29 maggio, 2022

Progettare il futuro dei giovani di Palermo

 

Seminario internazionale CEDEFOP, Unione Europea,
Stoccarda,  2005 (archivio dell'autore)

Dalle chiacchiere degli incompetenti alla capacità di costruire futuro

di Luigi Sanlorenzo (*)

Tra i pascoli più verdi a disposizione della pletora di aspiranti presenti nelle liste a sostegno dei candidati a Primo Cittadino di Palermo, il più appetibile sembra essere quello del "futuro dei giovani" su cui discettano personaggi di ogni genere ed estrazione sociale, alcuni dei quali,  anche se non più giovani, quel futuro amerebbero trovarlo, intanto,  sedendo sugli scranni del Consiglio Comunale o sugli strapuntini delle Circoscrizioni.

D'altronde, nelle stesse squadre di alcuni dei candidati a sindaco della città, sono presenti esponenti del mondo dell'educazione, ma spesso sono guidati da esperienze personali limitate o da spinte corporative piuttosto che da un'adeguata preparazione sui temi cruciali dello sviluppo di bambini, ragazzi, giovani adulti. Da qui l'effetto fotocopia di molti slogan e di alcuni dei programmi offerti a piene mani al corpo elettorale, sempre più deluso e disamorato e che, stando alle previsioni, rischia di attestarsi sotto la soglia di decenza di un'adeguata partecipazione al voto amministrativo.

Il tema dello costruzione del futuro dei giovani a Palermo appare ancora una volta demagogico e soprattutto trattato in modo assolutamente poco professionale da politici o figuranti tali che sovente non sanno di ciò che parlano e che proprio per tale ragione farebbero meglio a tacere. 

Un affastellarsi di proposte, speso velleitarie ed ideologiche che “lasciano il tempo che trovano” e non incidono in alcun modo sui veri processi di trasformazione. Ovviamente tutte condite dalle consuete invocazioni a “legalità”, “antimafia” “uso dei bei confiscati" usate come virgole e punti esclamativi, ricorrenti ogni dieci parole, come la ben nota interiezione frequente nel dialetto palermitano.

Il tempo dei giovani in una città normale inizia dalla scuola pubblica e dalla centralità che ad essa va data quale irrinunciabile priorità istituzionale, organizzativa e finanziaria.

A Palermo si comincia a fare esperienza di scuola in locali sovente fatiscenti dopo pochi mesi dalla consegna dei lavori, freddi, disadorni, in cui risuonano mugugni e lamentele del personale addetto, a partire dagli insegnanti e sino al cosiddetto personale tecnico amministrativo, alle prese con problemi quotidiani di agibilità degli edifici, di sicurezza degli stessi, di preoccupazione innanzitutto per il proprio futuro, di rapporti con famiglie dai comportamenti collocabili in un’ampia gamma che va dalla mafiosità arrogante che vanifica ogni intervento sugli alunni nonostante a generosa disponibilità di familiari a dipingere infissi e a sostituire rubinetti,tubi e altri materiali, a proprie spese e spesso operando direttamente sotto lo sguardo indifferente di chi dovrebbe farlo.

Com’è noto,  il Comune ha in carico le scuole materne, elementari e medie e la ex Provincia gli istituti superiori, una distinzione che l'istituzione dell'Area metropolitana dovrà presto superare. Entrambi gli Enti si occupano, quando possono e vogliono, delle emergenze strutturali, ma non entrano mai nella progettualità, lasciando tale carico ai Consigli d’Istituto, in cui non intervengono mai ad alcun titolo.

La prima proposta a tale riguardo è dunque la ri- progettazione dei rapporti istituzionali tra scuola e Amministrazione Comunale, da rivedere nella logica dell’articolazione territoriale delle Municipalità, nel pieno rispetto delle caratteristiche identitarie delle stesse, al fine di fare percepire già dalla più giovane età sia la dimensione locale che quella più complessiva della Città, fuori da ogni antica e nuova marginalità

La progettazione dei curricula (da anni prevista dall’Autonomia Scolastica) dovrà quindi tenere conto di tali elementi e trovare piena rispondenza nella priorità che l’Ente dà a tale settore operando coerenti e prioritarie scelte di bilancio. 

Il Comune, nell’articolazione specifica della Municipalità, è dunque il vero ed unico committente delle politiche scolastiche e deve trovare presso dirigenti, insegnanti e personale tecnico della scuola interlocutori attenti, interfacciando gli stessi con professionalità adeguate sul piano tecnico operativo, pedagogico e di sostegno alle situazioni difficili, nonché su quello dell’assistenza tecnica per presentare progetti su fondi UE e ora del PNRR.

Nel centro storico di Palermo e in alcune delle periferie più antiche scompaiono ogni anno  mestieri e capacità creative secolari che altrove fanno la fortuna di interi Paesi europei , diventando landmark di alcune regioni specifiche. Il problema non è nuovo ma oggi appare più grave anche a motivo dell'effetto "demotivante" del cosiddetto reddito di cittadinanza.

Prima del termine delle attività scolastiche andranno sviluppati veri e propri tavoli tecnici Scuola/Comune/Municipalità atti a predisporre politiche educative finanziabili con fondi comunitari, piani operativi e iniziative formative extracurriculari dell’anno successivo, ponendo al centro obiettivi educativi coerenti con gli specifici bisogni dei territori in questione.

Analoga sinergia va stabilita con in merito alla Scuola Superiore  perché la cesura attuale in termini di interventi tecnici e di contenuti formativi venga colmata in nome di quella continuità educativa che è essenziale nel processo di sviluppo delle singole individualità. Ad oggi, per esempio, l’attività di orientamento è sporadica se non assente e si limita a far conoscere agli adolescenti l’esistenza di questo o di quell’Istituto (gli "open day" promossi da Dirigenti Scolastici, più interessati a non contrarre l'utenza che ad altro)  senza tener conto delle vocazioni delle persone e delle caratteristiche dei territori. 

Non va trascurato lo straordinario apporto che tale sinergia può e deve trovare nello associazionismo giovanile di ogni genere, quella “marcia in più “ e quell’apertura verso la società ed il volontariato (grandissima ricchezza in regioni quali il Veneto e la Lombardia) a cui la scuola attualmente non educa, pur con lodevoli ma poco significative e individuali eccezioni.

L’ulteriore passaggio è la piena applicazione di quanto previsto dall’alternanza tra scuola e formazione professionale (figlia della ben note “passerelle” che in Germania funzionano bene e da noi sono poco note e praticate) che consenta al giovane di sperimentare, con ogni attenzione alla trasparenza e alla sicurezza,  già nella fase della scuola superiore periodi di apprendistato a fianco di quelli scolastici, scoprendo magari vocazioni e inclinazioni verso mestieri utili, richiesti e redditizi a breve. Si veda al riguardo la straordinaria esperienza, ormai trentennale, del Comune di Brescia in piena sintonia con l’Ufficio Scolastico e le Associazioni di Categoria.

Su tutto ciò finora il Comune si è ben guardato di assumere una regia piena e consapevole, sconoscendo in molti casi buone pratiche e modelli virtuosi che in altre parti del Paese e del mondo fanno della scuola l’anticamera della vita e ne costituiscono la prima e più ricca fase di educazione alla cittadinanza attiva, nell’età più ricettiva della persona.

Se di cesura si è detto circa la continuità tra scuola media e scuola superiore è di abisso culturale ed organizzativo che si deve parlare in ordine al successivo passaggio all’esperienza universitaria.

Nella nostra Città tale scelta è per la maggior parte dei giovani all’insegna dell’assoluta casualità, o, per alcuni corsi a numero chiuso, di cospicui e non sempre limpidi investimenti familiari volti ad “assicurare” la successione di studi professionali o di imprese. 

Da ciò abbandoni, mortalità studentesca, ritardi che diventano incolmabili e sfociano nella ben nota dimensione di parcheggio vissuta dai giovani palermitani e spesso protratta per disperazione in forme di ulteriore approfondimento “culturale” (lauree magistrali o master universitari estremamente teorici, in genere non necessari alla maggior parte degli studenti e magari un po’ di più a generare cattedre per i docenti).

Non a caso,  nell’Unione Europea la maggior parte dei giovani ( non orientati alla Ricerca) conclude gli studi con la laurea triennale e poi frequenta un master (spesso esterno all’Ateneo e in cui sono docenti part time manager e specialisti) in cui effettivamente si professionalizzano per proporsi al mercato del lavoro, spesso autorevolmente presente con propri esponenti negli Organismi accademici, con ottimi risultati d corrispondenza tra i contenuti dei corsi di laurea e le effettive necessità del mercato.

Chi scrive ne ha verificato personalmente nell'arco di quindici anni,  i benefici risultati nel Regno Unito, in Germania e in Norvegia durante le visite studio organizzate dall’Unione Europea https://www.cedefop.europa.eu/it per esperti, formatori ed addetti alle politiche occupazionali giovanili e avendo fatto parte a lungo del Comitato d’indirizzo dell’Ateneo di Palermo, istituito durante la prima riforma dell’Università avviata dopo il Processo di Bologna e il lancio delle lauree triennali; il confronto tra Accademia, Organizzazioni produttive, Ordini professionali e Organizzazioni Sindacali diede luogo a sinergie e all’individuazione di corsi laurea rispondenti alla realtà , troppo frettolosamente interrotte dalle successive riforme “nuove” e “nuovissime”.

Risulta chiaro che attraversando processi virtuosi di cui l’Ente Locale sia promotore e regista attento e consapevole nonché soggetto convocatore delle altre parti in questione, i giovani che ne faranno esperienza acquisteranno due specifiche consapevolezza: l’essere una risorsa strategica per il territorio in cui sono nati e la responsabilità di prepararsi con profitto (riconosciuto e premiato) ad integrarvisi perché portatori di competenze realmente utili per lo sviluppo locale.

È questa l’unica strada per ridurre gli sbandamenti, gli abbandoni, il senso di frustrazione e di disorientamento che connotano la maggior parte dei laureati palermitani, incubo da cui i più abbienti sfuggono andando a perfezionarsi altrove mentre gli altri, i molti altri, avviliscono le proprie qualità in lavori sottopagati e in nero, giungendo alla fatidica soglia dei quarantanni, svuotati di ogni energia e privi di ogni esperienza curriculare adeguata ad un corretto inserimento occupazionale. 

E ciò in un mercato del lavoro che li considera ormai troppo anziani per investire su di essi e troppo giovani per un pensionamento che sarà loro consentito non prima di altri trenta anni.

Dalla breve e succinta analisi del fenomeno dell’emergenza giovanile e della conseguente disoccupazione (che per la Sicilia e Palermo è un dato strutturale, non dipendente dalla crisi attuale) appare evidente che tutto ciò accade perché competenze istituzionali che dovrebbero incontrarsi e completarsi, di fatto si ignorano se non addirittura, si ostacolano reciprocamente.

Ne emerge una tripartizione dell’universo giovanile palermitano: una minima parte si salva - avendo le risorse o, in alternativa,  il coraggio di andare incontro al futuro pur senza mezzi - andando via prima che sia troppo tardi, una parte  si rassegna e – fenomeno in crescita tra le giovani donne -rinunzia alla ricerca del lavoro, 

una parte mediana - la più cospicua -  vegeta in attesa di interventi miracolistici, in passato alimentati da una classe politica responsabile davanti a Dio e agli uomini (e prima o poi ai giudici) di aver distrutto il carattere e il futuro di più generazioni di giovani palermitani, oggi aggrediti da un potente analfabetismo di ritorno e in situazione di fortissimo ritardo culturale, linguistico nonchè di consapevolezza sociale rispetto ai coetanei delle altre regioni d’Europa.

Appare opportuno dunque - prima di evocare fantomatici Assessorati, rutilanti Informagiovani (peraltro passati di moda da oltre trent'anni) o nuove Agenzie di qualsivoglia natura, molto appetiti da ambienti vicini a tutti le forze politiche - che si abbia il coraggio far funzionare le istituzioni locali che hanno il dovere di garantire il diritto allo studio, alla formazione e all’avvio al lavoro, come costituzionalmente previsto. 

Si investa piuttosto in processi di internazionalizzatone nel corso della formazione dei giovani, in scambi interculturali, in esperienze durature e pregnanti in culture e società da cui abbiamo molto da imparare e tanto da proporre, utilizzando le cospicue e mai considerate risorse di quell’Europa che da Palermo abbiamo sempre e solo percepito come una “mucca da mungere” e non tanto di una straordinaria opportunità di crescita e di confronto, smettendo, una volta per tutte di sentirci il “sale della terra”. 

Sotto tale profilo, pur essendo tra i Paesi fondatori dell’Unione, abbiamo molto da imparare da quelli che più recentemente vi sono entrati ed i cui esponenti che si occupano di giovani troviamo costantemente presenti, con una perfetta padronanza della lingua inglese, nelle migliaia di laboratori da Lisbona a Oslo e da Madrid a Tallin, in cui da anni si sta costruendo il futuro di giovani generazioni che non sapranno mai cosa significhino le drammatiche parole “precariato” e “stabilizzazione”.

Una considerazione conclusiva riguarda la mobilità inter-regionale o inter-nazionale, da sempre praticata senza disdoro dai rampolli della media e alta borghesia lanciati verso ruoli di prestigio,  ma che  va coltivata con intelligenza e pragmatismo anche nei confronti degli soggetti economicamente più deboli, tenuto conto di un tasso di disoccupazione giovanile di oltre il 40% https://www.ansa.it/europa/notizie/la_tua_europa/notizie/2022/04/29/sicilia-campania-e-calabria-tra-peggiori-10-in-ue-per-disoccupazione_086e09e4-93dd-4e9e-b828-236c61fca3cb.html 

Un dato drammatico che nessun miracolo potrà mai cambiare portando a Palermo, la piena occupazione - che peraltro non ha  avuto neanche durante il boom economico degli anni '60 - e ciò anche se già domani la Sicilia dovesse diventare una destinazione appetibile per giganteschi investimenti produttivi che non siano call center o altre fantasiose e avventuristiche offerte di eterno precariato. E non esiste alcun soggetto politico che di ciò non sia perfettamente consapevole, oltre ogni fascinosa soluzione "gridata" su fac simile e manifesti elettorali. 

Si tratta allora di aver il coraggio di guadare in faccia alla realtà, di comunicarla senza ambiguità ai cittadini  e di  operare su due fronti in reciproca sinergia.

In primo luogo, educare alla mondialità sin dai primi anni di scuola rendendo familiare il concetto di cittadinanza europea come opportunità che nel mondo soltanto pochi possiedono e presidiando quelle aree di apprendimento più funzionali a ciò quali la storia, la geografia, almeno una lingua diversa dall'italiano e di esperienze di scambi e gemellaggi effettivamente mutilateraterali. Studiare, dunque,  per restare ma anche per andare altrove con dignità, professionalità e con una rete di protezione sociale da estendere in Italia e in Europa, come segue.

Si tratta di mettere a punto, nel frattempo,  politiche metropolitane di sostegno economico/logistico per i primi anni di lavoro fuori dalla Sicilia, concordando con le Città europee d'immigrazione mappe di dislocazione, agevolazioni per l'alloggio, accesso ai programmi di sostegno, in caso di licenziamento,   simili al rigoroso ma efficace  "Hardtz IV" in Germania https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/vivere-in-germania-hartz-vier-sussidi-aiuti-statali-100.html ,  il confronto tra competenze manuali, tecniche o culturali richieste ed offerte, forme di scambio quali ad esempio vaucher turistici destinati a cittadini residenti di città europee con un alto livello di lavoratori palermitani, a partire da una certa data. Noi questo abbiamo e questo possiamo scambiare, almeno nel medio termine.

Nè è il caso di illudere i giovani adulti di oggi con prospettive, già in declino dopo la fase acuta della pandemia, di co-working e south-working (che peraltro hanno riguardato lavoratori già assunti) ancora lontane per cultura lavoristica del Paese  e per dotazioni infrastrutturali logistiche ed informatiche che vedremo completate soltanto nel volgere del prossimo decennio. 

In una regione che fatica a superare l'insularità, a scegliere il collegamento stabile con il continente e ad implementare l'alta velocità, appare difficile che tali proposte possano essere considerate come risposte immediate all'emergenza in atto.




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(*) Giornalista e saggista. Presidente PRUA

https://www.associazioneprua.it/socio-luigi-sanlorenzo/

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