici di Macchia Mera, concepiscono disegni ingegnosi, a loro dire, per svaligiare banche, svuotare gioiellerie, impadronirsi di tesori nascosti di cui proditoriamente hanno ottenuto la mappa. Talvolta sono sospinti da Nonno Bassotto. Ladro di grande esperienza ed ex galeotto, è un vecchietto arzillo  che ha sempre pronto un buon suggerimento per “aiutare” i nipoti  a escogitare piani di ogni genere. Rude e brontolone, non perde però occasione per fare sfuriate quando falliscono un colpo. I nipoti lo seguono sempre anche quando fanno pubblica professione di autonomia, buona solo ad ingannare gli allocchi cui di volta in volta si accompagnano, travestiti ma  non troppo,  perché l’indelebile mascherina nera ne tradisce l’identità.

Sulle loro tracce,  il commissario Basettoni e l’ispettore Manetta, detectives ingenui e sprovveduti che ricordano l’ispettore Lestrade di Scotland Yard,  tratteggiato da Arthur Conan Doyle come capro espiatorio degli insuccessi cui solo Sherlok Holmes e il deuteragonista Dottor Watson porranno rimedio, risolvendo brillantemente i casi nel cui buio essi invece brancolano. Sono l’immagine di una burocrazia ottusa atta ad obbedire anche agli atti più palesemente insulsi che la politica impone loro. Spesso si difendono esercitando l’antica pratica dell’ atarassia (dal greco anticoἀταραξία, assenza di agitazione, tranquillità)  ovvero con la sospensione di ogni azione che possa arrecare loro danno o disturbo futuro.  Sono consapevoli che, a differenza dei politici che passano, essi restano e spesso pagano di tasca propria. 

Da qui l’immobilità che Democrito descrive come condizione ideale per contrastare il continuo cozzare degli atomi. Imperturbabili “culi di pietra” assistono all’ascesa e alla caduta di intere generazioni di politici, cui mostrano deferente ossequio, finchè sono al potere.

Pietro Gambadilegno è il nemico principale di Topolino. Il personaggio in forma di orso antropomorfo   è dotato di due “spalle” Sgrinfia e Ciccia, spesso indossa curiose bluse ma ama soprattutto gli orpelli da capitano di una nave. Un po’ patetico e sempre destinato al fallimento,  Gambadilegno non sembra agire per cattiveria ed a qualcuno risulta pure simpatico - "uno di noi" (sic!) -  per lui e la comunità criminale di Topolinia il furto è un lavoro come gli altri nonché una tradizione di famiglia. Nonostante gli insuccessi,  sembra condannato a ripetere sempre gli stessi errori e non fa alcuno sforzo per migliorarsi,  seppur negli intenti criminali. Può essere il campione di quanti in piccolo o grande formato,  furbetti di ogni calibro e  mariuoli di eri di oggi,  considerano la comunità sociale ed economica come un pollaio dove trovare sempre la vittima designata, finendo spesso presi “con le mani del sacco.”

Ben più pericoloso è Macchia Nera, un criminale che agisce in genere nella città di Topolinia motivato soprattutto dal desiderio di potere e di gloria. Solitamente "lavora" solo, oppure a capo di una banda i cui componenti non sono personaggi ricorrenti e appaiono soggiogati alla sua persona, e spesso compaiono solo in una storia. A differenza di Gambadilegno, è straordinariamente intelligente, furbo, sfuggente, ma comunque infido, malvagio, crudele, arrogante e troppo sicuro di sé. Spesso firma i suoi messaggi con una macchia d'inchiostro e, essendo un "genio del male", è in grado di costruire ogni sorta di armi e dispositivi tecnologici per realizzare i suoi progetti. 

Ama utilizzare l'inganno e la manipolazione per raggiungere i suoi scopi, e spesso ha ordito piani per piegare altri personaggi al proprio volere.

Lupo è un avvocato mellifluo e privo di scrupoli che, presentandosi come uomo elegante e dal parlare forbito, tenta di impadronirsi con mille cavilli  dell'eredità di Minnie, con l'aiuto del suo mentore Pietro Gambadilegno. Nonostante il nome italiano, il personaggio non è un lupo: sembra essere un altro canide. Le orecchie indicano che non è un ratto o una donnola, come è stato scritto da alcuni fan della Disney. In occasione della ripubblicazione delle storie a strisce nella collana Gli anni d'oro di Topolino nel corso del 2010, il personaggio è stato ribattezzato Silvestro Lupo.

Talvolta anche gli amici di Topolino si rivelano fonte di guai. Lo svanito Pippo, il candido Orazio e la scialba Clarabella, sprovveduti contadini del Mid-West, cadono spesso vittima di raggiri, equivoci e tentativi di rapimento finalizzati a ricattare Topolino o ad attirarlo in trappole tese su antichi colli. Rappresentano la credulità della parte sociale meno attrezzata culturalmente e preda del pettegolezzo sui social o su trasmissioni a ciò espressamente dedicate che fanno leva su sentimenti ed emozioni per distrarre dalle questioni vere. Sono elementi da non sottovalutare perché numericamente più rilevanti e spesso in grado di determinare il successo di quanti ne hanno condizionato il pensiero, seminando disinformazione, paura e insicurezza.

Veri amici Topolino ne ha pochi, come si conviene al lone wolf, l’eroe americano per eccellenza. Minnie e Pluto sono tra questi e hanno il compito di riportare l’eroe alla realtà quando rischia di uscirne. Minnie fa onore al suo nome completo, Minerva e, in attesa di più stabile e formale collocazione nel cuore dell’amato, lo accudisce periodicamente ma senza spingersi ad alcuna forma di convivenza, impensabile nell’America del tempo ed estranea al carattere del suo idolo. 

Topolino ne sostiene ed incoraggia le ambizioni,  rivelandosi anticipatore rispetto al modello domestico imperante negli Stati Uniti fino agli anni ‘60 e straordinariamente reso dall’ attrice Julia Roberts nel film  Monna Lisa Smile diretto nel 2003 da MikeNewell. Pluto, cane pasticcione ma fedele, gli fa compagnia, talvolta insieme  a Pippo,  nelle rare occasioni di pesca, sport solitario di cui Topolino è appassionato. Per lui niente vacanze su spiagge affollate o in locali alla moda ma meditabondi pomeriggi sulle rive di un fiume,  in attesa che il pesce esponga il proprio lato debole e si lasci catturare.

Fino ad oggi  il Nostro ha avuto un alleato formidabile, un deus ex machina, che interviene nelle condizioni disperate in cui il “margine di manovra” del Topo risulta insufficiente e merita un doveroso quanto inappuntabile endorsement.

Si tratta di Eta Beta, abbreviazione pratica del nome completo ed evocativo  Luigi Salomone Calibano Sallustio Semiramide, in originale Eega Beeva. Il personaggio venne ideato da Bill Walsh e Floyd Gottfredson. In Italia la storia  venne  pubblicata sui primi 5 numeri di Topolino della Mondadori nel 1949 con il titolo di Topolino e l’uomo del 2000.

Nell’'esordio, il luogo da cui proviene Eta Beta è volutamente avvolto nel mistero: Topolino lo incontra, come se fosse apparso dal nulla, nelle profondità di una spettrale caverna dove in passato si sono verificate diverse sparizioni di persone; ma oltre che provenire da un ipotetico mondo sotterraneo, è come se Eta venisse anche dal futuro, precisamente dall'anno 2447 d.C. come attesta il suo enorme orologio da taschino (si noti che la data segnata dall'orologio era esattamente 500 anni dopo quella in cui è ambientata la vicenda, il 1947), o comunque da un luogo dove il tempo scorre più velocemente. 

Inizialmente compare con indosso un piccolo gonnellino nero e con un fisico decisamente asciutto, piedi e mani grandi e un testone a forma di pera (proprio come si pensa che sarà l'uomo del futuro); più tardi se ne addolciscono i lineamenti, realizzando una testa dalla forma più ellittica. Eta possiede incredibili prerogative: non proietta la propria ombra, è dotato di grande forza fisica (nonostante l'esile corporatura), ha limitate capacità di precognizione e telepatia  (poteri che vengono meno quando è raffreddato) ed è completamente privo di scheletro.

Ha, inoltre, strani gusti alimentari: nelle storie originali americane, si nutre di cubetti di ghiaccio, piume di piccione e mandarini cinesi sottaceto che nella versione italiana vengono sostituiti da palline di naftalina. Nel parlare, antepone molto spesso alle parole che iniziano per consonanti la lettera 'P', per cui ad esempio una normale parola come "tavolo" viene da lui pronunciata "ptavolo"; anche se normalmente lo si considera un banale difetto di pronuncia connaturato al personaggio, è vero che tutti gli individui del futuro parlano allo stesso modo: nella storia Pippo e il futuro troppo comodo (2001) viene spiegato che nel futuro i robot hanno portato la gente a impigrirsi, e per arginare il fenomeno ci si è costretti ad anteporre la p alle parole per sforzarsi almeno nel parlare. 

Eta Beta dorme stando in equilibrio sui pomi dei letti o sulle stalagmiti e ha inoltre sviluppato un'allergia al denaro: egli non ne comprende il valore, così nella prima storia arriva persino a sgranocchiarlo, ma dopo aver visto gli effetti negativi che può avere sulle persone, facendo loro perdere la ragione, inizia a odiarlo e manifesta una vera e propria allergia. Le tasche del suo gonnellino hanno una capienza smisurata tanto che da esse riesce a estrarre all'occorrenza oggetti a non finire, anche di grandi dimensioni come motorini, elicotteri o imbarcazioni.

Se si considera che Eta Beta rappresenta lo stadio evolutivo dell'uomo tra cinquecento anni, è interessante notare come il misterioso popolo a cui appartiene risulta sì molto intelligente, ma anche in qualche modo regredito all età della pietra (così si spiegano l'abbigliamento succinto, l'iniziale incapacità di parlare e l'estraneità di Eta alle più semplici norme e convenzioni sociali che lo rende spontaneo, sincero e naif), e, riflettendo sul fatto che i suoi autori scrivevano nel periodo post-bellico, è come se il buffo personaggio suggerisse che, in seguito a immani disastri nucleari e ambientali, l'umanità dovrà prendere una naturale e più appropriata strada, sostenibile diremmo oggi,  per evitare di soccombere. 

Nonostante la sua semplicità, messa in luce dal carattere schivo e lontano da ogni culto di se stesso e del potere,  possiede in realtà una grande mente e, se vuole, è capace di realizzare invenzioni rivoluzionarie, la prima delle quali è l'Atombrello, un vezzoso ombrellino in grado di proteggere chi lo indossa da qualunque cosa, persino dalla bomba atomica, il peggior incubo del tempo.

Eta Beta è la riserva strategica di Topolino. L’ultima spiaggia, quella dell’evoluzione, su cui resistere prima che il mondo sia travolto dalla stupidità e dalla malvagità. Tragico come l’Übermenschn di Friedrich Nietzche, è un'immagine o figura metaforica che rappresenta l'uomo che diviene se stesso in una nuova futura epoca e che non va confuso con l’impropria traduzione italiana di Superuomo, fomite di tante sventure passate e presenti. Ma, al tempo stesso, è simpatico e visionario come il dottor Emmett Lathrop Brown, Ph.D. chiamato” Doc” di Ritorno al futuro (Back to the Future) il film del 1985 diretto da Robert Zemeckis e interpretato da Michael J. Fox e Cristopher Loyd che tante generazioni ha affascinato.

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Dopo anni di assenza, da qualche tempo Topolino è ricomparso, seminando con fermezza anglosassone la fiducia e la speranza nel futuro in una società disorientata, depressa e demotivata che stava per annegare nel protagonismo di leaders di cartapesta,  ma con in mano un potere pericoloso che non intendevano cedere, ad ogni costo. Un pericolo che potrebbe tornare se nel frattempo non riuscissimo a convincere Mickey Mouse a restare nella Topolinia che rischia di tornare a bruciare,  mentre i suoi antichi nemici le accendono intorno le micce fatali.

Quando, temendo che tutto fosse perduto,  ne vedemmo spuntare all’orizzonte  le orecchie ampie che sanno ascoltare e le zampe guantate di bianco pronte a mettersi all’opera, tirammo un respiro di sollievo ed ora occorre stare ben attenti a non farlo scappare di nuovo altrove, disgustato e deluso, verso aliena litora dove legittimamente molti lo attendono.

Faremmo il gioco di Macchia Nera che nell’ombra striscia verso di noi e questo allo zio Walt non piacerebbe affatto.


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Ed ora, godetevi il trailer del film "Saving Mr. Banks" del 2013 diretto da John Lee Hancock, con protagonisti Emma Thompson nei panni di Pamela Lyndon Travers - l'autrice di Mary Poppins - e uno straordinario Tom Hanks che interpreta Walt Disney. Buona domenica ! 








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 (*) Giornalista e saggista. Presidente Associazione PRUA

http://www.luigisanlorenzo.it/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




02 dicembre, 2021

Miniature 4

 


Scorrerie

Da quando c’è l’autostrada Palermo-Catania, le distanze tra queste due città si sono ridotte molto. C’è la possibilità, in giornata, di fare una capatina, per lavoro o divertimento, nell’altra città e di ritornare in serata a casa.

Palermo, ovviamente, è capoluogo di regione e questo comporta avere i palazzi del potere, dei soldi, della gestione mafiosa, di tutto ciò che può essere negativo, associato ad una contradditoria meravigliosa bellezza derivante da un luogo crogiolo di civiltà, arti, passioni.

Catania, è sempre stata, invece, il capoluogo industriale dell’isola; luogo dove l’imprenditoria ha sempre cercato di progredire, migliorare, produrre ricchezza e benessere.

A Catania, ad un certo punto, sono iniziate pericolose attività che una volta erano confinate a Palermo. Nacque così la battuta circolante a Catania: “A noi, c’ha rovinato l’autostrada…”.

Sarà mai possibile isolare il virus della mafia, oppure le autostrade rimarranno sempre veicolo di infezione e di pandemia?

 

Euristica

La mente vola via e acchiappa le prime informazioni che le vengono a tiro. Senza pensarci su due volte si risponde, si reagisce, si decide e il più delle volte, tranne quando si ha una decisa competenza in quella tematica, si sbaglia.  Le euristiche, quando non sono altro che escamotage mentali, portano spesso ad errori perché nell’incertezza delle informazioni non abbiamo voglia di approfondire, di verificare e di decidere con raziocinio, magari in maniera più lenta, più metodica, più regolata dal rischio che deriva da tale incertezza.

Sembra di vedere e rivedere scenari odierni, rappresentativi di nuclei ben numerosi di persone che decidono, sulla scorta di informazioni non verificate e non autorevoli, di non vaccinarsi, anzi di condurre battaglie per difendere le proprie posizioni e di cercare di convincere gli altri della bontà della propria posizione, pur sapendo di non essere competenti nella materia e di non volere sviluppare il proprio pensiero con lentezza e razionalità. La velocità e istintività degli atteggiamenti non favoriscono assolutamente l’apertura mentale tramite la quale, ascoltando e ragionando, magari si può arrivare ad una scelta migliore.

Peccato.

 

Vespri

I Vespri siciliani sono stati un momento importante della storia della Sicilia della fine del 1200. Una rivolta contro i francesi angioini che da Palermo si estese a tutta l’isola. Si dibatte ancora se tale rivoluzione sia stata di natura popolare o guidata da notabili siciliani, anche loro scontenti del regime imposto da Carlo d’Angiò. Ma questo poco importa. Durante la rivolta dei Vespri furono migliaia i francesi uccisi, in battaglia e non. E molti furono i siciliani che perirono in quella guerra che durò vent’anni.

I Vespri siciliani sono considerati oggi  (aprite un qualunque libro di storia) un fatto epocale di grande importanza e significatività. Ve li immaginate, oggi, dei nuovi Vespri? “Che vergogna: manifestare va bene, ma la violenza no. Perché rompere le vetrine delle banche, perché incendiare i cassonetti? Che schifo, a tutto c’è un limite e questa violenza è inaccettabile”.I tempi cambiano, ma la storia ci insegna poco, o nulla.

Compagni, dai campi e dalle officine, prendete la falce, portate il martello, scendete giù in piazza, picchiate con quello… oggi non si canta più.

 

222

Gridava la sua innocenza, ma nessuno lo ascoltò. La sentenza fu rapida e incontestata: due anni. Si convinse che ogni appello alla clemenza sarebbe stato inutile: non lo avrebbero ascoltato e sarebbe stata una ulteriore umiliazione da subire.

Non gli rimase che vedere tutta la sua biancheria contrassegnata da un numero di matricola: 222.  Canottiere, mutande, calze, camicie, pigiami: 222.  E due anni da far passare. Si decise di studiare, aveva una licenza media da prendere e, almeno, avrebbe fatto qualcosa di utile per sé e per il suo futuro. Magari, quel pezzo di carta gli sarebbe tornato utile: e così fece. Quando non era occupato nello studio, leggeva. Ovviamente, quello che gli capitava, non aveva mica tanta scelta; oppure giocava a pallone: un pallone si trova ovunque e qualche compagno con cui giocare, pure.

E due anni passarono. Non tanto in fretta, ma quei due anni da interno in un collegio salesiano passarono.

 



                                                                                                          vavinilbrutto (*)



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(*) vavin è lo pseudonimo di un autore noto al responsabile del blog