06 aprile, 2022

Ucraina 2022. Le Termopili del terzo millennio.

Immagine dal film 300, regia di Zack Snyder, USA, 2007


Leonida di Sparta e Serse I: l'alba dello scontro di civiltà

di Luigi Sanlorenzo (*)


Inquietanti analogie avvicinano il conflitto in corso in Ucraina con la Seconda guerra persiana e in particolare con l'episodio più famoso che vi ebbe luogo e fu tramandato ai posteri come Battaglia delle Termopili,  nel 480 a. C.  Le dinamiche tattiche e strategiche  dell'evento sono oggi tra i primi insegnamenti nelle accademie militari di tutto il mondo.

Non intendo annoiare il lettore con la genesi e le  caratteristiche di quel conflitto che potranno essere approfondite attraverso una quantità di fonti antiche ( Erodoto, Diodoro Siculo, Plutarco ed Eschilo)  per arrivare ai contemporanei Ernle Bradford, Thermopylae: The Battle for the West, Da Capo Press, 2004 e George Cawkwell, The Greco- Persian Wars, Oxford University Press, 2006, passando per la versione cinematografica offerta dal film "300" del 2007 con la regia di Zack Snyder,  tratto dalla graphic novel di Frank Miller e Lynn Varley.

Confiderò, pertanto, in antichi ricordi liceali - miei e dei lettori - per identificare alcune delle suddette analogie.

Personaggi e interpreti:

Serse I, re dei re, padrone del  più grande impero persiano, già umiliato dalla sconfitta inflitta al padre Dario a Maratona ad opera delle poleis greche dieci anni prima nel 490 a.C.e animato da viscerali sentimenti di rivalsa e di spietata vendetta.

Leonida I, il più noto dei due re di Sparta, protagonista della battaglia delle Termopili alla testa di trecento guerrieri, nonostante il divieto degli Efori di affrontare l'esercito persiano, non ritenendo il proprio e quello delle altre poleis ancora pronti allo scontro.

Gli Efori, la magistratura voluta da Licurgo per dirimere eventuali contrasti tra i due sovrani svolgendo un'eminente funzione politica e spesso luogo di intrighi e connivenze di ogni genere, anche con i nemici della città.

L'Oracolo di Delphi,  autore della celebre quanto ambigua  profezia che avrebbe convinto Leonida ad immolare se stesso e trecento spartani  per ritardare l'invasione persiana, dando tempo alle città greche di organizzare la difesa : "O voi, o abitatori di Sparta dalle larghe piazze: o la vostra grande gloriosissima città viene distrutta sotto i colpi dei discendenti di Perseo, oppure questo non avverrà; ma il paese di Sparta piangerà la morte d'un re della stirpe di Eracle."

Efialte, il traditore che rivelando ai persiani un sentiero noto a lui solo, consentì l'accerchiamento degli spartani e il loro annientamento.

I luoghi


Come mostra la mappa,  il passo delle Termopili rappresentava il luogo strategico dove costringere i persiani che giungevano dal mare a incanalarsi, riducendo così il vantaggio numerico delle truppe d'invasione stimante in oltre centomila guerrieri provenienti dai diversi regni orientali assoggettati nei secoli dalla dinastia Achemenide (Ciro il Grande, Dario I, Serse I, fino a Dario III)  che sarebbe stata poi definitivamente estinta da Alessandro Magno nel 330 a. C. ponendo fine alla minaccia che il grande impero orientale aveva costituito per l' Occidente di allora. 

Fu il primo grande scontro tra civiltà della Storia: da un lato, il dispotismo orientale e, dall'altro, il lento cammino verso la limitazione del potere attraverso le prime, arcaiche, istituzioni di partecipazione democratica. 
Sul piano culturale, maghi, sciamani e mistici da una parte, filosofi e legislatori dall'altra: le nostre radici europee.

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Senza avventurarsi in arditi confronti, oltre duemilacinquecento anni dopo la situazione si presenta abbastanza simile. Attraverso la mediazione delle rivoluzioni russe e cinesi del '900 presto trasformatesi in nuove forme di totalitarismo, l'Oriente del mondo è in eterna competizione con l'Occidente liberale e atlantico. 

Dove l'Illuminismo e la Ragione si sono affermati, contrastando attraverso la Riforma protestante anche il potere temporale della Chiesa Cattolica, l'evoluzione sociale, pur tra mille intoppi e contraddizioni, ha percorso la propria strada pervenendo a risultati di grande rilievo anche in tema di rispetto dei diritti umani e civili, di ripudio della guerra cui contrapporre la diplomazia e l'arte della mediazione, di cooperazione economica e sociale che in più di un'occasione hanno fatto barriera di contenimento a crisi economiche, sociali e sanitarie.

Gli accordi europei inizialmente solo economici e il Next Generation EU ne fanno oggi l'esempio di civiltà più avanzato ed alto sul Pianeta.

Dove, invece, hanno prevalso le logiche autoritarie ed imperialistiche in senso stretto, non è mai sorta una borghesia operosa, nessuno spazio è stato concesso al dissenso, la stessa dimensione spirituale è stata funzionale al Potere. Le società sono state prevalentemente dominate da Boiardi zaristi  o dai Mandarini prima, dai dirigenti di partito dopo, dagli oligarchi economici oggi. Vale per la Russia, vale per la Cina, non a caso oggi impegnate, con ruoli e toni diversi a proteggersi reciprocamene le spalle.

Tutto ciò che si interpone tra Oriente ed Occidente è oggi a rischio continuo di far la fine di una noce tra due ganasce. E' il caso di tante realtà ad est, come nel caso di Taiwan e di altre realtà territoriali meno note, e ad ovest nei territori un tempo tenuti insieme dall'Unione Sovietica ed oggi divisi al proprio interno tra il fiero orgogli di essere stati parte di una potenza nucleare e quello di compiere il salto definitivo verso la democrazia liberale.

Da ciò, il fenomeno delle democrazie "illiberali" quali Polonia e Ungheria nell' Unione  Europa, Federazione Russa,  Bielorussia e Ucraina fuori da essa e la Cina o l'Iran  in medio ed estremo oriente. 

Il termine di "democrazia illiberale" venne usato da Fareed Zakaria nel 1997 su Foreign Affairs; alcune sue caratteristiche erano già state individuate, nell'ambito della critica alla definizione meramente formale della democrazia

Il governo democratico illiberale ritiene di avere un mandato superiore per agire in qualunque linea e oltre le stesse elezioni popolari. L'assenza di alcune libertà come quella di parola o di assemblea rendono difficile qualsiasi tipo di opposizione. I governanti solitamente accentrano il loro potere sul governo centrale e il governo locale (non godendo della separazione dei poteri) si trova quasi escluso dal regime. I media  sono controllati dallo Stato e supportano per lo più l'informazione data,  la magistratura risponde al potere politico. Sono proibite le organizzazioni non di governo. Il regime può applicare anche pressione e violenza contro i critici.

Qualcosa di simile a certe affermazioni di esponenti politici italiani che hanno preteso di essere immuni da altre azioni, soprattutto giudiziarie, in quanto "eletti dal popolo" e ad esso solo chiamati a rispondere. Fortunatamente hanno sbattuto in malo modo contro l'argine della nostra Costituzione, che tuttavia essi hanno in animo di modificare se dovessero conseguire ulteriore consenso presso i cittadini. 

E' uno degli aspetti più rischiosi della cosiddetta democrazia diretta, il peggiore dei mondi possibile perchè aperto alla demagogia e al populismo che, come la Storia dovrebbe insegnarci,  sono l'anticamera della dittatura "in nome del popolo". Ma tale tema richiederà una trattazione a parte.

Torniamo, allora, alle possibili analogie con le Battaglia delle Termopili. Sostituendo ai protagonisti classici più sopra identificati, è facile rintracciare in Vladimir Putin il portabandiera in Europa della democrazia illiberale. La recente rielezione - contro ogni aspettativa europea -  di Victor Orban in Ungheria paese membro dell'Unione, il consolidamento del potere di Recep Tayyp Erdogan in una Turchia componente della NATO sono altrettanti esempi di quanto sia progressivo l'assedio alla "società aperta."

In tale scenario,  il presidente ucraino Volodymyr Zelens'kyj sembra interpretare il ruolo di Leonida alle Termopili, ponendosi come l'eroe che con il sacrificio proprio e del suo popolo rimprovera ai Paesi NATO l'eccesso di prudenza ed oppone il proprio petto all'invasione russa, con alcuni atteggiamenti che mentre ne fanno il campione della libertà, anche tra i concittadini presenti ormai da anni  in molti paesi occidentali, destano preoccupazioni in quanti giustamente non possono permettere l'estensione inevitabile del conflitto che seguirebbe alle sue richieste, con esiti globali e forse nucleari. 

Da "bravi" Efori, i politici europei cercano di giocare su due tavoli,  nell'intento di preservare, da un lato,  le proprie economie energivore dipendenti dal gas russo che, venendo meno e non ancora sostituibile da fonti alternative,  scatenerebbe enormi conflitti sociali interni e, dall'altro,  di assumere posizioni di crescente condanna della Russia, sperando in un tracollo del punitismo per il quale, anche se  non viene certo rivelato, sono all'opera forze più o meno ufficiali. Il quadro che ne viene fuori non è meno ambiguo della profezia dell'Oracolo di Delphi.

Un risultato ancora lontano vista la crescente popolarità dell'autocrate russo che ha saputo risvegliare l'orgoglio dei propri cittadini, frustrati da troppe e recenti sconfitte militari ed economiche e la cui età media molto elevata consente loro di ricordare ancora i fasti dell' URSS e le umiliazioni successive.

Tutte le parti in conflitto sembrano ora confidare in un Efialte, disposto a tradire una delle due per assicurarne il prevalere dell'altra. Sarà un sicario pronto a uccidere Putin, sperando di tagliare la testa al serpente , dimenticando che il sistema russo è pronto a sostituirlo con qualcuno della medesima "scuola" ? Sarà un battitore libero dell'Occidente, come potrebbe essere Boris Johnson su input di Joe Biden, pronto ad offrire a Putin la testa del presidente ucraino, pur di chiudere la partita rapidamente, lasciando un paese diviso a metà come il Vietnam di un tempo o la Corea di oggi ? E se ancora - ed è inquietante il solo pensiero - il presidente ucraino giocasse due parti in tragedia, per spingere l'Occidente ad intervenire sull'onda di intollerabili massacri,  giustificando così l'immediata  reazione della Russia in tutti i Balcani? La storia esonda di casus belli molto meno complicati da concepire !

Non possiamo saperlo, resta tuttavia il fatto che, mantenendo il proprio atteggiamento intransigente e non incline ad alcuna mediazione,  il destino dell'Ucraina - che non entrerà ancora per molti anni nell'Unione Europea essendo molto distante dall'Accordo Comunitario che  fissa i paletti di tale ingresso - sembra ormai segnato.

Alla fine, l'Occidente comunque prevarrà come accadde alle poleis greche che sconfissero i persiani prima a Platea nel 480 a.C ed a Salamina  l'anno successivo,  nonostante in entrambi i casi le forze di Serse per terra e per mare fossero infinitamente maggiori.

La Storia dimostra che, nonostante le fasi alterne dei singoli conflitti, la battaglia della tirannide contro la libertà è sempre stata vinta da quest'ultima perchè condotta da uomini liberi contro mercenari o soldati costretti a combattere da poteri che non amano.

Con un costo altissimo in termini di vite umane,  Serse prevalse sui Trecento alle Termopili e dilaniò il corpo di Leonida ma fu solo ciò che due secoli dopo sarebbe stata chiamata una "vittoria di Pirro". Fu l'inizio della parabola discendente della potenza persiana che sarebbe culminata a Gaugamela nel 331 a. C. con la fuga ignominiosa di Dario III, poi ucciso dalla sua stessa guardia imperiale.

Ci piace pensare che davanti al cadavere del più potente autocrate della Terra umiliato nella polvere e dal tradimento,   Alessandro Magno  abbia voluto ricordare le ultime parole rivolte da Leonida a Serse che gli chiedeva di inginocchiarsi davanti al suo potere: "Il mondo saprà che degli uomini liberi si sono opposti a un tiranno, che pochi si sono opposti a molti, e prima che questa battaglia sia finita, che persino un dio-re può sanguinare."





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(*) Giornalista e saggista. Presidente PRUA.

https://www.associazioneprua.it/socio-luigi-sanlorenzo/


  

03 aprile, 2022

Palermo verso le elezioni amministrative

 

Andrea Palladio, Teatro Olimpico, 1580, Vicenza

Epifania della città pedagogica

di Luigi Sanlorenzo (*)


Le drammatiche emergenze di Palermo sollecitano alcune riflessioni in ordine al tema della “città pedagogica” quale luogo di apprendimento individuale e collettivo di contenuti, valori e stili di vita.

Le città comunicano con  chi le abita non solo con la trasmissione della memoria affidata ai monumenti, alla toponomastica, all’iconografia, alle tradizioni. Esse sono a tutti gli effetti un grande teatro in cui si rappresentano desideri, aspirazioni, emozioni e frustrazioni.

Le città parlano nel quotidiano attraverso le scelte che compiono, ai valori che privilegiano, alle priorità che si danno. Ogni città ha un proprio genius loci sul piano simbolico e un proprio Statuto sul piano amministrativo e la combinazione virtuosa tra questi due potenti strumenti di comunicazione è funzione della coerenza che li pone in relazione.

Gli atti amministrativi, le scelte gestionali, le deliberazioni assunte in ogni settore della vita pubblica non nascono dall’arbitrio di questo o di quell’organo di governo ma rappresentano modi, percorsi, strumenti per realizzare i fini statutari il richiamo ai quali è, non a caso,  posto in epigrafe a ciascuna determinazione.

Non può dunque darsi la possibilità che gli atti di governo di una città si allontanino o addirittura contraddicano i principi dello Statuto e dove ciò accade,  è legittima non solo la protesta dei cittadini ma la rivendicazione degli stessi circa la revoca delle determinazioni assunte in difformità. 

Ovviamente ciò ha valore per l’Ente Comunale e per tutte le realtà operative che pur con Statuti specifici svolgono per conto dello stesso i servizi legati ai bisogni essenziali della cittadinanza che, peraltro, ne sostiene il costo attraverso il pagamento di specifici tributi.

Mentre il diritto amministrativo degli Enti Locali norma la quasi totalità degli atti posti in essere dal Governo cittadino, nessun ordinamento tiene in considerazione che la Città è anche uno spazio etico, politico  e pedagogico. La dimensione etica, prevalentemente presa in esame allorquando riguarda gli atti degli amministratori, consiste nell’adozione di comportamenti che abbiano come riferimento il Bene Comune, le risorse collettive, il patrimonio dell’Ente e la messa a frutto di tutto ciò secondo il principio antico del “buon padre di famiglia”. 

Si tratta allora di preservare, mantenere, valorizzare e rendere agibile alla fruizione collettiva tutto quello che ricade nella sfera pubblica, intesa come proprietà di tutti e che come tale ha la precedenza sul pur legittimo interesse privato.

Se tale concetto è pacificamente accettato come l’origine di ogni giudizio nei confronti degli Amministratori, sembra del tutto trascurato il fatto che analoga responsabilità è, seppur con modalità di esercizio diverse, in capo ad ogni singolo cittadino che non a caso è soggetto a sanzione laddove ponga in essere comportamenti che danneggino, sviliscano o pregiudichino il patrimonio comune.

Per tale ragione viene sanzionato chi sporca, chi occupa senza titolo uno spazio che è pubblico, chi si appropria di porzioni di Beni Comuni, sottraendole alla pubblica fruizione, chi evade le tasse o non paga i tributi. Eppure, per ragioni che provengono da lontano, sovente nelle medie e grandi città del Meridione tale responsabilità del singolo cittadino è considerata minore, se non addirittura tollerata e, in alcuni casi, diventa motivo di una sorta di ammirazione da parte di chi si rapporta all’ Ente Comune - da intendersi stavolta non solo come  soggetto amministrativo ma come   soggettualità collettiva - con un atteggiamento pregiudiziale di negazione, se non di conflitto.

Quando ciò si verifica attraverso fenomeni gravi e di vasta portata, la Città deve prendere atto che ha fallito i propri obiettivi etici perché poco, o affatto,  ha curato la propria funzione pedagogica. 

Essa cioè non si è posta rispetto ai singoli come un esempio da seguire, come una visione della vita e del mondo cui orientare le proprie azioni pubbliche e private, come un insieme di insegnamenti che provenendo da lontano le hanno donato, decennio dopo decennio, l’identità. Quando questo riconoscimento viene meno da parte dei cittadini, ad esso si sostituiscono sentimenti, più o meno consapevoli, di rivalsa, di rifiuto, se non di aperta ribellione.

Non si coglie così che un segnale stradale che vieta un transito o un segnale acustico è la rappresentazione amministrativa di un valore che in quel caso sarà la particolare natura di quel tratto di strada o la presenza di un ospedale. 

Non si assegna valore riconosciuto e condiviso ad un’aiuola appena seminata o fiorita, ad un’area appena risanata, ad un muro appena ridipinto. E, più una città è povera di risorse, di diritti, di opportunità - mentre all’opposto vede esaltato  il privilegio, l’immunità dei potenti, il loro essere al di sopra delle regole -   maggiore è l’astio che cova dentro il cittadino e inesistente il controllo delle proprie azioni. Il cittadino che sporca, vandalizza, distrugge il patrimonio collettivo è un cittadino che odia la propria città perché da essa non ha ricevuto nulla per cui esserle grato.

La riflessione allora si sposta dalla sfera pedagogica a quella politica su cui ricade la piena responsabilità, accresciutasi nei decenni,  di aver nascosto la propria deformità dietro l’imperium dell’imposizione normativa, della tassazione iniqua e sproporzionata, della repressione fondata sul potere. 

Non a caso i fenomeni di degrado sono infinitamente più ricorrenti nelle società più sfruttate, dove chi vi dimora vede calpestati i propri diritti elementari, irrise le garanzie costituzionali, disattese le prerogative che, in forza dello stato di cittadino, dovrebbe vedersi riconosciute. E non a caso, dalla classe politica di quelle città si tengono lontani i cittadini che maggiormente potrebbero contribuire a migliorarne la compagine.

Quando si raggiunge un simile livello di conflitto la responsabilità di chi governa aumenta esponenzialmente. Non basta più far rispettare la legge, i regolamenti, le prescrizioni, non basta aumentare il gravame delle sanzioni o l’intransigenza della repressione. Occorre ricominciare da zero costruendo dal basso un rapporto di fiducia che in una città come Palermo è sempre mancato, occorre ristabilire principi ferrei di pari opportunità per tutti, di contrasto al privilegio e all’arroganza, occorre restituire dignità a quanti avendola perduta, non si sentono più obbligati verso un patto di cittadinanza che li ha esclusi ed emarginati.

Se solo in questi anni alla retorica di certa – costosa -  antimafia si fossero affiancate azioni di promozione umana, di presenza quotidiana delle istituzioni nelle periferie, nelle zone più degradate, nelle scuole, negli ospedali e in altri luoghi dove le persone soffrono nell’anima e nel corpo, forse oggi avremmo sentimenti diversi tra la gente, tra quelle centinaia di migliaia di persone che sono state lasciate sole con il proprio destino, con le proprie tragedie familiari e sociali.

E gli appelli non cadrebbero oggi nel silenzio,  se non addirittura nel feroce dileggio con cui il popolo sfoga la propria secolare disperazione e ritira ogni residua fiducia anche nei confronti di quanti tra i candidati a sindaco,  che pur ereditando un così pesante fardello, non riusciranno a farsi amare e seguire.

E ciò,  ove essi non dimostrino concretamente che è possibile una Città diversa, più giusta e più caritatevole, dove il merito, l’impegno e il sacrificio personale sono gli unici passaporti per diventare capitale morale del nostro Paese, ribaltandone un’immagine appesantita da quel piombo nelle ali che ci impedisce di alzarci da un’eterna condizione di minorità e mostrarci al mondo, in un’epifania del riscatto, con la schiena dritta e lo sguardo fiero di chi ha pagato i propri debiti con il passato.


Umberto Galimberti, Il  piccolo uomo,  Carpi, 2014




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(*) Giornalista e saggista. Presidente PRUA

 

27 marzo, 2022

Elezioni a Palermo, quali prospettive di cambiamento ?


Dal film Polvere di stelle, regia di Alberto Sordi, Italia, 1973

Scene da un vaudeville di provincia

di Luigi Sanlorenzo (*)

Il balletto dei candidati a Sindaco di Palermo rischia di essere rappresentato su un palco traballante come un variopinto vaudeville affollato da numerosi aspiranti che si disputeranno la già ridotta partecipazione al voto,  mentre non risultano ad oggi circostanziati programmi per il rilancio della Città la cui nuova fase comincerà comunque con il gravame di ulteriori tasse locali derivanti dal Piano di Assestamento.

Un atto importantissimo - peraltro ancora non completamente approvato - e che, comunque,  dovrà  passare al vaglio dell’attuale Consiglio Comunale,  tra il timore dei suoi componenti di doverne rispondere ai cittadini, insieme a molto altro, durante la campagna elettorale. L’alternativa, com’è noto, è la dichiarazione di dissesto della Città.

Contestualmente, in modo  più drammatico che nel resto del Paese, Palermo vive la più profonda crisi della propria storia civile. Deprivata di ogni risorsa economica, di ogni speranza in un nuovo rilancio nel quadro dell'Autonomia Siciliana e tagliata fuori dalle grandi scelte infrastrutturali,  appare incapace di evolvere verso una dimensione metropolitana ed è  isolata nel contesto nazionale ed europeo. Quella che fu una città simbolo del massimo bene e del massimo male, langue oggi alla ricerca di soluzioni che configurino un'identità nuova fuori dai luoghi comuni e dagli stereotipi di ieri e di oggi.

Nel prologo dello Statuto,  Palermo si definisce "antica capitale del Mediterraneo" e “Città di città” ma oggi è solo un’ entità satellite e periferica della Regione, sicuramente seconda per vitalità a Catania, l’eterna rivale.

La crescente disoccupazione giovanile, l'emigrazione dei giovani più promettenti, il fallimento dei servizi pubblici essenziali,  il degrado delle periferie e ora anche del Centro Storico – da cui molti residenti fuggono dopo l’iniziale entusiasmo con conseguenti investimenti -  e dei quartieri residenziali, costellati di cartelli che ne mettono in vendita a prezzi stracciati  molti appartamenti prestigiosi, la Città si presenta priva di qualsiasi visione del proprio futuro.

In presenza di un modello di sviluppo in parte coerente con la propria vocazione storico culturale ma dal respiro corto e che finora si è negato all’innovazione, fioriscono progetti ambiziosi, intriganti anche,  ma scollegati da una visione complessiva che punti a rivitalizzare le poche risorse ancora rimaste. L'ipertrofia della burocrazia locale, unitamente al buon livello delle pensioni pubbliche e all'indubbio contributo dell'economia sommersa, quando non direttamente criminale, ne sostengono ancora i consumi e permettono che le residue  prestigiose vetrine di via Libertà siano ancora aperte insieme a gioiellerie ed a concessionarie di marchi automobilistici da sogno.

I superstiti dei numerosi pub, retaggio di una strategia di breve respiro volta a trasformare il Centro Storico nel motore dello sviluppo economico della Città,  finite le restrizioni dovute alla pandemia, torneranno ad essere affollati di giovani e meno giovani che vi spendono ( sempre meno) striminzite remunerazioni da precari,  sottratte ad ogni risparmio per l'incerto futuro o a possibili micro investimenti di auto-imprenditorialità a cui fantasmagoriche iniziative regionali non hanno dato altro che deludenti risposte.

Analoga la sorte delle centinaia di Bed & Breakfast, forse presenti in quantità maggiori che a Tampa o a Tallahassee in Florida,  sorti senza alcuna programmazione ( e controllo)  e piegati prima dalla pandemia e ora dalle difficili conseguenze della guerra in Ucraina in termini di costi energetici e di ridotta mobilità internazionale.

I palazzi della politica degradano anche fisicamente con arredi mai restaurati, sale spente, atri trasformati in posteggi dei (tanti) dipendenti. Su tutto grava una cappa grigia di pessimismo e di attesa  che neanche le straordinarie belle giornate della primavera riescono ad attenuare. Giovani sempre più scettici continuano a frequentare un' Università che si affanna a rassicurarli, consapevoli che stanno investendo in formazione senza lavoro, migliaia di disoccupati affollano le aule della Formazione professionale attratti più dalla diaria che dall'intento di acquisire professioni da cui trarre un futuro reddito e confortati dal sentimento di solidarietà verso i propri "docenti" che pure devono campare la famiglia.

Gli altri giovani se ne sono già andati da un pezzo e, tra nostalgia di casa e sollievo per essere altrove, sanno bene che fuori da Palermo, comunque vadano le cose, il mondo gira ancora ed è, in ogni caso, più a portata di mano. 

Attardati nei giochi di potere, i partiti aspettano “come si conviene” l'ultimo minuto per presentare candidati e programmi su cui non si avrà mai il tempo di ragionare, di accertar le competenze dei primi e di verificare il potenziale grado di realizzabilità e di successo dei secondi http://focus.formez.it/sites/all/files/formez_le_scuole_europee_di_alta_formazione_per_la_pa_locale.pdf 

Sull'altro versante,  movimenti ed associazioni di indignati disorientati brancolano nel buio progettuale affidandosi ora ad un giovane tribuno, ora ad un'icona del passato civile dal clima ben diverso da quello odierno, ora ad un'attesa messianica che resterà delusa.

I competenti, gli onesti, le brillanti intelligenze che pur ci sono e coloro che hanno idee e progetti grandi ma concreti si tengono ben lontani dall'arena di terz'ordine in cui dovrebbero scendere per confrontarsi con una città che vorrebbe solo tornare ad essere assistita e garantita dalla materna Regione Siciliana come "ai bei tempi" . Essi temono, non a torto, di fare la  fine di consiglieri comunali illustri e riveriti quanto isolati, quali Leonardo Sciascia e Renato Guttuso e, in tempi più recenti, Letizia Battaglia e Antonino Caponnetto.

Dunque,  una Città morente che non riesce a scuotere se stessa da se stessa, incapace di sollecitare le migliori menti che eventualmente fossero rimaste, ad esporsi, oltre ogni appartenenza, per realizzare anche a Palermo quel governo di impegno comune, giustamente tanto apprezzato in questo momento dal Quirinale e dall'Unione Europea.

Una città di cui le cronache quotidiane non cessano di ricordare come, nonostante gli sforzi profusi dalle Forze dell'Ordine,  i fenomeni della corruzione, dello spaccio di stupefacenti,  del pagamento del pizzo e della generale insicurezza in cerca di protezione  gravano ancora come macigni sulla vita concreta non soltanto delle periferie ma anche in ciò che resta nel cuore commerciale della Città.


Dal film Ombre Rosse, regia di John Ford, USA, 1939


A ciò si aggiunga la considerazione che, pro quota, anche a Palermo arriveranno i fondi ed i progetti presentati nell’ambito del Next Generation Eu. Pochi o molti che dovessero essere, a chi si intende consegnarli perché vengano gestiti i primi e realizzati i secondi ? A tardi epigoni di ideologie che il mondo ha cancellato? A fanatici dell’immobilismo travestito da ambientalismo contemplativo ? A praticoni ben introdotti negli uffici pubblici,  pronti a dare l’assalto alla diligenza,  favorendo i propri elettori ? A proconsoli di lontane segreterie romane o lombarde ?

Mentre il tempo trascorre inesorabile e ci viene imputato https://www.lospessore.com/18/04/2021/pereunt-et-imputantur-una-guida-istruttiva-per-i-prossimi-candidati-a-sindaco-di-palermo/ si prefigurano alleanze innaturali concordate in queste ore tra soggetti lontani tra loro in modo siderale per storia, valori e linguaggi,  messe su nella logica del “contro” e non del “per”  di cui conosciamo per antica  esperienza il breve destino e in cui ciascun soggetto politico si crede la mosca cocchiera.

O, ancora, ad una torma di disoccupati e precari in cerca di un sussidio travestito da gettone di presenza (purchè non faccia cumulo con il "reddito di cittadinanza" !)  frammentando come sappiamo il voto di centinaia di famiglie che non se la sentiranno di negare il proprio tratto di matita copiativa  al cugino o al nipote, cercando così di dare risposta all’atavica domanda “A cu avemo o’ Comune ?”?

Un disastro,  ove si pensi che a tutt’oggi il Consiglio  ha approvato solo nel novembre scorso il Piano triennale delle opere pubbliche e che il nuovo Piano Regolatore  - che conterrebbe anche la soluzione del problema ormai cronico della bare insepolte attraverso la scelta di un nuovo cimitero - peraltro previsto nell’area di Ciaculli dal vigente PRG  - non ha alcuna speranza di essere anche solo  discusso dall’attuale  consiliatura. Molto probabilmente sarà presto consegnato ad un Commissario nominato dal governo regionale che lo approverà, come previsto dall’Ordinamento,  senza alcun confronto democratico con la cittadinanza e come mero atto d’ufficio.

Certo a Palermo, non abbiamo alcun Draghi (ma ne siamo poi così sicuri ?) nè a Palazzo d'Orleans alcun Mattarella in grado di investire con la dovuta autorità morale chicchessia ( e di questo siamo sicurissimi !) eppure chi scrive è convinto che un appello ai migliori figli e figlie di questa Città, ovunque dispersi,  non cadrebbe nel vuoto.

Bocconiano o meno, esiste un ceto di professionisti, intellettuali, manager pubblici e privati, imprenditori sani, magistrati e docenti universitari, raffinati musicisti che, mai disposti a scommettersi da soli, prenderebbero in considerazione l'idea di farlo insieme, superando schieramenti che non esistono più, se non nella mente di chi ha convenienza ad evocarne i fantasmi.  A patto però della garanzia di una governance  di elevato profilo interpretata da chi non ha alcun interesse a usare Palermo come scalino verso altre mete politiche o istituzionali e ne consideri il conseguente e oneroso impegno come coronamento della propria vita pubblica.

A queste condizioni,  escano allora allo scoperto, si riconoscano come squadra vincente ed individuino, oltre ogni appartenenza e all’insegna di un alto ed autentico civismo di scopo ,  il più capace tra essi per esperienza e competenza,   per  appoggiarlo, nell’interesse di tutti, svincolando il destino di Palazzo delle Aquile da quello di Palazzo dei Normanni, una perversa commistione che sta già ora mortificando ulteriormente una Città che non merita tale ennesima umiliazione.

Saranno sorpresi della quantità e della qualità che è sommersa o nascosta dietro cattedre prestigiose, responsabilità imprenditoriali, risultati concreti più noti all'estero che in casa. Che si incontrino, si contino e si propongano alla Città esausta, parlando il linguaggio della speranza competente e della definitiva liberazione da fantasmi del passato, amati forse e a lungo desiderati, ma non più in grado di interpretare questa nostra terra martoriata.

Allora l'aquila, che il Marchese di Villabianca nei propri diari sospettava essere piuttosto una fenice, tornerà a volare come il falco di Federico, molto più in alto del periclitante pennuto rosa nero a cui sembra finora rimangano unicamente affidate le incerte speranze di chi non ha il coraggio di guardare lassù dove abitano le idee che cambiano il mondo quaggiù.





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(*) Giornalista e saggista. Presidente PRUA.

https://www.associazioneprua.it/socio-luigi-sanlorenzo/

 

22 marzo, 2022

Crisi energetica ? Chi è causa del suo mal pianga se stesso

 

di Giancarlo Bellina (*)

La guerra in atto in Ucraina, la cui imprevista escalation rischia di minacciare l’intero pianeta e il cui protagonista è uno dei nostri principali fornitori di gas naturale, non poteva non generare,in tempi brevi,effetti collaterali molto seri in un mondo globale e globalizzato.

Tuttavia,occorre anche dire che l’Italia non ha mai avuto una visione a lungo termine sui temi energetici, anzi non ha mai pianificato una politica energetica compiuta che avesse quantomeno due obiettivi strategici: 

 - abbassare il prezzo medio dell’energia e allineare il suo costo alla media europea 

- affrancarsi dalla dipendenza di altri paesi geo politicamente critici, per quanto concerne la  fornitura di materie prime strategiche quali il gas naturale.

Eppure, dopo il Decreto Bersani del 1999 e la successiva liberalizzazione del mercato elettrico, si avevano grandi attese su una normalizzazione del prezzo dell'energia in uno scenario più competitivo; basta vedere i prezzi finali per l'industria in un anno significativo quale il 2019, per constatare che l'Italia nella UE detiene ahimè il triste primato del prezzo più alto (tra i 250 ed i 300 euro/MWh.)

Dunque stavamo già male ancora prima della guerra, con un prezzo del gas che nel 2021 si è incrementato del 400% rispetto al 2020. Abbiamo installato tanta energia rinnovabile, cosa buona e giusta per favorire il processo di decarbonizzazione e la lotta ai cambiamenti climatici,seppur a spese di rilevanti incentivi che sono inevitabilmente ricaduti sulle tasche dei contribuenti, ma ciò, purtroppo, non ha risolto ancora i nostri problemi energetici e la guerra in corso lo ha confermato.

Per il momento non possiamo ancora fare a meno delle fonti tradizionali, poiché sappiamo tutti che le rinnovabili sono fonti aleatorie e non programmabili e la loro interrompibilità deve essere coperta dalle centrali a gas naturale, almeno finché non sarà davvero maturo e competitivo lo storage(sistemi di accumulo a batterie). E questo ovviamente comporta dei costi per tenere in marcia,per poche ore l’anno, le centrali tradizionali a gas,allo scopo di sostenere,nelle ore di indisponibilità delle rinnovabili,il fabbisogno di energia.

Non a caso Terna, il gestore della rete nazionale,ha istituito un sistema di aste,ovvero il cosiddetto Capacity Market,al fine di avere garantita,attraverso un meccanismo di remunerazione nei confronti di coloro che si aggiudicano l’esito dell’asta,della capacità di potenza elettrica da centrali a gas necessaria ad evitare rischi di sicurezza nella gestione e nella regolazione della rete elettrica,in assenza o nelle ore di indisponibilità degli impianti da fonti rinnovabili (vedi il fotovoltaico).

Adesso è arrivata la tempesta perfetta: a causa della guerra, rischiamo davvero di non avere quel gas che deve sostenere l’interrompibilità delle rinnovabili e la realizzazione della transizione energetica nel nostro Paese. 



Per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione del PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima) al 2030,  si stima sia necessaria la realizzazione di nuovi impianti eolici e fotovoltaici per almeno 60GW, diciamo circa 6 GW/anno, quando il trend di crescita negli ultimi anni è stato inferiore a 1GW/anno;  mission impossible ad oggi, se non si attuano velocemente nuove riforme atte a semplificare l’iter autorizzativo e sburocratizzare le procedure non solo per l’installazione di nuovi impianti, ma ancor più - cosa davvero incredibile - per il re-powering di impianti rinnovabili già esistenti che,a parità di suolo impegnato, permettono di quadruplicare l’energia generata, grazie alle nuove tecnologie delle pale eoliche (oggi in Italia, in media,occorrono più di cinque anni per ottenere le autorizzazioni alla realizzazione di impianti eolici).

Osservo infine che il venir meno degli incentivi, principale driver di crescita delle rinnovabili negli anni precedenti, è un altro elemento di ostacolo alla super-accelerazione di nuove rinnovabili,richiesta anche dagli scenari geopolitici sull’alto prezzo del gas emersi già prima della guerra, oggi divenuti più preoccupanti per la criticità di fornitura di questa risorsa.

Nella logica di dire sempre no a tutto, siamo anche riusciti a perdere la grande opportunità di realizzare in Sicilia due rigassificatori, uno a Porto Empedocle e uno a Priolo, per ragioni di grande miopia politico-istituzionale e ideologica. Oggi questi impianti di gas naturale liquefatto (LNG) ci avrebbero permesso di poter disporre di uno stoccaggio locale di metano,con i benefici conseguenti di avere gas disponibile in un’area molto energivora, sicuramente a prezzi più bassi e con approvvigionamenti meno dipendenti da un singolo paese,potendo utilizzare come mezzo di trasporto le gasiere.

Dunque la sfida è davvero ardua perché nel breve/medio termine non possiamo fare a meno del gas naturale,ma c’è il serio rischio, nell’ immediato, di non disporne in quantità tali da poter contenere i relativi costi a valori sostenibili per la sopravvivenza delle imprese e della comunità.

E allora,  che facciamo?

Come siamo soliti in Italia, nelle fasi di emergenza cercheremo di tirar fuori il meglio di noi stessi(forse?). È chiaro che in tempi brevi è difficile costruire rigassificatori o accelerare la realizzazione delle rinnovabili,tenuto conto dell’attuale trend di crescita delle nuove installazioni e delle lunghe e complesse procedure autorizzative che,seppur in via di semplificazione  con l’attuazione di nuove riforme,richiederanno comunque,in fase transitoria,tempi per arrivare al ready to start di nuova capacità non compatibili con l’emergenza in corso.

Dovremo ancora una volta affidarci agli aiuti e alle pastoie governative per abbassare i costi delle bollette e per individuare un piano a breve termine che cerchi di evitare il rischio di chiusura delle nostre imprese più energivore.

Sono già in allerta in blocco per forza maggiore anche gli auto-trasportatori per i  danni diretti conseguenti agli alti prezzi del gasolio e che, indirettamente, per i ritardi o addirittura la mancanza di fornitura di materiali di prima necessità,rischiano di compromettere la sopravvivenza di molte imprese.In ultimo, udite udite, dopo   aver parlato tanto di phase-out (dismissione) del carbone, occorrerà nell’immediato sfruttare al massimo le centrali che abbiamo ancora in Italia,come soluzione tampone a breve termine,per compensare la riduzione di forniture del gas russo e sostenere il fabbisogno di energia ancora coperto da fonti fossili in alcuni settori delle industrie pesanti e, più in generale, quando le rinnovabili sono indisponibili.

Occorre altresì far fronte ai servizi ancillari di rete elettrica,in termini di regolazione di frequenza e di margini di riserva,ad oggi coperti dalle centrali a gas,essendo le rinnovabili per loro natura non programmabili e lo storage non ancora pienamente disponibile e competitivo per soddisfare i suddetti servizi di rete.

È chiaro che questo conferma quanto ho evidenziato in apertura: è mancata in Italia una politica energetica strategica di lungo termine, resiliente ai sempre più frequenti rischi globali,che ci rendesse più autonomi dalle forniture delle materie prime e più competitivi sui costi dell’energia.

“Together we stand, divided we fall" cantavano i Pink Floyd negli anni '70. 

È proprio vero, oggi più che mai è il momento dell’unità, della solidarietà, della vera cooperazione, di fare rete, di aiutarci vicendevolmente:   we stand è forte, dà proprio il senso di essere noi tutti, insieme forti, dritti, resilienti; in un mondo globale e globalizzato si può e si deve rispondere necessariamente con un approccio globale perché i rischi a cui siamo soggetti sono globali.

Lo abbiamo sperimentato con la pandemia da Covid-19 e lo dobbiamo mettere in atto sulla lotta ai cambiamenti climatici e sulla politica energetica che richiedono urgentemente una visione d’insieme, una strategia comune e una governance internazionale.

Certamente va cambiato il mix energetico, occorre aumentare le estrazioni e mettere un tetto al prezzo del gas per evitare speculazioni e andare verso un mercato del gas comune,di concerto con gli altri paesi europei, rafforzando le intese e la co-governance tra le democrazie ancora illuminate del nostro pianeta, in un contesto di cooperazione,di maggiore unione politica ed economica sia globale che locale, partendo dalle città e da un maggiore coinvolgimento delle comunità locali nella governance amministrativa per arrivare a processi decisionali più partecipati e condivisi.

Tutto ciò purché siamo consapevoli che, come sosteneva Max Weber, è tempo di far prevalere l’etica delle responsabilità sull’etica delle convinzioni, queste ultime spesso foriere di ideologie di cui oggi paghiamo le conseguenze.


 Questo articolo è stato pubblicato il 21 marzo 2022 dal periodico "Notabilis" di Siracusa.  Si ringrazia l'ingegner  Giancarlo Bellina,  per aver autorizzato l'uso del testo a "Nuovi Approdi."

 

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(*)  ERG Power Managing Director

Head of  Thermo Operations  -ERG Power Generation S.p.A.

gbellina@erg.eu

https://www.linkedin.com/in/giovanni-bellina-3157a553/

©riproduzione riservata

 

20 marzo, 2022

Conoscere l'anima russa. Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov


V.V. Kandinskij, La vita variopinta, 1907. Monaco,
Städtische Galerie im Lenbachhaus

Il Diavolo abita a Mosca ?

di Luigi Sanlorenzo (*)


"Il Maestro e Margherita" è un romanzo dello scrittore ucraino Michail Bulgakov (1891-1940) riscritto più volte tra il 1928 e il 1940 e pubblicato postumo tra il 1966 e il 1967.

La vicenda è incentrata sulla storia d’amore tra uno scrittore e drammaturgo anonimo (definito il "Maestro") e Margherita Nikolaevna, sulle persecuzioni politiche inflitte a costui da parte delle autorità sovietiche degli anni trenta, e il suo riscatto grazie a una visita del Diavolo nella capitale del regime ateo di quel tempo. A queste vicende s'intrecciano parallele quelle del processo evangelico a Gesù e di Ponzio Pilato, che costituiscono l'oggetto di un romanzo scritto dallo stesso Maestro, il quale era giunto alla pazzia per il rifiuto della censura di Stato a pubblicarlo.

Molti critici considerano quest'opera, dallo spiccato contenuto satirico  uno dei più grandi capolavori della letteratura russa del Novecento. Eugenio Montale definì il romanzo «un miracolo che ognuno deve salutare con commozione», mentre Veniamin Kaverin scrisse «per originalità sarà difficile trovare un'opera che gli stia a pari in tutta la letteratura mondiale»

Francesco Cataluccio, editor della casa editrice Feltrinelli e critico letterario,  ha definito Il Maestro e Margherita “ il risultato più alto della letteratura russa del Novecento, mischiando, con uno stile di scrittura perfetto, la feroce ironia contro il Potere a una profonda spiritualità, che sono le uniche armi di sopravvivenza e resistenza."

"Quattro - prosegue Cataluccio -  sono le caratteristiche di questa riuscita e originale ricetta letteraria: Misticismo, Senso della trascendenza, Parodia, Satira. Del resto, la lingua e la cultura russe, nei secoli XIX e XX, hanno prodotto opere che si collocano ai vertici della letteratura europea. Soltanto per fare i nomi dei più grandi narratori (trascurando, per brevità, altrettanti, eccelsi, poeti e poetesse): Gogol’, Tolstoj, Dostoevskij, Čechov, Babel’, Grossman, Pasternak, Solzeničyn.”

 

Come ho voluto anticipare nei giorni scorsi ai pazienti lettori di "Nuovi Approdi" https://nuoviapprodipress.blogspot.com/2022/03/dialoghi-infernali-di-ieri-e-di-oggi.html ,  la cultura russa, come quella germanica ha puntato al Sublime e per questo ha conosciuto, a volte, l’Abisso. In Europa, questa “somiglianza” ha fatto sì che russi e tedeschi si siano attratti e odiati così spesso, e profondamente, soprattutto nel Novecento. 

C’è però una sostanziale differenza: la cultura germanica, a causa anche della sua ramificazione nel Centro Europa, ha conosciuto - soprattutto in Austria con "Ein Brief " di  Hugo von Hofmannsthal  che prefigura  le intuizioni di Ludwig Wittgenstein - la Crisi del linguaggio ed è riuscita a mostrare l’impossibilità ormai di raccontare il mondo. 

E,  nel 1936 Walter Benjamin annuncerà la "fine dell' aura"  ne "L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica". 

Ma non va dimenticato che l’abbandono della fiducia nella possibilità del raggiungimento del Sublime, si deve soprattutto alla Psicoanalisi e ad alcuni scrittori e pensatori di provenienza ebraica (primo tra tutti Franz Kafka): purtroppo un certo “antisemitismo culturale” ha origine proprio da questo risentimento verso coloro che, dopo secoli passati in stretto dialogo con Dio, hanno iniziato a perdere la fiducia nel Sublime.

I russi, invece, rimanendo per tante ragioni isolati (anche rispetto a culture europee più disincantate come quella inglese e francese, empiriche e illuministe, o allegramente spezzettate, come quella italiana o spagnola, dopo l’ubriacatura umanocentrica del Rinascimento) e nonostante ogni sforzo realista di György Lukács  - di cui nel 2017 Viktor Orban ha fatto abbattere la statua nel parco Szent István di Budapest -  hanno continuato a credere nel Sublime e nella possibilità di raggiungerlo. 

Si sono addirittura impegnate nell’ impresa disperata, non avendone le basi economiche e culturali, di realizzare l’utopia comunista. Ma questo spiega perché laggiù la rivoluzione comunista abbia attecchito e, purtroppo, sia degenerata nella violenza e nell’orrore.

Tendendo al Sublime, e conoscendo di conseguenza l’Abisso (il Sublime non è pane per noi umani, così come non può esserlo il dominio assoluto della Scienza e della Ragione), i russi e i tedeschi hanno conosciuto meglio il Diavolo: colui che si presenta quando il Sublime va in frantumi. 

Il mito di Faust e Mefistofele (a parte la trattazione iniziale, suggestiva ma poco profonda, fatta da Christopher Marlowe con "The Tragical History of Doctor Faustus, nel 1590") viene perfettamente tematizzato e raccontato da Goethe nel Faust, al quale si dedicò per sessant’anni, dal 1772 al 1831. Quel mito funzionò anche in Russia: loro erano adatti, per affine sensibilità, ad accoglierlo.

Grandioso e paradossale è invece il demonismo di Michail Bulgakov, ma, in buona sostanza, che cos’era andato a fare, ne "Il maestro e Margherita" Woland a Mosca, se non a smascherare il Male, invece di produrlo? Se non per dimostrare che il Male è la grettezza, la stupidità dell’uomo? Se non per dire indirettamente ai governanti sovietici che il Nuovo Uomo (sovietico) è antico, non è cambiato, che l’uomo è e resterà gretto nonostante i regimi politici? 

La trama

Composito affresco costituito da numerosi episodi tra loro variamente interconnessi, il romanzo si svolge su due principali piani narrativi paralleli, ai quali corrispondono due differenti ambientazioni storico-geografiche.

La prima di queste è la Mosca degli anni trenta, in cui si trova in visita Satana nei panni di Woland un misterioso professore straniero, esperto di magia nera, attorniato da una cricca di personaggi alquanto particolari: il valletto Korov'ev soprannominato Fagotto un ex-maestro di cappella sempre vestito con abiti grotteschi, il gatto Behemoth, il sicario Azazello, il pallido Abadonna, con il suo sguardo mortale, e la strega Hella.

L'arrivo del gruppo porta scompiglio non solo fra i membri di un'importante associazione letteraria sovietica, la MASSOLIT, che ha sede presso la Casa Griboedov, luogo di convegno dell'alta società moscovita, ma in tutta Mosca.

La seconda storia, che si sviluppa nel corso dell'intero romanzo interrompendo la narrazione principale sui fatti di Mosca, rievoca gli avvenimenti accaduti a Gerusalemme durante il periodo pasquale al tempo del procuratore romano Ponzio Pilato.

L'inizio del romanzo si svolge agli Stagni del Patriarca di Mosca e presenta un diretto confronto tra il presidente della MASSOLIT, Michail Aleksandrovic Berlioz e un gentiluomo forestiero di nome Woland, che asserisce di essere esperto di magia nera.

L'ambientazione è di fatto introdotta quando Woland racconta a Berlioz di essere stato presente al processo al "mite predicatore" Jeshua Ha-Nozri (Gesù), mentre poi questa storia prosegue riportando direttamente alcune pagine del perduto romanzo del Maestro, che si soffermano su ciò che accadde a Pilato durante il processo e nei giorni successivi la morte di Ha-Nozri. Sin dall'inizio Pilato viene colpito dall'atteggiamento e dai discorsi di Yesua, che si dice convinto della bontà di ogni essere umano e sostiene che Dio è uno. 

La storia prosegue con altre intromissioni nella narrazione, passando per la crocifissione, il patimento di Levi Matteo, che giunge a maledire Dio per una tale ingiustizia, e infine i tormenti di Ponzio Pilato, concludendosi con le parole: «il crudele quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato».

Testimone dell'incontro è il giovane poeta Ivan Nikolaevič Ponyrëv detto Bezdomnyj (che in russo significa "senza casa"). La discussione verte intorno a questioni storico-filosofiche riguardanti l'esistenza di Dio e la storicità di Gesù,  Woland cerca di convincere i suoi atei e scettici interlocutori che Gesù è esistito davvero, affermando di avere assistito di persona al suo processo a Gerusalemme, di essere stato anche ospite a colazione da Kant e dicendo persino di sapere come e quando morirà Berlioz.

Ritenendo di essersi imbattuto in un folle, o peggio in una spia straniera, Berlioz si allontana per chiedere aiuto. Il letterato esce dal parco ignorando i discorsi di un vagabondo un po' insolente (Korov'ev), ma, giunto al cancello, trova la morte esattamente come previsto da Woland. Questi tragici eventi si svolgono sotto gli occhi di uno sconvolto e disperato Ivan, che tenterà di far catturare la banda e di informare tutti dei loro poteri magici, mentre invece sarà internato in un manicomio, poiché ritenuto malato di schizofrenia.

Nella sua stanza dell'ospedale psichiatrico Ivan riceve la visita di un altro paziente, uno scrittore condotto alla disperazione dal rifiuto dimostrato dalla casta dei critici letterari sovietici nei confronti del suo romanzo su Ponzio Pilato. Il visitatore dice di essere un Maestro e di non avere più un nome. Raccontando la propria storia, il Maestro rievoca la sua personale discesa verso la pazzia, ricordando come l'amore l'avesse folgorato improvvisamente un giorno di primavera, gli incontri segreti nel suo seminterrato con lei che era una donna sposata, la stesura finale del romanzo, le stroncature della critica che lo accusarono di voler «introdurre nella stampa un'apologia di Gesù Cristo», gli incubi notturni, e infine la decisione di dare alle fiamme la sua opera.

Egli ora vive così in ospedale in uno stato di totale lontananza dal mondo reale; ascoltando l'inverosimile racconto di Ivan e, sorpreso dal sentire il nome di Ponzio Pilato, svela al poeta che il professor Woland è proprio Satana.

Nel frattempo Woland e la sua banda hanno preso possesso con l'inganno dell'appartamento di Berlioz, mentre l'altro inquilino della casa, Stepan Bogdanovič Lichodeev, il direttore del Teatro di Varietà di Mosca, dopo aver scritturato Woland per uno spettacolo di magia nera viene spedito istantaneamente con un incantesimo di Azazello a Jalta sul Mar Nero. Il seguente spettacolo di magia nera al Teatro di Varietà è un avvenimento sconvolgente che mette a nudo la vanità, l'avidità e la crudeltà dei cittadini di Mosca.

Nella seconda parte del romanzo appare finalmente Margherita Nikolaevna,  l'amante che il Maestro ha abbandonato dopo una relazione segreta durata mesi. La bella e infelice donna, pur ignorandone la sorte, non ha rinunciato a ritrovare il suo amante. Il mattino dopo gli eventi al teatro di Varietà, Margherita si ridesta dopo un insolito sogno che le fa credere che presto rivedrà il suo amato; uscita di casa senza una meta precisa, assiste nei pressi del muro del Cremlino al passaggio del corteo funebre di Berlioz e viene avvicinata da un bizzarro sconosciuto, che altri non è che Azazello.

Lo sconosciuto sembra che riesca a leggere i pensieri di Margherita e ha un "affare" da proporre alla donna: un invito per la sera stessa a casa di uno straniero (Woland), dove la donna potrebbe finalmente sapere qualcosa del suo amato Maestro. Margherita, scossa ma piena di speranza, accetta, ricevendo da Azazello una crema che dovrà passare su tutto il corpo prima di recarsi all'incontro.

La crema ha un effetto miracoloso: Margherita, in un attimo ancor più bella e ringiovanita, spicca il volo come una strega, invisibile a cavallo di una scopa, sulle strade e sui tetti di una Mosca illuminata dalla luna piena. Il suo primo obiettivo sarà l'abitazione del feroce critico Latunski, principale responsabile della sfortuna del Maestro. Arrivata in volo a destinazione la strega mette a soqquadro la casa e procede inesorabile nell'opera di devastazione, interrotta solo nel momento in cui si accorge che in un altro appartamento c'è un bimbo solo e impaurito nel suo lettino che chiede aiuto. 

Dopo questa pausa di tenerezza Margherita "rientra" da strega nel mondo della notte e vola nuda al di sopra delle fitte foreste e sui fiumi della Madre Russia.

Ritornata infine a Mosca, alla casa occupata da Woland, Margherita accetta la proposta di Fagotto di essere la "regina" del gran ballo del plenilunio di primavera, o "ballo dei cento re", che si tiene la notte che coincide con il Venerdì Santo.

Al fianco di Woland accoglie tutti i personaggi tetri e oscuri della storia che escono dalla porta aperta dell' Inferno. Margherita sopravvive a questa straordinaria prova senza cedere e si guadagna così, col dolore e l'integrità, la possibilità che il diavolo esaudisca il suo più profondo desiderio: ritrovare il Maestro. Il Maestro appare nella stanza e riceve il manoscritto del romanzo, ritornato integro dopo che era stato dato alle fiamme. I due amanti, poveri ma felici, potranno così tornare nello scantinato in cui hanno vissuto la loro storia d'amore.

Nel finale del romanzo tornano in scena anche i personaggi della "storia antica" che si fonde così con la storia attuale: Levi Matteo riferisce a Woland che Jeshua ha letto il romanzo del Maestro e desidera che lo scrittore riceva la "ricompensa del riposo": «non ha meritato la luce, ha meritato la pace». Questo incarico passa da Woland ad Azazello che offre agli amanti dell'antico vino Falerno, uccidendo i due e al tempo stesso rendendoli immortali.

Woland e i suoi accoliti, tornati tutti al loro vero aspetto, si allontanano in volo da Mosca, la mattina della Domenica di Pasqua, e accompagnano i due amanti in un luogo remoto ove si trova una figura solitaria, l'antico procuratore della Giudea, che da millenni si tormenta per aver condannato ingiustamente Jeshua, quando invece avrebbe avuto la possibilità di ascoltare le sue parole di saggezza. Il Maestro chiede e ottiene che Pilato sia finalmente liberato dal suo tormento e infine i due amanti vengono lasciati insieme in un "eterno rifugio", dove trovano la serenità.


 Marc Chagall,  La passeggiata, 1918,  Museo di Stato Russo, San Pietroburgo


A Bulgakov, peraltro, non sembrano interessare le conquiste della rivoluzione: il periodo in cui si svolge l’azione è la fine degli anni ’20, alla fine della cosiddetta NEP, o nuova politica economica, e l’inizio del periodo dei piani quinquennali, con relativa industrializzazione intensiva e forzata dell’Unione sovietica. Tutto questo non interessa allo scrittore in disaccordo con l’ideologia ufficiale: gli sta piuttosto a cuore la reazione della gente a tutto quanto succede. 

Gli "strati filosofici" del romanzo, come direbbe Eco,  sono diversi: c’è la filosofia (o utopia) di Yeshua, secondo la quale tutti gli uomini sono buoni (anche i soldati feroci come il centurione Marco Ammazzatopi, anche Giuda Iscariota, che l’ha tradito) e che verrà un tempo in cui non ci saranno più né Cesari né il potere, in cui tutti gli uomini saranno liberi; c’è l’ideologia di Woland, secondo il quale non ci può essere il bene senza il male. C’è l’ideologia del Maestro, secondo il quale il poeta, lo scrittore hanno diritto di esprimere liberamente i loro sentimenti e le loro fantasie. E c’è l’ideologia di Margherita, secondo la quale ciò che conta, ciò che è vero nella vita e nella morte è l’amore e solo l’amore.

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Foto dal sito ilfattoquotidiano.it


Il Diavolo, dunque, abita a Mosca ?

Non lo sappiamo, ma di certo, dopo quello immaginario di Dante e la cruda realtà dell'Olocausto, il racconto dell'Inferno europeo ancora "in esercizio" lo dobbiamo ai racconti di Boris Pasternak, di Aleksandr Isaevič Solženicyn, di Ėduard Limonov, di Irina Denezhkina e di tanti altri intellettuali russi dissidenti di ieri e di oggi.

Papa Francesco si accinge ora  - tra cospicue polemiche di molti non credenti che finora lo avevano iscritto d'ufficio nelle proprie fila - a consacrare la Russia e l’ Ucraina alla Madonna, adempiendo così ad uno dei desideri espressi dalla Vergine e contenuti nei cosiddetti "segreti di Fatima" rivelati alle tre giovanissime veggenti portoghesi il 13 maggio 1917 https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/03/16/la-guerra-di-putin-nel-segreto-di-fatima-la-madonna-chiese-di-consacrare-la-russia-per-evitare-conflitti-e-persecuzioni-e-il-papa-benedice-mosca-ma-anche-lucraina/6527499/

Tale  gesto assume il valore di un moderno ed epocale esorcismo nei confronti di un regime che ha ormai perduto il legame con il popolo russo la cui intensa spiritualità non ha mai avuto cedimenti perfino nel corso dell’ "ateismo di stato" durante l’ URSS e che lo stesso Putin ora utilizza in forma strumentale al punto da essere diventato il cattivo maestro di tanti esponenti politici europei ed italiani.

Sarà la Grande Pasqua Russa, musicata da Nicholaj Andreevic Rimskij-Korsacov nel 1888 (https://www.youtube.com/watch?v=pC3PWII91Fw) il momento della svolta per un Paese che merita molto di più di Stalin ieri e di Putin oggi ? 

Ne scriverò presto,  commentando il romanzo “Resurrezione”  di Lev Nikolàevič Tolstòj, l’opera del 1899 in cui la spiritualità russa, la colpa, il castigo  e il perdono restituiscono la vera identità ad un grande e generoso popolo, vittima secolare di troppi carnefici.



dal film "Il maestro e Margherita" regia di Vladimir Vladimirovič Bortko, 2005
sottotitoli in italiano  


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(*) Giornalista e Saggista. Presidente PRUA

https://www.associazioneprua.it/socio-luigi-sanlorenzo/